Nessuno tocchi Caino - ‘CONCERTINA’: INCONTRI PER IL SUPERAMENTO DEL CONFINAMENTO SOCIALE E CARCERARIO

 Nessuno tocchi Caino news

Anno 24 - n. 15 - 13-04-2024

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : ‘CONCERTINA’: INCONTRI PER IL SUPERAMENTO DEL CONFINAMENTO SOCIALE E CARCERARIO
2.  NEWS FLASH: LA CORTE EUROPEA CHIEDE CONTO ALL’ITALIA DEI I TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI RISERVATI AI DETENUTI AL 41 BIS
3.  NEWS FLASH: IL MIRACOLO DI SAN QUINTINO: CHIUDE IL BRACCIO DELLA MORTE
4.  NEWS FLASH: STORIA DI FIORE: DETENUTO MODELLO TENUTO IN PRIGIONE FINO ALLA MORTE
5.  NEWS FLASH: ARABIA SAUDITA: PADRE PERDONA L’ASSASSINO DEL FIGLIO
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : FIRMA LA PETIZIONE DI ECPM CONTRO LA RIPRESA DELLE ESECUZIONI NELLA RDC


‘CONCERTINA’: INCONTRI PER IL SUPERAMENTO DEL CONFINAMENTO SOCIALE E CARCERARIO
Bernard Bolze*

Le nostre certezze? La storia e l’esperienza ci hanno insegnato a diffidarne. Le nostre convinzioni sono intatte. Il nostro team sta preparando la quarta edizione, a fine giugno a Dieulefit in Francia, di Concertina, Incontri estivi attorno ai confini. Ecco il percorso.
Le persone che sono attaccate alla questione del confinamento lo fanno per convinzioni politiche, sociali, filosofiche o religiose. Convinzioni umaniste in tutti i casi. Queste persone provengono da tutti i posti, da tutte le età, da tutte le discipline e da tutte le opinioni. Ci sono attivisti rivoluzionari (Bruciamo le carceri!) e riformisti (Umanizziamo le carceri!), ma anche parenti, assistenti sociali, visitatori, insegnanti, medici, architetti, artisti, avvocati, giornalisti, storici, geografi, cappellani, ricercatori, uomini e donne politici (pochi).
Cerchiamo di fare di Concertina il luogo dove si sta per necessità e senza snobismo, se si è interessati all’incarceramento e si è disposti a incontrare persone, cioè ad ascoltare il punto di vista dell’altro. Organizziamo incontri con professionisti e specialisti che accettano di abbandonare il loro gergo per rivolgersi al grande pubblico senza distanze e senza populismi. Cerchiamo di non ridurre gli Incontri a scambi tra ricercatori e attivisti impegnati nella causa. Venire a Concertina significa accettare il rischio e le opportunità di tutti gli incontri, compresi quelli del personale dell’amministrazione penitenziaria o della salute mentale e psichiatrica in carcere.
Siamo preoccupati dei gravi abusi di alcuni di questi membri del personale che oscurano la vita dei prigionieri o dei pazienti e offuscano l’immagine di queste istituzioni. Queste sono ragioni aggiuntive per impegnarsi in un dialogo con coloro che, tra questi membri, accettano il principio. Crediamo immodestamente di poter contribuire alla rivalutazione del loro lavoro per il massimo beneficio delle persone ristrette.
