Nessuno Tocchi Caino - SRI LANKA, IL PRESIDENTE SBARRA LE PORTE AL BOIA: 'NON FIRMERÒ CONDANNE'

Nessuno tocchi Caino News

Anno 22 - n. 33 - 10-09-2022

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : SRI LANKA, IL PRESIDENTE SBARRA LE PORTE AL BOIA: 'NON FIRMERÒ CONDANNE'
2.  NEWS FLASH: CARO DOTT. CAPECE, IN CARCERE NON CI SONO BUONI CONTRO CATTIVI
3.  NEWS FLASH: GAZA: HAMAS GIUSTIZIA CINQUE PALESTINESI, INCLUSI DUE PER ‘COLLABORAZIONE’ CON ISRAELE
4.  NEWS FLASH: SOMALIA: QUATTRO GIUSTIZIATI DAL GOVERNO DEL SOMALILAND E CINQUE DA AL-SHABAAB
5.  NEWS FLASH: VIETNAM: DUE CONDANNATI A MORTE PER DROGA PARTY IN OSPEDALE
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : NAPOLI: SABATO 17 SETTEMBRE ASSEMBLEA DI NTC CON RITA BERNARDINI


SRI LANKA, IL PRESIDENTE SBARRA LE PORTE AL BOIA: 'NON FIRMERÒ CONDANNE'
Sergio D’Elia su Il Riformista del 9 settembre 2022

Avvocato di professione da quando l’antica colonia britannica era conosciuta come Ceylon, parlamentare in servizio permanente effettivo dalla metà degli anni 70, sei volte primo ministro in 45 anni di carriera, nel giro di pochi giorni, Ranil Wickremesinghe è diventato Presidente dello Sri Lanka. Il suo predecessore, Gotabaya Rajapaksa, si era dimesso ed era fuggito alle Maldive a metà luglio dopo mesi di proteste di massa per la crisi economica dell’isola. Dopo una settimana, Wickremesinghe era già Capo dello Stato, eletto grazie al voto segreto del Parlamento con 134 voti su 225 parlamentari. E ora, se non l’ammazzano, guiderà il Paese fino al 2024. Ma le proteste non sono finite con la fuga dal Paese dell’ex Presidente. Il nuovo è partito subito con il piede sbagliato. Ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale con l’unico risultato di vederlo sfidato da migliaia di manifestanti che hanno prima dato alle fiamme la sua residenza privata e poi hanno preso d’assa
 lto il suo ufficio nella capitale, Colombo.
L’immagine del nuovo Presidente non è mai stata delle migliori dentro e fuori il Paese. Nel 1994 è diventato leader dello United National Party quando il suo capo è stato ucciso dalle Tigri Tamil. Lui stesso è scampato per un pelo a un tentativo di omicidio quando una bomba è esplosa durante una riunione nella città di Eppawala. Wickremesinghe ha cercato di migliorare l’immagine del suo partito nominando una commissione disciplinare per sbarazzarsi dei membri corrotti. Ha cercato anche di cambiare la sua immagine personale con vari tagli di capelli per darsi un aspetto più attraente. Era di nuovo primo ministro quando la domenica di Pasqua del 2019 è stata insanguinata da attentati che hanno ucciso almeno 250 persone. Nelle ultime elezioni, il suo UNP è stato quasi spazzato via, riuscendo a mettere insieme un solo seggio, da lui occupato, quale unico rappresentante in parlamento.
Appena nominato Presidente ad interim, ha fatto l’uomo forte istituendo un nuovo comitato guidato dai capi dell’esercito e della polizia per “fare tutto ciò che è necessario” per ristabilire l’ordine. Ma la vera forza l’ha mostrata i primi di settembre quando ha fatto la prima cosa giusta da Presidente in carica a tutti gli effetti. La Corte suprema era riunita per discutere diverse istanze sui diritti fondamentali depositate per chiedere l’annullamento di una decisione presa dall’ex presidente Maithripala Sirisena nel 2019 di giustiziare quattro imputati condannati a morte per traffico di droga. Senza mezzi termini, tramite il ministro della giustizia ha informato la più alta giurisdizione del Paese che non avrebbe mai firmato condanne a morte.
Sarebbe stato un clamoroso passo indietro nella storia dello Sri Lanka dove i tribunali hanno continuato a condannare a morte per crimini gravi come omicidio, stupro e traffico di droga, ma dal 1976 non sono state mai effettuate esecuzioni. Diverse organizzazioni, tra cui l’Associazione degli avvocati dello Sri Lanka, il Center for Policy Alternatives e l’Organizzazione per la protezione dei prigionieri, avevano presentato queste petizioni sui diritti fondamentali alla Corte Suprema contro la decisione dell’ex presidente. Il ritorno all’uso della forca dopo quasi mezzo secolo avrebbe minato l’ordine pubblico del paese e i principi fondamentali del diritto internazionale.
Lo Sri Lanka è famoso per le sue antiche rovine buddiste. Il buddismo è la religione predominante del Paese insieme all’induismo. Poi viene il cristianesimo. Il Capo dello Stato è un buddista, ma è stato il primo a raccogliere la preghiera del Capo della Cristianità. Con le intenzioni di preghiera per il mese di settembre, papa Francesco ha ribadito l’inammissibilità della pena capitale. “È moralmente inadeguata. La società non deve privare chi ha commesso un crimine della possibilità di redimersi”. Francesco ha chiamato i cristiani a una mobilitazione spirituale collettiva, per far sì che in tutti i Paesi del mondo sia sradicata questa sanzione penale che – ha detto – “non offre giustizia alle vittime, ma alimenta la vendetta”.
Il primo “cristiano” ad accogliere l’appello di Francesco è stato un buddista. Il Presidente dello Sri Lanza, Ranil Wickremesinghe, un “poco di buono” che il primo settembre ha fatto una cosa buona. Ha messo le mani avanti, ha preso carta e penna e ha scritto alla Corte suprema: finché sarò Capo dello Stato non sarò mai capo dei boia.
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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

