NESSUNO TOCCHI CAINO - ELISABETTA ZAMPARUTTI CONFERMATA AL CPT PER SECONDO MANDATO

NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS

Anno 21 - n. 6 - 06-02-2021

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : ELISABETTA ZAMPARUTTI CONFERMATA AL CPT PER SECONDO MANDATO
2.  NEWS FLASH: LA PROVA? IL GUIZZO DELLA MEMORIA DI UN PENTITO
3.  NEWS FLASH: PAZIENTI PSICHIATRICI CHIUSI ABUSIVAMENTE IN CELLA, DRAMMA PER 63
4.  NEWS FLASH: CINA: EX CAPO DELLA HUARONG ASSET MANAGEMENT GIUSTIZIATO PER TANGENTI
5.  NEWS FLASH: PAKISTAN: DUE ASSOLTI IN APPELLO DOPO NOVE ANNI DI BRACCIO DELLA MORTE
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :


ELISABETTA ZAMPARUTTI CONFERMATA AL CPT PER SECONDO MANDATO

Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa mi ha eletta al Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) quale componente per conto dell’Italia.

Questo è il mio secondo mandato che durerà dal 3 febbraio 2021 al 19 dicembre 2023
È stato l'esito felice di un iter lungo, con i suoi ostacoli e le sue avversità. Ho sperato contro ogni speranza. Il Comitato dei Ministri ha compiuto la sua scelta in una terna di nomi trasmessa dalla delegazione italiana all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) a Strasburgo. Per due volte gli organismi del Consiglio d’Europa preposti alla valutazione delle candidature si erano espressi a mio favore. Eppure, per due volte il Ministro degli Esteri Luigi di Maio ha frapposto ostacoli al naturale svolgimento della procedura che vorrebbe confermato il candidato su cui convergono i pareri di questi organismi di valutazione. Tanto più se si tratta del membro uscente per non disperdere l’esperienza acquisita nel corso del primo mandato tenuto conto che il CPT è un organismo tecnico e non politico. Un anno fa, la sua posizione ha avuto ragione su di me nel passaggio al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, salvo che la “sua” candidata una volta eletta non ha accettato l’incarico. Quest’anno però è andata diversamente. Unica donna della terna, sempre prima in ordine di valutazioni convergenti per merito, ho avuto il sostegno del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
Ha convinto #NessunotocchiCaino, ha convinto #Spescontraspem!
Dedico questa successo a Marco Pannella che ha certo messo la sua manona sulla mia testa in questi giorni e a tutti i detenuti, in particolare ai partecipanti ai laboratori “Spes contra spem” che Nessuno tocchi Caino anima nelle carceri di Opera, Parma, Voghera, Rebibbia e Secondigliano.
Un ringraziamento speciale lo rivolgo all’ambasciatore Giulio Maria Terzi, al deputato di En Marche Sandro Gozi, alla deputata Deborah Bergamini, al senatore Roberto Rampi, ad Andrea Nicolosi e a chi con me ha creduto nel bene possibile.
Ringrazio anche tutti coloro che con il loro sostegno e la loro iscrizione hanno dato e danno a Nessuno tocchi Caino la forza ed il senso per andare avanti e cambiare quello che solo apparentemente è immutabile.
Ti invito ad iscriverti per quest’anno, e se lo hai già fatto aiutaci a trovare altri iscritti, per fare del 2021 l’anno della giustizia e della libertà, della speranza contro ogni speranza.

Un abbraccio,

Elisabetta Zamparutti


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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LA PROVA? IL GUIZZO DELLA MEMORIA DI UN PENTITO
 

L’ex governatore della Sicilia Raffaele Lombardo rischia la condanna sulla base di “dicunt”. In un sistema liberale, per finire in galera può bastare che un uomo accusi un altro? Se manca il fatto è un processo medievale: una caccia alle streghe.


Articolo di Antonio Coniglio* e Sergio D’Elia* pubblicato su Il Riformista del 5 febbraio 2021.

