"Questa terra così gentile" di William Kent Krueger (Neri Pozza, traduzione di Alessandra Petrelli)
Se amate Huckleberry Finn, Furore, Fargo, i fiumi, l'Odissea e provate ribrezzo per il genocidio perpetrato ai danni dei Nativi americani e per i progetti assassini di assimilazione ai loro danni (quelle scuole salite alla ribalta negli scorsi mesi in Canada) e per le carceri e se vi sentite ancora, come lo ero io, un bambino o una bambina o un animale che non ce la fanno a sopportare le regole, la scuola, i soprusi degli adulti, le ingiustizie allora "Questa terra così gentile" di William Kent Krueger (Neri Pozza, traduzione di Alessandra Petrelli). Leggetelo se siete in cerca di una bella, e apparentemente semplice, storia che mescola avventura e storia, violenza e Giulietta e Romeo, realismo e magia. Dentro ci troverete una voce narrante bellissima, quattro ragazzini che scappano da una terribile scuola di rieducazione per Nativi dove si perpetra ogni genere di violenza: due fratelli bianchi che ci sono finiti dopo la morte del padre (Odie e Albert), Mose che è stato strappato alla sua famiglia Sioux e al quale hanno tagliato la lingua e Emmy, la figlia dell'insegnante di economia domestica, con un dono speciale. Loro quattro fuggono perché devono fuggire. Fuggono da una scuola prigione, da un futuro inesistente, da giornate scandite da fame/punizioni/lavoro durissimo. Fuggono perché hanno (forse) ucciso per difendere se stessi e i propri amici. Fuggono perché vogliono tornare a casa. Fuggono perché vogliono riprendersi se stessi. Fuggono perché ci sono i morti dentro le loro menti. Fuggono immergendosi in una massa di diseredati, di poveri, di senza casa. Fuggono incontrando sante, ubriaconi, uomini e donne che hanno perso tutto, braci accese, donne da amare. Fuggono facendosi mordere da serpenti, diventando miracolo. Fuggono su un fiume avvelenato dalla Civilizzazione. Fuggono in cerca di una boccata d'ossigeno e di nuovi nomi e di nuove parole. Fuggono mentendo e spostando il futuro. Fuggono regalando soldi e canzoni e storie. Fuggono cercando Dio, scontrandosi col Dio Tornando, seppellendo ossa.
Avevo bisogno di un romanzo come questo. Che riannodasse dentro di me alcune storie perdute. Che mi consolasse. Che accarezzasse i ricordi di mia madre. Che mi facesse sentire ancora quel bambino ribelle che sono stato e che non ha mai sopportato la scuola e ha invece amato i fiumi e i laghi e le barche. E che mi ricordasse di quanto lessi a proposito di ciò che accadde ai Sioux Santee del Minnesota.
Forse cede un po' nel finale questo romanzo per la sua voglia di riannodare tutti i fili della storia ma ho ancora addosso, non nelle orecchie ma proprio addosso, il suono dell'armonica suonata da Odie, la voce narrante del romanzo, e i silenzi di Mose, i silenzi pieni di dignità e bellezza e ribellione di un popolo come quello Sioux condannato all'estinzione, e i rantoli di dolore di Emmy e la voglia di Albert di difendere tutti e tutte dall'alto della sua presunta maturità.
Emozionante, commovente, delicato.
Ecco, dimenticavo, ha il suono di un fiume questo romanzo.
Che vi porta via lontano e vicino.
Magari non è il Mississippi ma solo il fiumiciattolo che scorre a pochi metri da casa vostra.
Tocca a voi ascoltarlo.
Lo sapete dove sta, vero?


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