NESSUNO TOCCHI CAINO - ‘LA BIBBIA E IL FUCILE’, IL MOTTO CHE CONTINUA A ISPIRARE LA VISIONE DEL MONDO DEL PRESIDENTE TRUMP
NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS
Anno 20 - n. 42 - 07-11-2020
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : ‘LA BIBBIA E IL FUCILE’, IL MOTTO CHE
CONTINUA A ISPIRARE LA VISIONE DEL MONDO DEL PRESIDENTE TRUMP
2. NEWS FLASH: ‘PAKISTAN, ASIF CONDANNATO A MORTE PER BLASFEMIA, LA
MOGLIE MARILYN E I QUATTRO FIGLI PICCOLI IN FUGA PER SALVARSI LA VITA’
3. NEWS FLASH: ‘LA MIA PRIMA VOLTA IN CELLA TRA SPORCIZIA, DISUMANITÀ E PSICOFARMACI’, LETTERA DI UN DETENUTO
4. NEWS FLASH: IRAN: DICIANNOVENNE IMPICCATO NEL CARCERE DI RAJAI SHAHR PER OMICIDIO
5. NEWS FLASH: INDIA: CORTE SUPREMA COMMUTA CONDANNA A MORTE IN ERGASTOLO
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : CAMERUN: APPELLO ALLA COMUNITÀ
INTERNAZIONALE DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DIRITTI UMANI A SEGUITO DEL
MASSACRO DI KUMBA
‘LA BIBBIA E IL FUCILE’, IL MOTTO CHE CONTINUA A ISPIRARE LA VISIONE DEL MONDO DEL PRESIDENTE TRUMP
di Sergio D’Elia
La pena di morte non può essere considerata la parte per il tutto di un
Paese. Meno che mai se si tratta degli Stati Uniti d’America, che sono
anche la più antica democrazia del pianeta, l’ancora di salvezza e la
terra promessa per perseguitati e rifugiati di tutto il mondo. La sua
ripresa a livello federale, dopo decenni di caduta in disuso, può essere
però indicativa del modo d’essere del suo Presidente, un segno anche
del (suo) destino e di una maledizione (autoinflitta). È il tragico
destino del capo di uno Stato che nella sua legittima difesa di Abele
arriva all’eccesso o degrada nel difetto – è la stessa cosa – di
diventare esso stesso Caino. È la maledizione che colpisce i fini giusti
quando sono perseguiti con mezzi sbagliati, con mezzi che li
prefigurano, li pregiudicano, li distruggono.
Non bastava la maledizione di una pandemia che ha flagellato per mesi
gli Stati Uniti con il suo carico di dolore e di morte e che il
comandante in capo ha sfidato con il viso scoperto, consigli e intrugli
da apprendista stregone. Donald Trump ha voluto metterci del suo. Alla
morte per cause naturali ha aggiunto e inflitto agli americani anche
quella per mano dello Stato.
Erano diciassette anni che non accadevano esecuzioni federali, da sessantasette una donna non veniva mandata al patibolo.
Quest’anno era stata solo la “fascia della Bibbia”, il sud del Paese, il
Texas, la Georgia, l’Alabama, il Tennessee, il Missouri, a praticare il
rito arcaico dell’occhio per occhio, dente per dente, che lo stesso
Antico Testamento concepisce come limite e misura – non più di un
occhio, non più di un dente – e pure tempera con il monito divino
“nessuno tocchi Caino”.
L’apprendista presidente ha esteso la “fascia della morte” a tutti gli
Stati Uniti, che con le sue esecuzioni, non di un singolo Stato ma di
tutta la Federazione, oggi appare agli occhi del mondo come un Paese
mortifero, al pari dei primatisti mondiali della pena capitale, la Cina,
l’Iran, l’Arabia Saudita e come altri stati canaglia che il presidente
americano ha messo nella sua lista nera per le più gravi violazioni dei
diritti umani.
