"Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale" di Luigi Manconi e Federica Graziani (Einaudi)

 


Il garantismo non è la manifestazione eccezionale dell'eroismo dei principi. Piuttosto, è l'impegno alla piena applicazione alla totalità dei requisiti dello Stato di diritto e, in particolare nel sistema penale, del quadro di tutele assicurato al cittadino nei confronti di tutte le istituzioni dello stato nel corso delle diverse farsi del processo. In questo senso il garantismo si collega alla tradizione classica del pensiero penale liberale – citiamo quasi alla lettera Luigi Ferrajoli – ed esprime l'istanza, propria dell'illuminismo giuridico, della minimizzazione del potere punitivo, per il massimo rispetto possibile dei diritti di ognuno: delle vittime reali o potenziali, degli indagati e degli imputati durante il processo penale, dei condananti durante l'esecuzione della pena. Di conseguenza, il garantismo è (dovrebbe essere) una prassi ordinaria, una quotidiana politica del diritto e una cultura consolidata delle relazioni tra cittadino e Stato.

D'altro canto, la concezione illuministica e liberale del diritto non si affida esclusivamente alle pur necessarie previsioni tecniche del garantismo penale (norme, procedure e concreti limiti al potere punitivo), ma porta con sé principi e valori discriminati che – nell'incertezza del diritto e di quelle previsioni di garanzia – tutelino comunque i valori fondanti di una convivenza basate sul rispetto della libertà della persona umana. Così il diritto serve ad affermare la presunzione di innocenza fino a quando essa non sia contraddetta dalla prova contraria, il cui onere spetta all'accusa, appunto perché deve essere tale da mettere in discussione una “presunzione”, ciò che ci fa tutti cittadini, liberi e innocenti. Ma tra i principi dello stato di diritto liberale c'è quello inscalfibile pronunciato da Voltaire secondo cui “è meglio correre il rischio di salvare un colpevole, piuttosto che condannare un innocente”. La presunzione di innocenza non è solo un principio costituzionale o la pretesa categorica di un razionalismo astratto. In essa c'è anche la realistica sapienza della natura delle cose, consapevole del fatto che, come tutti gli affari umani, la giustizia terrena non è , né può essere, perfetta. Ci si può trovare, insomma, di fronte al dilemma di dover scegliere tra l'ingiustizia di lasciare impunito un colpevole e l'ingiustiza di punire un innocente. Muovendosi a tentoni riguardo alle effettive responsabilità sul fatto concreto, la giustizia non può che operare una sospensione di sé stessa, rinunciando a punire il sospetto, riconoscendolo per quello che egli – allo stato dei fatti – è: un cittadino libero e innocente.” (pp. 172-173)


Una boccata d'aria è stato questo libro di Luigi Manconi e Federica Graziani: “Per il tuo bene timozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale” (Einaudi). Una boccata d'aria per affrontare un mondo dove, se si potesse, a destra come a sinistra, la si farebbe pagare cara al nemico di turno, si sbatterebbero in carcere a marcire il primo povero Cristo finito ai margini o l'avversario politico di turno. Un mondo di ergastoli, di pene sempre più severe, di anni su anni da scontare, di punizioni, all'insegna del gettare la chiave, dell'ammazziamoli tutti, del passaporto di purezza da sventolare prima di poter respirare, del pane e acqua ai carcerati, della violenza verbale e dello scherno venduti come giornalismo o discorso politico, di una giustizia celebrata sulle prime pagine dei giornali o sui social o nei talk show per creare consenso, voti, applausi, pancia piena.

Un mondo di diritti negati.

Siamo rimasti in pochissimi a provare orrore per questo stato di cose. 

Ma una cara amica, Laura Arconti, mi diceva Vai avanti Andrea, non darti per vinto e al tuo peggior nemico, chiunque sia, offri sempre un caffé, sii risoluto e non dimenticare la forza del dialogo e del convincimento. (Aggiungeva anche, E sorridi qualche volta musone di uno!.

Come diceva Marco Pannella : "La forza della nonviolenza è nell'umiltà, nella ragionevolezza, nel convincere, cioè nel vincere con l'altro".

La giustizia non può essere assoluta, non solo perché è affare di uomini, ma anche perché la sua ipostatizzazione – da regolazione del conflitto e sanzione del reato a virtù suprema – porta a una conseguenza fatale: o la giustizia diventa pura astrazione e mero paradigma di riferimento ideale e, così, si separa dalla vita sociale, oppure si fa religione. Ovvero quella sua qualità astratta diventa teologia, speculazione intellettuale sul rapporto col trascendente, che infine precipita nel mondo aggregando un certo numero di seguaci. In questi ultimi, il culto della giustizia come astrazione virtuosa si traduce, nel concreto della vita quotidiana, in una identità confessionale. Tale identità parte dal presupposto dell'appartenenza a una comunità titolare di ciò che costituisce il fondamento di ogni teologia: la conoscenza della verità e l'accesso al bene.” (pag. 166)


(We Shall Fight on the Beaches)

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