Intorno a "Black Tulips" di Vitaliano Trevisan (Einaudi) e alle prostitute
“Scoprire, come ho “scoperto”, che la prospettiva è un'invenzione è stato insieme un sollievo grandissimo, un'esauriente “spiegazione”, e una chiave.
Sollievo fisico – come aver tolto un paio di occhiali che fin da piccoli, ci era stato imposto di portare, e a cui, malgrado fossero sbagliati, ci eravamo abituati. Una volta tolti, niente più mal di testa. Per un periodo, un continuo senso di squilibrio, di stornità, di leggera sbornia. Cambiare sistema operativo di punto in bianco non è uno scherzo.
Me lo ricordo quel giorno, quel momento, in cui, camminando nel bosco con il cane Dean, mi resi conto che vedevo sia il bosco che l'albero. Bell'inizio. Potrei farne ad vomitum. Ma il fatto è che, come per tutti i cambiamenti radicali, quell'accadere improvviso, quando non dovuto a incontrollabili fattori esterni come malattie e/o catastrofi varie, è frutto di una spinta che parte da lontano, così che la diga, prima di cedere, si crepa, si fessura, e l'acqua, obbedendo, pur ignorandole, alle leggi della fisica, penetra i bordi catastrofici del manufatto – perché è lì, nel bordo, che la catastrofe giace, apparentemente inerte, ma vigile; una volta attaccato e penetrato il bordo, il cedimento, che può verificarsi anche dopo anni, non è che il risultato finale, eclatante, del disastro di cui è insieme riassunto ed emblea. Nel nostro caso, come sia andata so poco. Forse un ramo intuito all'ultimo momento. Di riflesso, uno scarto. Gli occhiali cadono. Quando me ne accorgo, siamo già lontani.” (pp. 56-57)
Mi aspettavo molto ma molto di più da “Black Tulips” (Einaudi) romanzo a cui stava lavorando Vitaliano Trevisan prima di suicidarsi. Sarebbe stato un straordinario romanzo sulla prostituzione, sulla relazione fra cliente e prostituta, lontano da stereotipi e preconcetti, da un moralismo e un perbenismo sempre più asfissianti e invece, sempre premettendo che è un romanzo “interrotto”, il romanzo funziona poco quando vuole unire il viaggio nel cuore di tenebra dell'autore in Nigeria per aprire un commercio di parti di auto usate con l'appoggio di una prostituta che frequentava e le sue esperienze come cliente e con quel fluire di pensieri che sono tipici di Trevisan. Se le sezioni con le prostitute sono molto belle, interessanti (salvo alcune considerazioni dell'autore che non mi trovano d'accordo ma che non mi sono poi stupito tanto di aver trovato, tipo la bordata su Genitore 1 e Genitore 2, contro l'educazione sessuale a scuola o la liberalizzazione della prostituzione), commoventi e lancinanti le sezioni dedicate al viaggio in Nigeria mi hanno annoiato parecchio e non hanno saputo restituirmi odori, ferite, contraddizioni di un mondo tanto lontano, complicato e che guardiamo sempre e soltanto con gli occhi del bianco.
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È tutta una vita che giro intorno alle prostitute. Da piccolo c'era Gianna, una prostituta bellissima e amica dei miei genitori, che mi prendeva in braccio e mi stropicciava sempre i capelli quando la incontravo nel bar vicino casa. Mi offriva un gelato, due monete per giocare al flipper. Ho saputo solo anni dopo che era anche una tossica. Quando l'ho rivista ormai viveva di sussidi dello stato, imbottita di farmaci ma quando riconobbe sbocciò in lei lo stesso sorriso che aveva negli anni '80. Le ho sempre viste le prostitute perché ogni volta che prendevamo la superstrada per andare a Lecco o Milano le vedevi in attesa a tutte le uscite e i bidoni di notte illuminavano i loro corpi seminudi. Capitava poi che quando si prendeva il sentiremo che portava dalla stazione ferroviaria fino al mio quartiere trovavi una macchina parcheggiava in uno spiazzo con una prostituta che faceva sesso con un cliente e noi ragazzini ci appostavamo nell'erba alta a spiare quanto accadeva. Una volta ci ho visto pure mio zio scopare con una prostituta grassissima. Erano fuori dalla macchina e lui la scopava a pecorina. Sembrava molto felice. Ho avuto per tanti anni la tentazione di andarci, lo ammetto, di provare ad andare con una prostituta. Non mi vergogno a dirlo. Una volta, a Milano, ci andai vicino. Ero andato a un concerto, venerdì sera, il giorno dopo non avrei lavorato e non avevo nessuna voglia di tornare a casa. I miei erano via e mia sorella impegnata in qualche scavo. Il locale non era molto distante da una zona piena di prostitute e ricordo che mi avvicinai a una che sembrava una slava, mora, viso delicato. Le offrii una sigaretta e lei mi chiese Se volevo scopare e si abbassò la canottiera mostrandomi un seno bellissimo. Poi però le chiesi, Ti va se ti offro qualcosa da mangiare? E la ragazza mi disse Niente scopare? No. E allora vaffanculo! e se ne andò sculettando sui tacchi altissimi.
Sto in un paese dove la prostituzione è legalizzata e nel palazzo qualche anno fa viveva una prostituta rumena molto bella, piccolina, volto quasi orientale, un gran bel culo. Aveva il turno di lavaggio prima del nostro e quando magari si prendeva in ritardo e non ritirava i suoi vestiti dal locale mi veniva sempre da ridere guardando cos'aveva steso.
Ci ho parlato parecchie volte e mi diceva che non le andava per niente di lavorare in fabbrica o di fare le pulizie e preferiva prostituirsi. Aveva un obiettivo: mettere da parte abbastanza soldi per aprire un negozio di parrucchiera ed estetista in Italia. Quando se ne è andata ha regalato alla mia compagna un'orchidea che non poteva portare via con sé.
Le casalinghe del palazzo, la brave madri e padri di famiglia ci guardavano sempre storti a me e la mia compagna quando ci vedevamo parlare e sorridere con lei.
Mio padre mi ha raccontato che per qualche mese nel nostro albergo/ristorante di famiglia mio nonno accettò di ospitare a pensione una prostituta, figlia di una persona di sua conoscenza, con la promessa che non avrebbe mai portato clienti in stanza. Il ristorante era molto frequentato dagli industriali della zona e quando vennero a sapere che c'era una prostituta nello stesso posto dove loro se la spassavano si lamentarono con mio nonno. Lui difese la sua scelta fino alla spasimo fino a quando la donna andò da mio nonno e gli disse che aveva capito cosa stava accadendo e che preferiva trovare un altro posto. Sorrise perché tutti sapevano che quegli industriali avevano l'amante, andavano a prostitute e uno di loro proprio con lei.


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