Venire a Concertina significa partecipare a un festival di idee che quindi include necessariamente anche il dibattito. Non vogliamo evitare temi che fanno rabbia, senza arrabbiarci con tutti! Rifiutiamo il pensiero comodo “c’è solo questo e poi lo sai”. Cerchiamo di tenere insieme l’amicale e il politico, non favorendo nessuno dei due. Difendiamo il principio del libero accesso a tutti gli eventi e dell’impegno volontario: un’iniziativa collettiva e un movimento per formare, promuovere, unire. Crediamo insieme ad altri che “la grandezza non è nella dimensione”. Crescere significherà immaginare domani altri incontri a misura d’uomo, in altre città e in altri Paesi, con un pensiero comune allo sviluppo.
Vogliamo una linea editoriale che coinvolga e, dal 28 al 30 giugno, metteremo in evidenza e in discussione, tra altre cinquanta, proposte attorno al tema Margini come: l’uso della violenza e della nonviolenza, l’uso dei campi di lavoro minorile nel XIX secolo e successivamente, la paura degli altri e l’indesiderabilità, le carceri a fronte del cambiamento climatico, il margine creativo di nuovi diritti, il personale di sorveglianza a fronte della malattia mentale, l’irruzione dell’anormalità nella vita di una persona, i graffiti, i tatuaggi, “Il ricordo lacerato” della figlia di una vittima e della nipote di un torturatore in America Latina, la custodia a vista e i suoi abusi...
Avremo come base questo breve testo sviluppato insieme: “Tutti i margini raccontano una storia tra un centro e una periferia. Qui la sensazione esilarante di uscire dal gregge, lì la sensazione dolorosa di essere lasciati indietro. Desideri opposti di essere dentro e fuori, uguali e diversi. Siamo tutti gli outsider di un gruppo o di un’idea. La persona privata della libertà è, numericamente, una persona ai margini in Europa. Spesso è senza casa, senza documenti, senza scuola o senza relazioni sociali e familiari, duramente colpita dalla crisi ecologica. Quando è una migrante, il confine a volte è labile tra l’amministrazione della sua situazione e la sua criminalizzazione.
A Concertina rivendichiamo la scelta originale di interessarci alle persone private della libertà e di mobilitarci per loro. E anche di metterle al centro delle nostre preoccupazioni. Le nostre società giudicano la persona confinata, giudicano la sua colpa, la sua devianza, la sua infrazione, a volte il suo mancato rispetto delle norme sociali o la sua dissidenza politica. Ritengono opportuno metterla da parte per tutelarsi e, perché no, farla soffrire, includerla nei margini invisibili dei nostri territori.
Dalla marginalità all’esclusione c’è solo un passo che a volte può rasentare la barbarie. Ci piace anche pensare che i margini significhino un rifiuto dei modelli predatori. Aperti e confusi, offrono il loro spazio di libertà e creazione. Invitano a l’impegno, la solidarietà, la nonchalance, la tenerezza, le strade secondarie o i passi laterali, la poesia, la musica, la resistenza...”.
* team organizzatore di Concertina

