NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS - CARO DI MAIO, L’ITALIA NON SIA COMPLICE DEL BOIA IRANIANO
NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS
Anno 21 - n. 1 - 02-01-2021
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : CARO DI MAIO, L’ITALIA NON SIA COMPLICE DEL BOIA IRANIANO
2. NEWS FLASH: E’ AGRIGENTO MA SEMBRA ALCATRAZ, DOVE SONO FINITI I DIRITTI UMANI?
3. NEWS FLASH: KAZAKISTAN: PARLAMENTO RATIFICA IL SECONDO PROTOCOLLO OPZIONALE
4. NEWS FLASH: GIAPPONE: NESSUNA ESECUZIONE NEL 2020
5. NEWS FLASH: USA: GLI ARCHITETTI CONTRO LA PROGETTAZIONE DI ‘CAMERE DELLA MORTE O TORTURA’
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :
CARO DI MAIO, L’ITALIA NON SIA COMPLICE DEL BOIA IRANIANO
Il sostegno alle operazioni antidroga promesso a Teheran dal governo
italiano rischia di tradursi in nuove condanne a morte. Per reati di
droga ne sono appena state confermate cinquanta, nel 2019 si sono
contate trenta esecuzioni. L’appello al ministro che solo pochi mesi fa
ha ribadito l’impegno contro la pena capitale.
Appello pubblicato su Il Riformista del 31 dicembre 2020
“Gentile Ministro Di Maio,
Le nostre organizzazioni sono profondamente preoccupate per la promessa
del governo italiano di fornire supporto antidroga al governo iraniano,
dato l'elevato rischio che questo sostegno si traduca in condanne a
morte per presunti autori di reati di droga. È particolarmente
preoccupante che il sostegno dell'Italia alle operazioni antidroga
iraniane sia stato promesso nello stesso mese in cui l'Iran ha
confermato 50 condanne a morte per droga in una sola prigione.
La esortiamo a confermare che l'Italia non procederà con questa
assistenza fino a quando l'Iran non abolirà definitivamente la pena di
morte per reati legati alla droga.
Il governo italiano ha storicamente assunto la posizione più forte
possibile contro la pena di morte, e le nostre organizzazioni hanno
lavorato a stretto contatto con il Ministero degli Affari Esteri
italiano per sostenere molte persone che devono affrontare la pena di
morte all'estero. Recentemente, nel mese di settembre, avete ospitato un
evento presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per celebrare
l'introduzione della risoluzione biennale per una moratoria universale
sull'uso della pena di morte.
Nelle vostre osservazioni a quell'evento, avete confermato che:
"L'Italia rimarrà pienamente impegnata a sostenere la campagna
internazionale per una nuova moratoria universale sulla pena di morte,
in vista della sua abolizione nel mondo... una campagna che riguarda i
diritti e la dignità di ogni essere umano".
Data questa forte opposizione pubblica alla pena di morte, la scorsa
settimana ci siamo allarmati nel leggere sul Tehran Times che il governo
italiano si è impegnato a espandere il proprio sostegno ai raid
iraniani contro la droga, incursioni che abitualmente portano alla
condanna a morte e all’esecuzione degli imputati. Nello specifico, il
Tehran Times ha riferito che:
“Dopo un incontro con l'ufficiale di collegamento della polizia
antidroga italiana Salvatore Labarbera, il capo della polizia antidroga
iraniana Majid Karimi ha annunciato che il livello di cooperazione tra i
due Paesi sarà rafforzato e incrementato. L'incontro si è tenuto in
Iran il 3 dicembre, durante il quale Labarbera ha sostenuto l'idea di
estendere il livello di cooperazione esistente e ha sottolineato la
necessità di combattere gli stupefacenti anche a livello
internazionale".
Se l'Italia procede nel fornire assistenza diretta contro il
narcotraffico alle operazioni antidroga iraniane, ciò comporterà
inevitabilmente condanne a morte per presunti autori di reati di droga.
Secondo una ricerca di Iran Human Rights, il governo iraniano nel 2019
ha giustiziato almeno 30 persone accusate di reati di droga.
I tribunali iraniani continuano a emettere un gran numero di condanne a
morte per reati legati alla droga, e proprio ieri Iran Human Rights ha
riferito che sono state confermate le condanne a morte di 50 imputati
per droga detenuti nella prigione centrale di Urmia.