Della compresenza di vita e di morte, della luce e del suo passaggio in ombra, del lutto che spesso segue al lusso, hanno scritto grandi pensatori, romanzieri e storici meridionali. Uno dei più sensibili e raffinati tra loro, Gesualdo Bufalino, conterraneo e amico di Leonardo Sciascia, una volta parlò proprio del “luttuoso lusso d’esser siciliani”. La concomitanza di vita e morte, di amore e odio, di chiaro e scuro, di ascesa e caduta, è l’essenza del luogo e dei suoi abitanti. La Sicilia è un caso più unico che raro. Meno che nazione ma più che regione, la Sicilia è un lusso e il suo non è un presidente qualsiasi, è un Governatore. Raffaele Lombardo è uno di questi. O meglio è stato. Fino a quando ai piedi del “vulcano buono”, mentre danzava la lava purpurea e si moltiplicavano i travisamenti, è comparso l’uomo cattivo, un killer di mafia che aveva ammazzato molto. Guardando in televisione i lineamenti saraceni e gli occhi normanni dell’ex governatore, Maurizio Avola si ricordò di lui. Affermò che quell’uomo politico aveva incontrato finanche il boss dei boss: Nitto Santapaola. Correva l’anno 2006 e il racconto, per stessa ammissione di Avola, era riferibile all’inizio degli anni 90. Si può pensare di fare riferimento a fatti di vent’anni prima in uno stato di diritto? Lo si può fare in Italia, dove non c’è più differenza tra il giudice e lo storico o meglio il giudice può anche pensare di scrivere la storia. I pentiti a volte si adeguano a questa ambizione storicistica ed è così che la memoria di Avola, sospesa per vent’anni, incontrò improvvisamente il guizzo dell’illuminazione. Si ricordò del volto del presidente della regione che, nei vent’anni precedenti, era stato appena assessore regionale agli enti locali, europarlamentare, vice sindaco, presidente della provincia di Catania, assiduo frequentatore quotidiano degli studi televisivi. Per Lombardo, da quell’anno duemilasei, il lusso di fare il presidente divenne un “lusso luttuoso” come spesso accade in Sicilia. E accade non per il gioco di un destino cinico e baro, ma per volontà di giocatori cinici e bari, procuratori e collaboratori di giustizia volti non a contrastare il male ma a maledire i cattivi, a ricercare non fattispecie di reato ma tipi d’autore, a perseguire non il fatto successo ma il successo o... l’insuccesso, quello che doveva succedere e non è successo: fare della Sicilia la terra promessa dei mulini a vento e dei treni a vapore. Di Lombardo, subito dopo Avola, si sono ricordati in tanti: uomini di mafia e pentiti della mafia. Poco importa se non esista una sola intercettazione telefonica e ambientale che lo veda protagonista. Conta il “dicunt”, quello di tacitiana memoria, per fare i processi nel nostro paese. Eppure i saggi siciliani ammonivano che la narrazione degli uomini, alla stregua del mare, è “tradimintusa”: può essere ambigua, insincera, a volte tradire. Ancor più se si parla di mafia e pentimenti.
Non ci vuole Alessandro Manzoni per dire che il “torto e la ragione non si dividono mai con un taglio netto”, ma bisogna certamente appellarsi al nipote di Cesare Beccaria e alla sua “storia della colonna infame” per capire che la collaborazione con la giustizia è fondamentale ma non può essere risorsa assoluta ed esclusiva in un processo penale. Esiste una collaborazione che serve alle indagini perché ricostruisce da dentro la mafia, quella di Buscetta e dei primi pentiti per intenderci, i quali – per dirla con Leonardo Sciascia – sono uomini di mentalità intimamente mafiosa impauriti e amareggiati che, vedendo cadere intorno a loro amici e parenti, restituiscono i colpi ricevuti, si vendicano. Di loro, dei “pesci grossi”, che ricostruivano la mafia, lo scrittore di Racalmuto si fidava, li considerava attendibili. C’è un racconto dei fatti accaduti che si accompagna al ravvedimento e ce n’è un altro che è invece calunnia, impostura, alla stregua dei sicofanti che, in Attica, ammazzavano il nemico denunciandolo come ladro di fichi.
Un unico argine ha inventato lo stato di diritto per non edificare nuove colonne infami: mai la parola dei pentiti può costituire l’unico elemento probatorio, mai è possibile condannare se manchi un fatto di reato che prescinda dal loro dire, dal loro verbo che da solo diventa una corsa senza fari nel cuore della notte. Accade invece che, nella città del “Liotro”, si svolga un processo d’appello in cui manca un fatto di reato e questo Raffaele Lombardo, divenuto suo malgrado un tipo d’autore, rischi di essere condannato solo sulla base di un giogo di favella, di semplici racconti e suggestioni, sulla cui base il procuratore generale, pochi giorni fa, ha chiesto la condanna a sette anni e quattro mesi.