Donald Trump non si è posto limiti e misure. Da luglio ha iniziato a
svuotare il braccio della morte federale di Terre Haute. Non ha liberato
i condannati a morte, seguendo l’esempio di governatori americani –
democratici e repubblicani – che negli ultimi due anni, dalla California
al Colorado, hanno stabilito moratorie o abolito la pena capitale. Li
ha fatti fuori, ne ha uccisi sette che erano in attesa da venti o
trent’anni. Li ha fatti giustiziare su un lettino a forma di croce, il
simbolo universale di pace e amore convertito e tradito nello strumento
di un estremo supplizio capitale.
Non può essere “crudele e inusuale”, ha stabilito la Corte Suprema, se
la pena di morte in America vuole essere “legittima”. Christopher Vialva
è stato giustiziato il 24 settembre a Terre Haute per il furto d’auto e
l’omicidio di due giovani pastori dell’Iowa nel 1999, quando aveva 19
anni. È stato ucciso con una dose letale di Pentobarbital, un veleno che
provoca una sensazione di panico, soffocamento, annegamento.
Se nulla fermerà la mano del boia, i primi di dicembre, Lisa Montgomery
diventerà la prima donna a essere giustiziata da quasi settanta anni per
un delitto talmente efferato da dubitare della sua capacità di
intendere e volere al momento del fatto (ha strangolato una donna, ha
tagliato il suo addome con un coltello da cucina, ha prelevato il feto
di otto mesi ed è scappata).
L’ultima donna a essere messa a morte negli Stati Uniti era stata Bonnie
Heady che fu uccisa nella camera a gas del Missouri nel 1953, ai tempi
del Presidente Ike Eisenhower, il generale che aveva denunciato il
complesso militare-industriale come un pericolo mortale per il mondo e
gli stessi Stati Uniti.
Ai nostri tempi, per Donald Trump, il complesso militare-industriale non
è più un pericolo, il complesso carcerario-industriale è in costante
crescita e la pena di morte è tornata di moda a livello federale. In
America, ci sono più di 2.250.000 persone in prigione, il record
mondiale d’imprigionamento, circa 2.500 detenute nel braccio della
morte, sette esecuzioni federali sono state effettuate da luglio a oggi.
Non siamo più ai tempi del Far West e dei pionieri alla ventura in un
mondo sconosciuto e irto di pericoli, ma la regola di vita, pura e
semplice, di allora, “la Bibbia e il fucile”, continua a ispirare la
visione del mondo di oggi del Presidente Trump.
Il suo modo di pensare, di sentire e di agire ha letteralmente
avvelenato la campagna elettorale americana. Il Presidente ha iniettato
odio, paura e morte nelle vene degli americani, non solo dei condannati a
morte. Con l’uso cinico della pena capitale a fini elettorali, con il
suo esercizio aberrante e abusivo del dolore altrui, ha fatto della più
solida democrazia liberale del mondo, terra di grandi contrasti,
diversità e promesse, uno Stato-Caino, testimone e vittima della
aberrante logica della vendetta, della catena perpetua nella quale odio
si aggiunge a odio, violenza a violenza, dolore a dolore.
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‘PAKISTAN, ASIF CONDANNATO A MORTE PER BLASFEMIA, LA MOGLIE MARILYN E I QUATTRO FIGLI PICCOLI IN FUGA PER SALVARSI LA VITA’
di Sergio D’Elia
Se nel mondo laico occidentale offendere Maometto, altri profeti o le sacre scritture può scatenare l’ira di fanatici armati di coltello pronti a sgozzare il “blasfemo”, in alcuni Paesi a maggioranza musulmana l’integralismo è anche legge di Stato e punisce la blasfemia con la pena di morte.
In Pakistan, la legge contro la blasfemia è stata introdotta dal generale Mohammad Zia-ul-Haq nel 1985. Da allora, centinaia di persone – musulmani e non – sono state incriminate. Nessuno è stato giustiziato e molte condanne sono state poi respinte in appello. Però, ci sono ancora circa 80 persone in prigione accusate di blasfemia, metà delle quali a rischio di pena di morte o di pena fino alla morte.
Laddove lo Stato non arriva o assolve, la giustizia privata e sommaria è pronta a supplire in maniera letale. Decine di persone in attesa del processo o assolte dalle accuse sono state massacrate da fanatici religiosi per strada, in prigione e addirittura nei tribunali. Gli stessi avvocati difensori sono stati vittime di attacchi e sono stati colpiti anche giudici che hanno prosciolto gli imputati.