In passato, ricerche condotte dalle nostre organizzazioni hanno
ampiamente documentato e criticato il modo in cui l'assistenza al
governo iraniano nella lotta al narcotraffico sfocia in operazioni il
cui esito finale sono le esecuzioni degli arrestati.
Il rapporto di Reprieve "European Aid for Executions" ha stabilito come
sia stato potenziato il sostegno agli sforzi dell'Iran per la "riduzione
dell'offerta", inclusa l'assistenza per strutture, la formazione
specialistica, la fornitura di cani per il rilevamento di droghe e la fornitura di attrezzature come
body scanner e occhiali per la visione notturna ha aiutato la polizia
iraniana ad eseguire centinaia di arresti che hanno generato condanne
capitali.
L'evidenza che l'assistenza europea rischia di consentire esecuzioni
iraniane ha portato molti governi europei a rifiutare tali aiuti. I
paesi che, su questa base, hanno rifiutato di fornire assistenza alle
operazioni antidroga iraniane includono Germania, Austria, Danimarca,
Irlanda e Norvegia. La volontà dell'Italia di fornire assistenza
antidroga al governo iraniano è in netto contrasto con la posizione di
principio assunta da altri governi europei.
Le nostre organizzazioni hanno molto rispetto per la posizione che
l'Italia ha assunto nell'opporsi alla pena di morte nel mondo, ed è
nostra speranza che, alla luce dei recenti sviluppi, il vostro governo
seguirà i colleghi governi europei nell'impedire che il suo supporto
nella lotta alla droga venga utilizzato per ordinare esecuzioni.
Chiediamo rispettosamente di rivelare quale assistenza il governo
italiano sta attualmente fornendo all'Iran in questo settore, e che
confermiate che non verrà fornita ulteriore assistenza fino a quando il
governo iraniano non abolirà definitivamente la pena di morte per i
reati legati alla droga.
Cordiali saluti,
Maya Foa, co-direttore esecutivo di Reprieve
Mahmood Amiry Moghaddam, fondatore di Iran Human Rights
Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno tocchi Caino”
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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH
E’ AGRIGENTO MA SEMBRA ALCATRAZ, DOVE SONO FINITI I DIRITTI UMANI?
Riceviamo e pubblichiamo l'ennesima lettera-denuncia arrivata a Nessuno tocchi Caino dal "Petrusa", il Carcere di Agrigento dove nulla pare sia cambiato, dopo le visite di Rita Bernardini e le interrogazioni parlamentari di Roberto Giachetti.
Lettera di Andrea Cassia* pubblicata su Il Riformista del 31 dicembre 2020
“Sono detenuto nel reparto Alta Sicurezza della Casa Circondariale di Agrigento dal 16 luglio 2013, giorno in cui ebbe inizio il mio "calvario". Già in passato ebbi modo di udire delle strane analogie che accostavano questo istituto al penitenziario americano di Alcatraz. Sì, proprio a quella struttura che nell'immaginario collettivo suscitava sofferenza a dismisura, maltrattamenti e torture tanto decantate nelle pellicole hollywoodiane, ma nulla poteva farmi anche lontanamente pensare che tutto ciò che stavo vivendo fosse reale in barba a qualsiasi legge europea sui diritti dell'uomo prima ancora che alla nostra tanto promettente quanto inefficiente Costituzione.
E se oltre il danno deve esserci anche la beffa, questa si materializzava nelle nostre svariate forme di protesta (istanze al direttore o al magistrato di sorveglianza, scioperi della fame, mancati rientri nelle camere di pernottamento, ecc.) che puntualmente, dopo l'apparente concessione volta a calmare le pacifiche rivolte, si concludevano in un nulla di fatto.