Capita per esempio che un soggetto di mafia, D’Aquino, riferisca di aver incontrato un uomo (allora) vicino a Lombardo e di avergli chiesto la promozione in una cooperativa sociale. Quell’uomo vicino a Lombardo è stato assolto, la promozione non è mai avvenuta, ma quelle dichiarazioni hanno assunto rilevanza nel processo a carico dell’ex presidente. I fratelli Mirabile accusano Lombardo di aver avuto rapporti con il boss di Caltagirone Ciccio La Rocca: nelle migliaia di intercettazioni che li vedono protagonisti non viene mai pronunciato il nome Lombardo. C’è poi Paolo Mirabile che racconta di aver incontrato il principe Scammacca, a suo dire proprietario di un maneggio, vestito da cavallerizzo, per chiedergli di intercedere presso Lombardo nientedimeno che per la licenza di una pizzeria. Non solo non c’è traccia dell’incontro ma soprattutto Scammacca (che non è principe) non ha mai avuto a che fare con un cavallo e un maneggio in vita sua.
La trama surreale prosegue. Che dire delle dichiarazioni di un certo Nizza che afferma di aver votato per un giovane vicino a Lombardo? Quel giovane sarebbe il fratello di Lombardo che ai tempi aveva solo 48 anni. In Sicilia si consumano a volte miracoli: si consegna l’elisir di eterna giovinezza. Un altro di nome Digati, mafioso agrigentino, racconta ancora di aver votato il partito di Lombardo sin dal 2000 (quando era in mente dei) onde poi, per il principio aristotelico di non contraddizione, dire di aver sempre votato per forze politiche lontane dal politico di Grammichele. Lombardo avrebbe incontrato a palazzo d’Orleans il pentito Tuzzolino (condannato per diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato e ritenuto di personalità istrionica e inattendibile) ma le telecamere di sorveglianza h 24 dell’edificio non lo hanno mai ripreso. Non c’è traccia ancora del presunto summit di Barrafranca a cui fa riferimento il pentito Caruana. Il figlio del boss Di Dio, ipotet
 ico raccomandato di Lombardo per regolare una situazione debitoria in un consorzio di bonifica, non viene neanche ricevuto dai dipendenti del consorzio. Un certo Squillaci avrebbe sentito dire da La Rocca, nel carcere di Opera ove erano reclusi in sezioni diverse, che questi era preoccupato per Lombardo. Se ciò può assumere rilevanza in un processo penale siamo oltre il teatro dell’assurdo di Beckett.
Altri pentiti, come La Causa, dicono che la mafia avrebbe votato per Lombardo ma non si capisce il quando, il come e il perché. Se la licenza per la pizzeria di Mirabile non è mai arrivata, se la promozione nella cooperativa sociale non è avvenuta, se il figlio di Di Dio non ha mai parlato con il direttore del consorzio di bonifica, se Bevilacqua – altro mafioso chiamato in causa – non è mai riuscito a far assumere una signora all’aeroporto di Catania, se l’appalto della “Tenutella” – altro cavallo di battaglia dell’accusa – non è mai finito nella mani della mafia, è lecito chiedere di cosa viene accusato Lombardo? Per quale motivo quattro “pesci grossi”, capi mafia di blasone, come Ferone (che ammazzò finanche la moglie di Nitto Santapaola), Malvagna, Pellegriti, Di Fazio (rappresentante provinciale della mafia a Catania), appena sentiti dopo l’elezione a presidente della regione, hanno riferito che Lombardo non aveva a che fare con la mafia? Può uno del calibro mafioso di Umberto Di Fazio non aver sentito parlare di Lombardo? L’interrogativo è inquietante: esiste un solo riscontro fattuale delle dichiarazioni che veda la presenza dell’imputato intento a delinquere? In un sistema liberale può bastare che un uomo accusi un altro e che quest’ultimo venga condannato? Se manca il fatto, il processo è medioevale. È il processo alle streghe in cui Caterina, la presunta strega, viene fatta morire, a colpi di tenaglie ardenti, sol sulla base di un’accusa di stregoneria che diventa, vera o no, delazione mortifera. È un sillogismo scriteriato in una Sicilia nella quale spesso – sosteneva Sciascia nel ricordo di Giovanni Falcone – “si nascondono i cartesiani peggiori”. La logica direbbe: se per noi Lombardo è un cattivo, come è stato possibile che non abbia commesso il reato? Il reato è “in re ipsa”: il reato è nell’autore anche se non è autore di reato. Ragionando così, il terreno giudiziario diventa però sicotico o addirittura sifilitico. L’unico rimedio costituzionale hahnemanniano resta il fatto, il fatto di reato. L’unico anticorpo rispetto a una degenerazione terribile e luciferina. Senza ciò, si dà vita a una razionalità, per dirla con gli amici di Leonardo Sciascia, formale e immorale che è piegata a uno scopo abominevole: “mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne”. Il rischio è quello che non si accerti la verità processuale. Che non si “dica” giustizia ma si “faccia” giustizia. Dietro l’angolo non c’è l’Areopago, il tribunale di Atena, ma una carnezzeria, la corte delle Erinni.