Nel settembre scorso, Asif Pervaiz, un cristiano di 37 anni, è stato condannato a morte dopo sette anni di custodia cautelare. Il suo capo in una fabbrica di abbigliamento lo aveva accusato di aver inviato messaggi sacrileghi dal suo cellulare. Da allora, la moglie Marilyn e i suoi quattro figli piccoli hanno dovuto fuggire per salvarsi la vita.
Accade spesso che il “reato” di blasfemia sia solo il pretesto per regolamenti di conti che nulla hanno a che fare con la religione. La legge a volte è usata per prendere di mira i rivali in affari. I cristiani e le altre minoranze religiose continuano a essere i principali bersagli di abusi in base alle leggi sulla blasfemia. Anche false accuse possono innescare processi giudiziari nelle aule dei tribunali e una caccia all’uomo nelle strade e nelle case dei miscredenti. Alcuni degli imputati non sono mai arrivati a giudizio. Alla fine di luglio, un cittadino americano, Tahir Ahmad Naseem, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco in un’aula di tribunale a Peshawar. Era in prigione dal 2018 e gli hanno sparato perché apparteneva all’Ahmadiyya, una corrente di pensiero dell’Islam che predica la nonviolenza e la fratellanza universale.
Il caso più noto è quello di Asia Bibi, una madre di quattro figli che ha trascorso quasi un decennio nel braccio della morte prima di essere rilasciata grazie a una grande mobilitazione internazionale. Una donna l’aveva accusata di aver insultato l’Islam per una frase buttata lì durante un battibecco con altre donne che l’avevano umiliata per aver bevuto un bicchiere dal pozzo a lei proibito, in quanto “infedele cristiana” e quindi “impura”. Durante e dopo il processo, le furie integraliste islamiche hanno chiesto la sua morte, hanno minacciato gli avvocati e ucciso il Governatore della Provincia del Punjab e il Ministro delle minoranze che avevano parlato in sua difesa e chiesto la riforma delle leggi sulla blasfemia. Nel novembre del 2018, Asia Bibi è stata assolta dalla Corte Suprema, scarcerata dalla prigione di Multan e trasferita in una località segreta per tutelarne la sicurezza. Dopo molti mesi di vita da clandestina suo malgrado, è stata autorizzata a ri
fugiarsi in Canada insieme alla sua famiglia.
Dopo l’assoluzione, il suo avvocato, Saiful Malook, è stato costretto a rifugiarsi per un po’ di tempo in Olanda per sottrarsi alla vendetta degli estremisti islamici. Ma poi è ritornato per difendere Asif Pervaiz e altre vittime come lui di false accuse di blasfemia spesso motivate da vendette personali o odio religioso. “Gli avvocati non hanno una religione, lottano solo per la giustizia”, ha detto Malook. Asif ha già passato sette anni in attesa della decisione del tribunale. Chissà quanti anni dovrà aspettare prima che tutto sia finito. Intanto, la moglie Marilyn continua a nascondersi perché si sente minacciata e cerca di mantenere i suoi tre figli e la figlia al sicuro dall’ira e dalle minacce di morte dei fanatici religiosi.
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‘LA MIA PRIMA VOLTA IN CELLA TRA SPORCIZIA, DISUMANITÀ E PSICOFARMACI’, LETTERA DI UN DETENUTO
Pubblicata su Il Riformista
Onorevole Rita Bernardini, sono un ex detenuto del carcere Marassi di Genova. Sono uscito una settimana fa dopo quattro mesi di reclusione. Per fortuna è la prima volta che mi succede, ma le illustrerò che cosa ho dovuto vedere con i miei occhi lì dentro. Sono entrato e subito mandato in isolamento causa covid, e in 14 giorni nessun tampone mi è stato fatto, così come agli altri detenuti. Cella che definire affollata è dire poco. Ho vissuto 2 anni in Repubblica Dominicana e le cabanas sono più pulite. Materassi datati 2012, assenza di cuscini. Assistenti che non assistono per niente, anzi spesso ti deridono e farlo con una persona che sta vivendo uno stato particolare della propria vita che per alcuni è una tragedia, è a dir poco disumano oltreché ignobile. Per avere una scheda telefonica ci sono voluti due mesi perché le domandine vengono perse, oppure ti senti rispondere che non sarà stata compilata nel modo giusto e altre scuse di ogni tipo.