Questo accadeva per assenza di acqua calda in cella; mancanza di riscaldamenti; sovraffollamento di 2 o anche 3 detenuti in celle create per ospitare una sola persona; infiltrazioni d'acqua dai tetti che ancora oggi si verificano nonostante la recente ristrutturazione; assenza pressoché totale di figure di vitale importanza come educatore e psicologo; area sanitaria, se così si può chiamare, carente in tutto; finestre delle celle arrugginite con conseguenti spifferi nonché infiltrazioni di acqua; saletta destinata alla socialità tra detenuti utilizzata anche come locale di spartizione spesa, scuola, cucina didattica, chiesa, oratorio, palestra e quant'altro e pure priva di bagno; sala colloqui con evidenti infiltrazioni d'acqua prive di caloriferi e maleodorante; bagni privi di infissi o, in alternativa, di aeratori funzionanti; assenza di bidet e doccia nelle celle; assenza di colloqui in "area verde" o aree ludiche nelle sale colloqui per i bambini in tenera età; TV con solo
10 reti funzionanti; mancanza di WC nella sala di attesa adibita alla consegna dei documenti di riconoscimento da parte dei nostri familiari quando vengono ai colloqui; carrello del vitto giornaliero in cui i pasti, da prassi, arrivano freddi o ancora semicrudi; erogazione idrica spesso e soprattutto nel periodo estivo interrotta senza alcun preavviso che nei casi peggiori ha costretto i detenuti ad espletare i bisogni fisiologici in secchi o bottiglie di plastica.
Più volte, come sappiamo, l'Italia è stata condannata dalla Corte europea per le palesi violazioni dei diritti dell'Uomo nelle nostre carceri, ma nulla o quasi si concretizza nel merito e laddove esiste una legge che possa intervenire in soccorso di una violazione di tali diritti questa viene ignorata dai magistrati, garanti supremi del rispetto della legge, come quelli di sorveglianza, con le motivazioni le più folcloristiche e tracotanti di sarcasmo.
È infatti ormai di pubblico dominio che della "legge Torreggiani" ad Agrigento non si possa usufruire in quanto anche d'inverno la nostra amata Sicilia gode di un clima mite. Non voglio nascondermi dietro un dietro un dito e razionalmente penso a quanto sia giusto scontare la pena se si è riconosciuti colpevoli di reato.
Ma non posso e non voglio credere di trovarmi sul banco degli imputati di un tribunale della Santa Inquisizione dove dei Torquemada di età contemporanea ordinano ed eseguono roghi quanto mai attuali. Infine, mi permetta di chiudere con una massima che ho letto di recente in un libro. Essa citava: "Il grado di civiltà di un Paese lo si misura anche dallo stato delle sue carceri".”
*Detenuto presso la Casa circondariale di Agrigento
KAZAKISTAN: PARLAMENTO RATIFICA IL SECONDO PROTOCOLLO OPZIONALE
Alla fine di settembre, l'inviato permanente del Kazakistan presso le Nazioni Unite, Kairat Umarov, aveva firmato il Secondo Protocollo Opzionale, in seguito approvato dalla Camera Bassa del parlamento kazako.
"I Paesi firmatari assumono i seguenti obblighi: non applicare la pena di morte e prendere tutte le misure necessarie per abolirla all'interno della loro giurisdizione.
L'unica eccezione è possibile nel caso di una clausola legale sull'uso della pena di morte in tempo di guerra. Il Kazakistan intende avvalersi della clausola prevista dalla convenzione che prevede il ricorso alla pena di morte. Il Kazakistan ... si riserva il diritto di usare la pena di morte in tempo di guerra dopo aver dichiarato [qualcuno] colpevole di crimini di natura militare particolarmente gravi ", ha detto alla Camera Alta il ministro degli Esteri Mukhtar Tleuberdi.
Il documento deve ora essere firmato dal Presidente del Paese.
Nel 2003, il primo presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev, ha firmato un decreto introducendo una moratoria sulla pena di morte nel Paese. Il decreto ha sospeso le esecuzioni di tutte le condanne a morte, ma non ha vietato ai tribunali del Paese di emettere condanne capitali. Come pena alternativa nel 2004 è stato introdotto l’ergastolo.
(Fonti: UrduPoint News/Sputnik, 29/12/2020)
GIAPPONE: NESSUNA ESECUZIONE NEL 2020
Non ci sono state esecuzioni capitali in Giappone per tutto il 2020, per la prima volta negli ultimi nove anni.
Il dato è divenuto definitivo il 28 dicembre, poiché la legge sulle strutture di detenzione penale stabilisce che la pena di morte non debba essere applicata tra il 29 dicembre e il 3 gennaio. Secondo il Ministero della Giustizia giapponese, al 28 dicembre sono 110 i detenuti nel braccio della morte del Paese.
La pena capitale è stata eseguita ogni anno, escluso il 2011, dalla sua ripresa nel 1993, dopo una pausa di tre anni e quattro mesi.
Un totale di nove ministri della giustizia hanno ordinato le esecuzioni di 46 persone tra il 2012 e il 2019.
Nel solo 2018 sono stati giustiziati 15 prigionieri.