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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LA CORTE EUROPEA CHIEDE CONTO ALL’ITALIA DEI I TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI RISERVATI AI DETENUTI AL 41 BIS
Antonella Mascia*

Il 26 marzo 2024 la Corte EDU ha deciso di comunicare alle parti, e quindi al Governo italiano, quattro casi – Trovato c. Italia e altri tre ricorsi – dove i ricorrenti, tutti detenuti in regime differenziato di cui all’articolo 41-bis O.P., hanno lamentato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, disposizione inderogabile che vieta i trattamenti inumani e degradanti, in quanto le proroghe reiterate del regime loro applicato non sarebbero giustificate.
Con tale comunicazione si apre la fase contraddittoria e le parti sono state invitate a rispondere a due questioni, ovvero se i ricorrenti siano sottoposti a trattamenti vietati dall’articolo 3 della Convenzione a causa della ripetuta applicazione delle restrizioni previste dal regime differenziato di cui all’articolo 41 bis e se, in particolare, le autorità nazionali abbiano fornito motivazioni adeguate a giustificare tali proroghe.
In tema di regime carcerario differenziato, la Corte EDU si è già pronunciata riguardo alla sua durata, al rischio di arbitrarietà e alla necessità che vi sia una valutazione in concreto ed effettiva del singolo caso, alla luce dei cambiamenti che possono intervenire nel corso della detenzione.
Nel caso Enea c. Italia, la Grande Camera della Corte EDU ha in effetti affermato che l’applicazione prolungata di alcune restrizioni al regime carcerario ordinario può porre un detenuto in una situazione che potrebbe costituire un trattamento inumano o degradante e che la durata di tale regime deve essere esaminata alla luce del singolo caso in esame e, in sede di proroga, deve essere verificato se tali restrizioni possano essere ancora giustificate.
Nel caso Piechowicz c. Polonia, la Corte EDU ha puntato l’attenzione sul rischio di arbitrio, fissando il principio che la motivazione giustificante la proroga del regime differenziato deve permettere di verificare che vi sia stata una nuova valutazione che tenga conto di eventuali cambiamenti riguardanti il detenuto, soprattutto nel caso di una prolungata continuazione di tale regime, riscontrando peraltro che le proroghe intervenute in quel caso si erano ridotte a una pura formalità.
Nel caso Provenzano c. Italia, la Corte EDU si è infine discostata dalla sua precedente giurisprudenza con cui, fino ad allora, aveva rigettato la doglianza riguardante il regime del 41bis come un trattamento inumano e degradante in quanto i ricorrenti non avevano presentato prove che potessero indurla a concludere che le restrizioni reiterate in modo continuativo fossero ingiustificate. Nel caso Provenzano, invece, i Giudici di Strasburgo hanno ritenuto che, pur prendendo atto che in merito al passato e al ruolo criminale di spicco del ricorrente le autorità avessero fornito informazioni e motivazioni dettagliate ed esaurienti, riguardo invece al mutato stato di salute del detenuto, caratterizzato da un grave deterioramento cognitivo, non fossero state fornite argomentazioni convincenti non avendo il Ministro della Giustizia e il Tribunale di sorveglianza di Roma elaborato una valutazione esplicita sulla situazione cognitiva del ricorrente.
Questi principi saranno ora determinanti per esaminare i casi appena comunicati al Governo italiano dove i ricorrenti, pur avendo chiesto la valutazione dei loro personali percorsi di cambiamento e gli sforzi intrapresi durante la lunga detenzione, hanno ottenuto in risposta dinieghi fondati su risposte apparse ripetitive e stereotipate, prive di quella dovuta individualizzazione e valutazione dei loro singoli casi.
È dunque ora in gioco il rispetto della dignità umana che è l’essenza stessa della Convenzione la cui finalità è quella di proteggere gli esseri umani. Di conseguenza quando una persona detenuta subisce restrizioni che la escludono dalla possibilità di accedere ad ogni percorso trattamentale e alla possibilità di lavorare al proprio cambiamento, ecco che allora le autorità penitenziarie e la discrezionalità loro accordata dall’ordinamento interno dovrà essere corredata da motivazioni sufficienti e convincenti, basate su una effettiva valutazione personalizzata in modo da non compromettere la dignità umana, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione e, aggiungo, dell’articolo 27 comma 3 della Costituzione italiana.
* Avvocata, Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino

IL MIRACOLO DI SAN QUINTINO: CHIUDE IL BRACCIO DELLA MORTE
Valerio Fioravanti su L’Unità del 6 aprile 2024