La posta arriva sistematicamente a tutti in media in 20gg, un’altra vergogna. I soldi sul conto corrente mancano sempre, certo parliamo di qualche euro, ma moltiplicato per 700 detenuti… Le ore d’aria sono pressoché a discrezione degli assistenti i quali ogni giorno ci sottraggono dai 20 ai 30 minuti. Non esiste un regolamento interno a disposizione di tutti e perciò è difficile far valere i propri diritti: meno i detenuti sanno, meglio è per gli assistenti alcuni dei quali hanno un livello di istruzione davvero basso. Sul vitto ci sarebbe da scrivere un libro: pasta scotta tutti i giorni e razioni insufficienti. Un giorno nella mia cella sovraffollata di sei persone abbiamo fatto uno sciopero perché nella pasta abbiamo trovato delle unghie e addirittura un tagliaunghie!
La maggior parte dei detenuti vengono imbottiti di psicofarmaci, terapie e altre porcherie, in modo che nessuno disturbi le guardie. Personalmente non ho mai preso nulla, ma ho conosciuto ragazzi entrati in carcere normali e, dopo qualche settimana, li ho trovati irriconoscibili con lo sguardo perso e la bocca aperta come spesso ci capita di vedere i tossicopendenti. La gran parte sono ragazzi extracomunitari, che non sanno leggere, scrivere e non conoscono i loro diritti, quindi sono difficili da gestire. Non sono mancate tragedie sfiorate: marocchini e tunisini che si tagliano le vene, gente che tenta di strangolarsi con le lenzuola, fermate in tempo dai compagni. C’è chi vorrebbe che tutto questo non uscisse dalle celle. L’impressione è che la gente fuori pensi che più gente c’è dentro e più al sicuro si trovano quelli fuori. Niente di più sbagliato!
Nella sezione dov’ero io, eravamo tutti giudicabili. È il sistema italiano: ti mettono dentro, dando per scontata la tua colpevolezza.
Ho conosciuto ragazzi giovanissimi che hanno passato le pene dell’inferno per arrivare in Italia e che sono finiti in prigione per essere stati trovati in possesso di 0,2 gr di hashish, altri portati in prigione per essersi trovati in luoghi dove sono stati commessi furti in abitazioni. Senza che gli siano stati trovati strumenti da scasso o refurtiva si sono visti affibbiare 1 anno e 8 mesi; ho letto verbali, quindi ne sono testimone. Ora le domando: che futuro possono avere questi ragazzi così giovani dopo l’esperienza del carcere? Sinceramente non credo sia un deterrente la custodia cautelare, tutt’altro! Credo che al contrario si creino dei nuovi delinquenti in questo modo. Se finiscono in prigione per niente, la prossima volta commetteranno dei reati per davvero.
Ma per tornare all’argomento per il quale le ho scritto e cioè le condizioni del carcere di Marassi, ripeto, ci sarebbe da scrivere un romanzo: minacce, abusi. In carcere entra di tutto e per tutto intendo “tutto”. Ho visto giudici di sorveglianza che vengono a fare sopralluoghi e vengono puntualmente portati nelle sezioni dove tutto deve funzionare, così possono scrivere nei loro rapporti dove scrivono che è tutto a posto. L’idea che mi sono fatto dopo questa esperienza è che il carcere è solo un business, un business vergognoso dove tutti i sistemi che ruotano intorno alla giustizia ci guadagnano e se è vero che per ogni detenuto l’Italia paga 137 € al giorno, beh io ho viaggiato parecchio e posso assicurarle che con meno euro si alloggia in stanza d’albergo a 4 stelle in posizione centrale, quindi che la smettessero con tutta questa ipocrisia. Finché in questo paese non ci sarà una riforma della giustizia e una riforma carceraria sarà sempre così…
Ci sono paesi in Europa dove appena entri ti danno subito la scheda telefonica, c’è il supermercato all’interno e con una scheda ricaricabile puoi fare la spesa, oltre che avere colloqui non sorvegliati con i propri familiari, intimi con le mogli. Questi sono paesi civili, ma il nostro, dove per autorizzare le telefonate alla propria famiglia ci vogliono due mesi come è successo a me, è una vergogna! Per tutte queste ragioni ho deciso di scriverle, scusi lo sfogo ma in questo momento ho bisogno di esternare a qualcuno che è sensibile sull’argomento come lei, onorevole.