* Dirigenti di Nessuno tocchi Caino


PAZIENTI PSICHIATRICI CHIUSI ABUSIVAMENTE IN CELLA, DRAMMA PER 63 

Articolo di Elisabetta Zamparutti pubblicato su Il Riformista del 29 gennaio 2021

Il 21 gennaio, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso un provvedimento cautelare in favore di un paziente psichiatrico da tempo in lista di attesa per il collocamento in una Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) e attualmente detenuto nel carcere di Regina Coeli. I giudici di Strasburgo hanno ordinato al Governo italiano di provvedere all’immediato trasferimento del ricorrente presso una struttura idonea ad assicurargli un trattamento adeguato alle sue condizioni di salute. Non è la prima volta che la Corte europea interviene sul problema delle carenze strutturali di posti nelle Rems. Un provvedimento del genere era stato adottato nell’aprile dello scorso anno a tutela di un giovane affetto da gravi disturbi della personalità, che era detenuto da oltre un anno e mezzo presso un altro carcere romano per indisponibilità di posti nelle Rems, sebbene il giudice penale ne avesse ordinato la scarcerazione, applicando a suo carico la misura di sicurezza.
Entrambi i casi sono ancora all’esame della Corte di Strasburgo, che dovrà ora pronunciarsi sul merito delle violazioni lamentate dai ricorrenti, attinenti al divieto di trattamenti e pene inumani e degradanti e al diritto alla libertà personale. Violazioni che, oltre a essere di particolare gravità, rivelano l’esistenza di un problema strutturale dell’ordinamento italiano, cui nonostante tante belle parole le istituzioni non sono ancora riuscite a porre rimedio. Non si tratta, infatti, di casi isolati. Sono molti i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle Rems, attesa che potrebbe richiedere mesi o addirittura anni. Con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che, invece, dovrebbero essere curati in strutture adeguate.
Stando ai dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), nell’aprile del 2019 i soggetti internati nelle Rems erano 629, mentre quelli in lista d’attesa ammontavano a 642, di cui 63 risultavano detenuti illegittimamente in carcere. Nel febbraio 2020, secondo il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, i soggetti internati nelle Rems erano scesi a 600, quelli in lista d’attesa saliti a 714, quelli detenuti in carcere sempre 63. Nello spazio di un anno la situazione è rimasta pressoché invariata, se non peggiorata. Le lunghe liste d’attesa sono destinate a rimanere tali in mancanza di interventi strutturali volti a incrementare i posti delle Rems. Rendendo così vano il diritto dei pazienti psichiatrici a ricevere cure adeguate alla loro condizione psicopatologica. Nella sua relazione annuale relativa all’anno 2020, lo stesso DAP riconosce candidamente che i soggetti detenuti in carcere in attesa del trasferimento in una Rems sono di fatto ospitati illegittimamente.
Nonostante le denunce, le segnalazioni e gli interventi delle giurisdizioni sovranazionali, le istituzioni italiane non hanno ancora assunto alcuna iniziativa concreta volta a risolvere il problema. Sembra, al contrario, che l’unica preoccupazione delle autorità coinvolte sia quella di giustificare la propria condotta, scaricando sulle altre la responsabilità di quanto sta avvenendo. Quando è evidente che non spetta certo al singolo direttore di un carcere né al giudice di sorveglianza il compito di adeguare le strutture delle Rems in modo che esse possano accogliere tutte le persone bisognose di cure. Così come è altresì evidente che creare poco più di 600 posti nelle Rems non è certo un’impresa titanica per uno Stato come l’Italia. A pagarne le conseguenze sono i soggetti deboli, affetti da gravi patologie psichiatriche e spesso esposti a un serio rischio suicidario. E le vittime già si contano, a partire dal noto caso di Valerio Guerrieri, giovane paziente psichiatrico illegittimamente detenuto in carcere a causa della mancanza di posti nelle Rems il quale, nell’attesa di essere trasferito, si è tolto la vita.
Su questa storia incredibile si sono ora accesi i riflettori di Strasburgo. I ricorrenti sono difesi dinanzi alla Corte europea dagli avvocati Andrea Saccucci, Giulia Borgna e Valentina Cafaro dello studio Saccucci & Partners, leader nel contenzioso dei diritti umani, i quali già annunciano di voler chiedere l’adozione di una sentenza “pilota” per la risoluzione del problema sistemico, oltre che ovviamente un cospicuo risarcimento per le vittime. «La celerità eccezionale con la quale la Corte di Strasburgo ha ritenuto di dare seguito alle nostre istanze – ha dichiarato l’avv. Valentina Cafaro – conferma la rilevanza delle questioni sollevate e la particolare sensibilità del giudice europeo per il problema del trattamento sanitario dei soggetti affetti da psicopatologie. Confidiamo, pertanto, che attraverso la nostra azione lo Stato italiano ponga fine alla detenzione illegittima di pazienti psichiatrici e si impegni in modo concreto per migliorarne le condizioni di vita”.
Per saperne di piu' : https://www.ilriformista.it/pazienti-psichiatrici-chiusi-abusivamente-in-cella-dramma-per-63-192005/?fbclid=IwAR2gVUd_Y2JzdjAJ-1RJDqRbDBYjp890tXk50dlmZehdJ4Yh4PohEV3n6nY

