Due righe su "The Black Album" di Hanif Kureishi (Bompiani, traduzione di Alberto Pezzotta)

 

I suoi amici raccontavano parabole sull'origine di ogni cosa, su come Dio voleva che vivessero, su quello che sarebbe loro capitato dopo la morte, e sul perché venivano perseguitati in questa vita. Erano storie antiche e preziose se non che, oggi, rischiavano facilmente di essere ridicolizzate da racconti più dimostrabili, che forse rendevano ancora più convinti coloro che si attenevano a quel passato. Il problema era che, quando stava con i suoi amici, Shahid sentiva di dover obbedire alle loro storie. Ma quando camminava per strada, come qualcuno appena uscito da un cinema, trovava la realtà molto più sfumata e irriducibie. Sapeva anche che tali storie erano state inventate dall'uomo; e non potevano essere o false, essendo prove della più splendidata e inaffidabile delle facoltà umane, l'immaginazione, quella che Blake chiamava “il corpo divino presente in ogni uomo”. Eppure i suoi amici non avrebbero ammesso che l'immaginazione avesse a che fare anche solo lontamente con l'insieme delle loro credenze, se non volevano contaminare tutto e rendere le loro convinzioni umane, estetiche e fallibili. D'altra parte Shahid vedeva dove aveva sbagliato Brownlow. L'essenziale non stava nella verità o nella falsità della fede, nella sua dimostrabilità, ma nel fatto di unirsi agli altri. Durante quei giorni di guardia aveva notato quanto fossero divise le razze. I ragazzini neri se ne stavano per conto loro, i pakistani frequentavano solo i loro simili, gli animali si riconoscevano lontano un chilometro, e lo stesso i bianchi. Anche se non c'era ostilità esplicita tra i vari gruppi (e comunque ce n'era molto sotterranea: sua madre, per esempio, faceva spesso commenti sulla scarsa voglia di lavorare dei neri, mentre venerava i borghesi bianchi), non c'era mescolanza. Sarebbero cambiate le cose? Perché avrebbero dovuto? Una minoranza ci stava provando, ma il pianeta non si stava dividendo in tribù religiose e politiche? Le divisioni venivano date per scontate, ognuno coi suoi. Ma dove avrebbero portato, se non a nuove forme di guerra civile?

Più concretamente, se ognuno si identificava tanto gelosamente col proprio gruppo, a quale apparteneva Shahid?” (pp. 134-135)

Quanti anni sono trascorsi dalla pubblicazione di “The Black Star” di Hanif Kureishi (Bompiani, traduzione di Alberto Pezzotta). Quanto sono invecchiato. Era il 1995 e oggi non ha perso nulla della sua freschezza, del suo sguardo quasi profetico questo romanzo che racconta le tragicomiche gesta di Shahid (un giovane pakistano studente universitario proveniente da una famiglia che da anni residente in Inghilterra) ambientate nella Londra del 1989, post caduta del Muro, scossa dalla condanna a morte di Salman Rushdie, spettrale, violenta, buia eppure calda di una vita notturna luminosa. 

Shahid, perdutamente innamorato e ricambiato della incredibile professoressa Osgood, ambisce a diventare uno scrittore, a liberarsi dal giogo di una famiglia che ha prefigurato per lui una carriera gloriosa da perfetto inglese dedito alla scalata sociale e all'edonismo sfrenato ma che finisce, per debolezza e per un cuore pieno di dubbi, irritetito dalle gesta e dalle idee di un gruppo di amici fondamentalisti islamici e anche travolto dal declino del fratello maggiore, Chili, ormai un tossico a tutti gli effetti.

Kureishi è davvero straordinario nel mantenere un equilibrio perfetto fra tutte queste storie che si intrecciano restituendoci il dramma ma anche le gioie e le passioni di un giovane pakistano che anche se inglese rimane ancora agli occhi di molti ma anche di se stesso un immigrato, un pezzente, uno schifoso e se Shahid, pur riflettendo amaramente sui limiti e le tragedie del modello occidentale liberale e sul razzismo che permea tutta la società, riesce a conservare la voglia e la passione di far parte di questo mondo cosi' tanto criticato ma ancora garante di libertà impensabili in altre parti del mondo, di non cedere alle sirene dell'integralismo, dell'odio opponendo al dolore la forza travolgente della letteratura, del sesso e dell'amore, ecco che intorno a lui altri giovani, feriti nell'animo e senza alcuna prospettiva, trovano nel fondamentalismo la sola ragione di esistenza, una casa accogliente capace di dar voce al proprio malessere fino a spingerli a sacrificare la propria vita per trovare quel Paradiso in cielo tanto promesso da tutti su questa terra.

Quando l'ho terminato mi sono venute le lacrime. 

Ho pensato alla Londra del 1997 che mi ha travolto l'esistenza e a tutto quello che è successo in questi anni, alle tragedie accadute, agli attentati londinesi, all'11 settembre, alle stragi compiute dall'ISIS, a quegli splendidi romanzi che sono Denti bianchi e Brick Lane, a Ayaan Hirsi Ali, a Burial, a tutto il fermento musicale di quegli anni, ai romanzi di Martin Amis, a Trainspotting, alla Brexit, alla morte di Hitchens, al ferimento di Salman Rushdie.

Al ferimento di Rushdie che è stato quasi già dimenticato.

E che io non voglio dimenticare.

E l'amore che permea le opere di Rushdie è lo stesso che esplode in questo romanzo.

Quanto è difficile rifiutare la purezza e la perfezione.

E farsi contaminare e contagiare dall'altro.

E affidarsi al brivido del divertimento e del corpo per paura di perdersi e di aver scelto la persona sbagliata solo perché tutto sembra inaspettato e fuori dal nostro controllo.

Fuori dal nostro controllo.

Finché ci divertiamo.

Finché dura.

Finché abbiamo voglia di scrivere e leggere.

E di non cedere ai dogmi.

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