Conto in un suo interessamento in merito e le faccio i miei cordiali saluti. D.
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IRAN: DICIANNOVENNE IMPICCATO NEL CARCERE DI RAJAI SHAHR PER OMICIDIO
Un ragazzo di 19 anni, identificato solo come Peyman, è stato impiccato nel carcere di Rajai Shahr a Karaj, ha riportato l’organizzazione Iran Human Rights il 29 ottobre 2020, citando il sito web dell’agenzia di stampa filogovernativa Javan Online.
Il giovane era accusato di aver ucciso un uomo nel 2018 in un parco pubblico nei pressi di Kan, a Teheran, al termine di una lite alimentata dall’alcol.
Fonti di IHR ipotizzano che Peyman potrebbe essere stato portato al patibolo dal reparto giovanile. Va notato che il 13 ottobre quattro prigionieri maschi erano stati giustiziati nella stessa prigione di Rajai Shahr, e uno dei quattro non era stato identificato. I dettagli del caso di Peyman non corrispondono però a quelli dei prigionieri giustiziati il 13 ottobre.
(Fonte: IHR, 29/10/2020)
INDIA: CORTE SUPREMA COMMUTA CONDANNA A MORTE IN ERGASTOLO
La Corte Suprema indiana il 2 novembre 2020 ha commutato in ergastolo la condanna a morte che era stata emessa nei confronti di un uomo del Maharashtra riconosciuto colpevole di aver violentato e ucciso nel 2013 una bambina di 2 anni.
Il panel dei tre giudici UU Lalit, Indu Malhotra e Krishna Murari ha confermato la colpevolezza riconosciuta dall'Alta Corte di Bombay per Shatrughna Baban Meshram, che avrebbe violentato e ucciso la bambina dopo averla portata via dalla custodia del nonno, commutando tuttavia la condanna capitale in ergastolo per l’omicidio e a 25 anni di carcere duro per lo stupro.
La Corte Suprema, che ha definito l'aggressione sessuale contro la minorenne "molto grave" e la condotta dell’imputato "perversa e barbara", ha tuttavia osservato che l’uomo non ha causato consapevolmente nessuna lesione con l'intento di uccidere la vittima.
"Pertanto, sebbene l'appellante sia colpevole del crimine punibile ai sensi della Sezione 302 (omicidio) del Codice Penale, poiché il caso non rientra in nessuna delle prime tre clausole della Sezione 300 del Codice Penale, il crimine nel caso di specie non merita la pena di morte”, ha affermato la Corte Suprema nel suo verdetto di 139 pagine.
La vittima era con suo nonno, Pundlik, quando l'imputato si è avvicinato e ha portato via la bambina affermando che il padre della vittima fosse tornato dal lavoro e gli avesse chiesto di prelevare la piccola.
Il padre della vittima, che era andato ad assistere a una funzione religiosa, scoprì al suo ritorno che la bambina non era in casa. Pundlik informò allora il padre che l'imputato aveva portato via la bambina da casa sua. Il padre, il nonno e un certo Shrawan Meshram cercarono la bambina nel villaggio e alla fine trovarono il corpo che giaceva in un edificio parzialmente costruito. Anche l'imputato era sul posto. La vittima aveva ferite tra cui morsi sulle labbra e sulle guance e lividi nelle parti intime.
Meshram è stato accusato di stupro, omicidio e altri reati ai sensi della Legge sulla Protezione dei Bambini dai Reati sessuali (POCSO).
Il tribunale di primo grado di Yavatmal aveva giudicato Meshram colpevole condannandolo a morte. La condanna capitale era stata confermata dall’Alta Corte di Bombay il 12 ottobre 2015 e adesso è giunta la decisione della Corte Suprema.
(Fonti: Bar and Bench, The Tribune, 2/11/2020)

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