Nel 2020 il ministro della Giustizia Masako Mori non ha ordinato alcuna esecuzione capitale.
Non ci sono state esecuzioni nemmeno sotto il ministro della Giustizia Yoko Kamikawa, che ha iniziato il suo terzo mandato a settembre.
(Fonti: Mainichi, 29/12/2020)
USA: GLI ARCHITETTI CONTRO LA PROGETTAZIONE DI ‘CAMERE DELLA MORTE O TORTURA’
L’American Institute of Architects (AIA) ha modificato il proprio codice etico professionale per vietare ai membri di lavorare alla progettazione di locali in cui si effettuano le esecuzioni, e altri luoghi dove si esercita la tortura, compresi locali carcerari per l'isolamento a lungo termine.
"Ci impegniamo a promuovere la progettazione di un mondo più equo e giusto, che smantelli l'ingiustizia razziale e difenda i diritti umani", ha affermato Jane Frederick, presidente di AIA 2020. “I membri dell'AIA sono tenuti a sostenere la salute, la sicurezza e il benessere del pubblico. Gli spazi per esecuzioni, la tortura e l'isolamento prolungato contraddicono questi valori. Questa decisione sottolinea l'impegno dell'AIA a fare la differenza su questo tema e a sostenere i diritti umani per la nostra società".
Le nuove regole etiche, adottate il 10 dicembre 2020, continuano una tendenza tra imprese e ordini professionali a prendere le distanze dalla pena capitale. "Il mercato sta sempre più rifiutando la pena di morte", ha detto il direttore esecutivo del Death Penalty Information Center Robert Dunham. "Che si tratti di produttori farmaceutici o produttori di azoto che rifiutano di vendere i loro prodotti a carceri statali, o medici, infermieri, farmacisti e ora architetti che affermano che non è etico collaborare alle procedure di esecuzione, sempre più segmenti della società stanno dicendo che non vogliono essere un ingranaggio nella macchina della pena di morte".
Fino al 2019, l'AIA aveva affermato che la progettazione di camere di esecuzione era accettabile nelle giurisdizioni che autorizzavano la pena capitale. La nuova regola, obbligatoria per tutti i membri, spiega: “Progettare spazi destinati a porre fine alla vita umana non è coerente con l'ideale della difesa dei diritti umani. Ciò che è lecito e ciò che è etico sono due questioni separate; agire legalmente potrebbe non equivalere ad agire in modo etico.
Come molte organizzazioni, l'AIA ha iniziato ad esaminare più approfonditamente l'impatto delle sue politiche sulla giustizia razziale alla luce dell'uccisione di George Floyd da parte della polizia e delle conseguenti proteste a livello nazionale. A giugno, Michael Kimmelman, critico di architettura del New York Times, ha esortato l'organizzazione a riconsiderare la politica, scrivendo: "Gli architetti non dovrebbero contribuire con la loro esperienza agli aspetti più eclatanti di un sistema che commette violenze eccezionali contro afro-americani e altri minoranze".
Raphael Sperry di “Architects/Designers/Planners for Social Responsibility” (ADPSR, una associazione non-profit instituita nel 1981) aveva spinto per il cambiamento. "L'architettura è stata storicamente una professione dominata da bianchi, uomini, che ha partecipato a sistemi di oppressione e ingiustizia tra cui la segregazione e l'incarcerazione di massa. Questo cambio di codice è un segno che le cose possono cambiare e che stanno cambiando."
Il divieto di progettare spazi per la tortura potrebbe anche influenzare la progettazione delle strutture del braccio della morte. L'AIA vieta la progettazione di uno spazio destinato alla "reclusione indefinita o prolungata di detenuti per 22 ore o più al giorno senza un contatto umano significativo, per più di 15 giorni consecutivi". Tali condizioni sono state la norma per le persone incarcerate nel braccio della morte per decenni, sebbene gli Stati si stiano allontanando sempre più dall'isolamento obbligatorio per i detenuti nel braccio della morte.
L'AIA ha anche adottato una dichiarazione di posizione che chiede ai suoi membri di promuovere la riforma della giustizia penale e la riabilitazione e "adoperarsi per garantire che i bisogni fisici, la salute, la dignità e il potenziale umano di tutti coloro che entrano in contatto con il sistema giudiziario siano rispettati e abbiano l’opportunità di prosperare."
(Fonte: DPIC, 29/12/2020)
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