 

CINA: EX CAPO DELLA HUARONG ASSET MANAGEMENT GIUSTIZIATO PER TANGENTI

L'ex capo di una società di gestione patrimoniale statale cinese è stato giustiziato il 29 gennaio 2021 con l'accusa di aver accettato tangenti in un recente caso di corruzione.
Lai Xiaomin della China Huarong Asset Management Co., è stato tra le migliaia di funzionari riconosciuti colpevoli in Cina nella lunga campagna anti-corruzione guidata dal presidente Xi Jinping.
Lai, 58 anni, è stato giustiziato da un tribunale di Tianjin, a est di Pechino, ha comunicato il governo.
Il Secondo Tribunale Intermedio del Popolo di Tianjin aveva stabilito all’inizio di gennaio che la condanna a morte fosse giustificata dal momento che Lai aveva preso tangenti "particolarmente ingenti" per realizzare investimenti, offrire contratti di costruzione, assegnare promozioni e fornire altri favori.
Lai avrebbe accumulato 1,8 miliardi di yuan (260 milioni di dollari) in un decennio, ha detto il Tribunale. Una delle tangenti avrebbe superato i 600 milioni di yuan (93 milioni di dollari). Era stato anche condannato per l’appropriazione indebita di oltre 25 milioni di yuan (4 milioni di dollari) e per aver formato una seconda famiglia mentre era ancora sposato con la sua prima moglie.
Lai "ha messo in pericolo la sicurezza e la stabilità finanziaria nazionale", è scritto sul sito della TV di Stato.
La condanna a morte "è stata una sua responsabilità, e se lo meritava", ha detto un commentatore.
Lai era stato posto sotto inchiesta dall'organismo di controllo anti-corruzione del Partito Comunista nel 2018 ed espulso dal Partito in seguito, nello stesso anno.
Lai era stato anche accusato di sperperare denaro pubblico, organizzando banchetti illegalmente, intrattenendo rapporti sessuali con più donne e di aver preso tangenti, aveva detto l'agenzia anti-corruzione nel 2018.
Gli investigatori hanno sequestrato centinaia di milioni di yuan (decine di milioni di dollari) in contanti dalle proprietà di Lai, secondo quanto riportato dalla rivista cinese di notizie economiche Caixin nel 2018.
(Fonti: Ap, 29/01/2021)


PAKISTAN: DUE ASSOLTI IN APPELLO DOPO NOVE ANNI DI BRACCIO DELLA MORTE 

L'Alta Corte di Lahore (LHC), in Pakistan, il 27 gennaio 2021 ha assolto due persone che hanno trascorso nel braccio della morte nove anni in relazione a degli omicidi. La Corte ha assolto i due detenuti per mancanza di prove solide contro di loro.
I giudici dell’Alta Corte Sadaqat Ali Khan e Shehram Sarwar Chaudhry hanno assolto Imran Javed e Niamat Ali, accogliendo il loro appello contro le condanne a morte emesse dal tribunale di grado inferiore.
La polizia di Balochini a Faisalabad registrò una denuncia contro loro due e altri il 4 ottobre 2011 in relazione agli omicidi di Muhammad Gulzar, Muhammad Irshad, Babar Ali, Nazir Hussain e un’altra persona.
Imran Javed e Niamat Ali erano stati riconosciuti colpevoli di aver ucciso le vittime che si stavano recando al tribunale distrettuale su un "tanga" (calesse).
(Fonti: The Nation, 28/01/2021)






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