CARO DOTT. CAPECE, IN CARCERE NON CI SONO BUONI CONTRO CATTIVI
Maria Brucale su Il Riformista del 9 settembre 2022

Caro dottor Capece, il carcere è un mondo difficile, di straordinaria complessità, quella che connota le innumerevoli sfaccettature dell’essere umano. Non è un luogo all’interno del quale si contrappongono buoni e cattivi, diritti tutelabili e diritti da calpestare. È, soprattutto, un luogo che appartiene alle istituzioni e le rappresenta, un pezzo dell’ingranaggio chiamato Stato, all’interno del quale le esigenze di sicurezza dei cittadini, tutti, anche quelli reclusi, devono essere curate affinché la società sia più ordinata, sicura. È, ancora, un luogo dove le persone che hanno commesso reati espiano una pena che deve essere utile a reintrodurle produttivamente nel consesso civile. È, infine, un luogo dove talvolta, non così raramente, sono private della libertà in attesa di giudizio persone che verranno assolte da tutte le accuse, che patiranno un’ingiusta interruzione di vita e subiranno le tragiche conseguenze del disdoro e della mutilazione di relazioni co
 nnesse alla reclusione.
È, quindi, necessario che ci si doti di risorse umane e materiali dentro e fuori le carceri che consentano a ogni persona che voglia riabilitarsi di poterlo fare senza subire la violenza di una punizione fine a sé stessa che sottrae dignità, priva di autonomia di pensiero e azione, lede il decoro del vivere, annienta gli affetti, nega la speranza. Non possiamo entrare nel cuore e nella mente di chi ha sentito che la propria esistenza non avesse più nulla da offrire, di chi ha pensato che la morte fosse la sola occasione di sollievo per sé e per i propri cari. Sappiamo però che il disinteresse della collettività per la persona che finisce nel circuito stigmatizzante del carcere determina una percezione di abbandono che può risultare insuperabile. Sappiamo che il carcere impone un marchio di infamia indelebile che scalfisce la credibilità personale e pregiudica il ritorno al mondo del lavoro. Che in carcere manca tutto quello che dovrebbe esserci, che la comunità penitenziari
 a tutta vive in disperante disagio.
Tutti – agenti, educatori, personale sanitario e amministrativo – patiscono il disinteresse dello Stato e una carenza endemica di risorse. Sono assurde, insensate, nocive le contrapposizioni. Ci dice, dott. Capece, che gli agenti di polizia penitenziaria “nel solo primo semestre 2022 hanno sventato 814 tentativi di suicidio da parte di altrettanti detenuti”. Certo, a loro va tutta la nostra gratitudine perché esercitano la professione in condizioni lavorative estremamente penalizzanti, ma il dato su cui tutti, insieme, dobbiamo soffermarci è che 814 persone fossero arrivate a decidere che per loro ogni speranza fosse inutile, morta. La sicurezza sociale passa per il benessere delle persone che stanno in carcere, tutte, quelle che espiano la loro pena, quelle che lo Stato pone quali custodi e garanti che quella pena sia orientata ai suoi scopi costituzionali. Il benessere del carcere inteso come comunità e come parte integrante dello Stato è possibile solo se ogni suo anel
 lo è coeso saldamente a tutti gli altri.
L’azione politica nonviolenta di Rita Bernardini, Presidente di Nessuno tocchi Caino, di quanti di noi la sostengono con il digiuno a staffetta è tesa proprio al recupero della tenuta sociale, è rivolta alle Istituzioni perché attraverso segnali di ristoro dimostrino in concreto alla comunità penitenziaria tutta l’interesse dello Stato e il proposito di includere finalmente quella comunità negletta tra gli obiettivi politici. È chiaro che senza riforme strutturali e senza aiuti adeguati il problema non può essere risolto. Se amnistia e indulto non sono obiettivi perseguibili nell’immediato, va detto però che le situazioni di emergenza a volte richiedono provvedimenti di urgenza tesi a ridimensionare la portata di fenomeni drammatici, ingovernabili e insopportabili in uno Stato di Diritto. Bisognerebbe anche guardare alla realtà e vedere, ad esempio, che i tribunali non sono in grado di gestire il carico processuale che hanno e rinviano a tempi lontanissimi la trattazio
 ne dei processi relativi ai reati più gravi comportando di fatto la malagestio della giustizia, la disattenzione alle attese di chi l’ha invocata, l’impossibilità di pervenire a pene giuste perché inflitte quando hanno ancora una utilità sociale, quando ancora la persona che ha commesso il reato può percepire il senso dell’impeto punitivo dello Stato. Certezza della pena è concetto completamente travisato. Il senso di questa espressione è una pena mite, coerente alla gravità del reato, dinamica, non fissa, che assecondi il fine di un rientro nella vita libera. Nessuno tocchi Caino vuole oggi con il digiuno di Rita e da sempre con la sua azione politica unicamente che sia rispettata la legge nelle carceri e che ogni diritto umano trovi nello Stato il giusto ristoro e la giusta attenzione.
 
CINQUE PALESTINESI, INCLUSI DUE PER ‘COLLABORAZIONE’ CON ISRAELE
Il movimento di Hamas, che governa la Striscia di Gaza, il 4 settembre 2022 ha giustiziato cinque palestinesi, inclusi due per “collaborazione” con Israele.
Lo ha reso noto la stessa organizzazione islamista. Si tratta delle prime condanne a morte eseguite nell'enclave costiera da più di cinque anni.
"Domenica mattina, le condanne a morte sono state eseguite nei confronti di due condannati per collaborazione con l'occupazione [Israele] e di altri tre in procedimenti penali", ha affermato Hamas in una nota.
La dichiarazione continua sostenendo che agli imputati era stato precedentemente concesso "il pieno diritto di difendersi".
Il ministero dell'Interno di Hamas ha fornito le iniziali e gli anni di nascita dei cinque palestinesi giustiziati, ma non ha fornito i loro nomi completi.
I due giustiziati per collaborazione con Israele erano nati nel 1978 e nel 1968, si legge.
Il più anziano dei due era residente a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
Era stato condannato per aver fornito a Israele nel 1991 "informazioni sugli uomini della resistenza, la loro residenza... e l'ubicazione delle piattaforme di lancio dei razzi", ha detto Hamas.
Il secondo era stato condannato per aver fornito a Israele nel 2001 informazioni "che hanno portato all’individuazione e al martirio di cittadini" da parte delle forze israeliane, aggiunge la dichiarazione.
Gli altri tre giustiziati erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio.
Hamas ha condannato a morte numerose persone negli ultimi anni per “collaborazione” con Israele, ma le esecuzioni di domenica 4 settembre sono state le prime da maggio 2017.
(Fonti: Aljazeera, 04/09/2022)

SOMALIA: QUATTRO GIUSTIZIATI DAL GOVERNO DEL SOMALILAND E CINQUE DA AL-SHABAAB
Nove persone sono state giustiziate di recente in Somalia, in due casi distinti.
Il governo del Somaliland il 6 settembre 2022 ha giustiziato quattro persone che erano state in precedenza riconosciute colpevoli di omicidio. Un quinto omicida si è invece salvato dall’esecuzione all’ultimo minuto.
Un plotone di tiratori ha fucilato i condannati a Mandheera, nella regione del Sahel, la mattina presto.
Il Somaliland è di fatto uno Stato nel Corno d’Africa, considerato a livello internazionale come facente parte della Somalia.
Tra i quattro giustiziati figurano due ufficiali dell'esercito nazionale del Somaliland, uno dei quali un tenente colonnello.
Il tenente colonnello era stato ritenuto colpevole di aver ucciso una giovane donna alle dipendenze del governo.
All’origine dell’omicidio ci sarebbe il fastidio provocato dalla donna che parcheggiava la propria auto davanti all’abitazione del militare, ad Hargeisa, capitale del Somaliland.
L'altro ufficiale aveva sparato numerosi colpi contro il proprio comandante, a seguito di una rigida azione disciplinare che l'ufficiale in comando aveva deciso nei suoi confronti.
Un quinto uomo che era stato condannato a morte si è invece salvato dalla fucilazione.
Pur essendo stato riconosciuto colpevole di omicidio, l’uomo è stato slegato in extremis dal palo a seguito di un accordo raggiunto tra le due famiglie dell'ucciso e dell'omicida.
Il gruppo islamista Al-Shabaab il 4 settembre ha giustiziato cinque uomini nella città di Jilib, nella regione somala del Medio Jubba, accusandoli di aver passato informazioni allo US Africa Command, un team che lavora a stretto contatto con l'Esercito Nazionale Somalo [SNA] e altre forze militari alleate.
Non è la prima volta che i miliziani prendono di mira persone ritenute spie degli Stati Uniti e del governo della Somalia.
Jilib è il quartier generale ufficiale del gruppo legato ad Al-Qaeda e risulta difficile per le forze di sicurezza liberare la città dai miliziani.
Fonti affermano che le esecuzioni sono avvenute il 4 settembre, tuttavia Al-Shabaab
non ha presentato alcuna prova relativa alle accuse di spionaggio.
Di solito, i miliziani non danno alcuna opportunità agli imputati di difendersi attraverso degli avvocati.
(Fonti: Garowe online, 05/09/2022; MENAFN- SomTribune, 06/09/2022)

VIETNAM: DUE CONDANNATI A MORTE PER DROGA PARTY IN OSPEDALE
Due persone sono state condannate a morte il 31 agosto 2022 ad Hanoi, in Vietnam, per aver organizzato feste con consumo di droghe e venduto/detenuto stupefacenti all'interno di un ospedale psichiatrico.
Nguyen Xuan Quy, 39 anni, è stato condannato alla pena capitale per aver immagazzinato, favorito l'uso e venduto stupefacenti. Anche il suo complice Nguyen Van Ngoc è stato condannato a morte per aver favorito l'uso e venduto droghe, come stabilito dalla Corte del Popolo di Hanoi.
Nello stesso caso, altri quattro imputati, Nguyen Cong Thuong, Nguyen Trung Nguyen, Le Hoang Hai e Bui Chi Hai, hanno ricevuto pene detentive da 7,5 anni all'ergastolo.
I pubblici ministeri hanno affermato che a Quy era stato precedentemente diagnosticato un disturbo mentale e che ora è in uno stato stabile. Secondo le autorità, all’epoca del reato Quy aveva abbastanza controllo sui propri comportamenti oltre che consapevolezza, per cui è stato processato normalmente.
Quy e i suoi complici avrebbero immagazzinato, usato o venduto oltre 15 kg di sostanze al National Mental Hospital 1, hanno detto i pubblici ministeri.
Alla fine del 2020, Quy avrebbe installato nella sua stanza d'ospedale altoparlanti, luci stroboscopiche e dispositivi simili per organizzare droga party. Avrebbe anche invitato diversi tossicodipendenti in ospedale per comprare e vendere droga.
Da marzo 2021, Quy avrebbe incaricato Ngoc, Thuong e Xuyen di consegnare droghe, pagando loro 1 milione di Dong (42,62 dollari Usa) ogni volta e consentendo loro di consumare droghe gratuitamente.
Avrebbe anche dato a Do Thi Luu, ex capo dipartimento dell'ospedale, 10 milioni di Dong ogni mese e organizzato feste con droga con i dipendenti Nguyen Anh Vu, Nguyen Minh Hue e Bui Thi Hat.
I complici di Quy sono stati arrestati dalla polizia mentre vendevano droga nel distretto di Thuong Tin il 20 marzo 2021. La stanza di Quy è stata scoperta dalle autorità lo stesso giorno.
(Fonti: e.vnexpress, 31/08/2022)

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I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA


NAPOLI: SABATO 17 SETTEMBRE ASSEMBLEA DI NTC CON RITA BERNARDINI
BASTA MORTE PER PENA!
Assemblea di Nessuno tocchi Caino con Rita Bernardini in sciopero della fame per l’umanità e la civiltà nelle carceri.
Sabato 17 settembre, ore 9,30 – 14,30.
c/o Proodos, Via Benedetto Brin, 2 (Stazione Napoli Gianturco)
Diretta su Facebook, YouTube, Radio Radicale

 

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