La California è quasi per definizione uno dei posti più belli del mondo, ma negli ultimi anni è diventata un “caso di studio”, perché sembra che non ci si viva più tanto bene. È lo stato più popoloso degli USA, 40 milioni di abitanti, e il più ricco. Il suo PIL, da solo, vale quasi il doppio di quello Italiano. Gli eccessi del politicamente corretto e dell’ecologismo stanno creando delle rigidità amministrative che inducono diverse società a trasferirsi in altri Stati.
In un pluripremiato documentario del 2023, Leaving California, The Untold Story (lasciando la California, la storia non raccontata) l’autore, Siyamak Khorrami, si fa portavoce dello sconcerto dell’ampia e influente comunità asiatica, non importa se iraniani (come l’autore), cinesi, indiani, vietnamiti o coreani: tutte popolazioni abituate a lavorare molto e a rispettare la legge, e a far studiare i figli. Oggi, dicono, in California ci sono troppi drogati, troppi barboni, troppa criminalità, e troppi giovani che a scuola “pretendono di essere promossi per il solo fatto di appartenere a minoranze”.
In questa cornice, in cui sembra che la politica di sinistra della California sia “troppo a sinistra”, si inserisce la “quasi abolizione della pena di morte”.
Il 28% di tutti i condannati a morte statunitensi risiede in questo Stato: 625 uomini e 20 donne. Sono così tanti perché lo Stato, tradizionalmente governato dai Democratici, emette sì condanne a morte, ma poi compie pochissime esecuzioni: 6 dal 2000 a oggi.
Anche l’ultimo repubblicano alla guida dello Stato, Arnold Schwarzenegger (sì, lui, quello che oggi fa il testimonial dei supermercati Lidl), governatore dal 2003 al 2011, autorizzò “solo” 3 esecuzioni.
Un nuovo governatore, che molti immaginavano potesse correre al posto di Biden alle elezioni di questo novembre (cosa che non succederà perché pare che dopo Obama gli elettori tendano a non fidarsi più di candidati troppo giovani), sta mantenendo la promessa elettorale di svuotare il braccio della morte a San Quintino (da non confondere con Alcatraz, che si trova su un’isola nella baia di San Francisco, prigione già chiusa dal 1963, oggi meta di turisti).
Attenzione alle parole: non abolire la pena di morte, che sarebbe una presa di posizione troppo netta, a rischio di contraccolpi elettorali, ma “depotenziarla”.
Gavin Newsom, 56 anni, bianco, di bell’aspetto, laureato in scienze politiche, proprietario di una catena di ristoranti, 4 figli, moglie intellettuale femminista, è stato per 7 anni sindaco di San Francisco, per 8 vicegovernatore, e ora governatore. Newsom non farà giustiziare nessuno durante il suo mandato, e vuole sperimentare programmi di riabilitazione anche con i condannati a morte.
Il 25 marzo scorso una piccola folla di giornalisti ha potuto visitare il “death row”, che sarà svuotato entro la fine dell’estate. Così scrive il San Francisco Chronicle: “A San Quentin si respira una sensazione del tutto nuova. La si può percepire come un’elettricità lungo i tetri blocchi di celle che ospitano i peggiori criminali dello Stato. È la speranza. Per la prima volta da quando sono stati condannati a morte e rinchiusi in questa prigione vecchia di 170 anni in attesa dell’esecuzione, questi uomini, e le 20 donne della prigione di Chowchilla, andranno in altre prigioni. Avranno ancora la loro condanna a morte, ma saranno nella popolazione generale, in grado di muoversi di più, di socializzare e di ricevere un’ampia gamma di servizi di riabilitazione ed educazione. Per molti di loro si tratterà della cosa più vicina alla libertà che abbiano provato da decenni.”
Racconta il Chronicle: Nessuno sente l’aria nuova più di David Carpenter, 93 anni, il decano del braccio della morte. “Andare via da qui sarà come essere libero”. “Qui, ogni volta che esco dalla cella devo indossare le catene alla vita. Mi accompagnano ovunque. È come essere sempre in gabbia”. Il suo volto rugoso si è illuminato in un sorriso. “Ogni giorno c’è qualcuno che se ne va, e a noi giunge la voce che sono tutti felici, sarà meraviglioso”, ha detto. “Non vedo l’ora”.
La portavoce di San Quintino, la tenente Guim’Mara Berry, ha guidato il tour dei media con un grande sorriso. “È una sensazione molto diversa qui. Sento che stiamo davvero cercando di portare un livello di fiducia tra il personale e i detenuti che non c’era da decenni. Vogliamo dare uno scopo alle persone. Sarà grandioso, non solo per noi, ma anche per loro, per la loro salute mentale, per tutto”. “Mi hanno sempre insegnato che se tratti le persone con rispetto, questo sarà ricambiato. È quello che stiamo cercando di fare”.
Forse davvero questa di San Quintino è una cosa “troppo di sinistra”, ma meno male che da qualche parte del mondo c’è ancora una sinistra così.

STORIA DI FIORE: DETENUTO MODELLO TENUTO IN PRIGIONE FINO ALLA MORTE
Raffaele Stolder su L’Unità del 6 aprile 2024

Sono un detenuto napoletano e scrivo anche come “giornalista diversamente libero” di Cronisti in Opera, il periodico che viene realizzato nella Casa di Reclusione di Opera. Partecipo mensilmente ai laboratori di Nessuno tocchi Caino.
Nell’ultimo del mese scorso è intervenuto anche il mio ex compagno di cella Alfredo Petrosino, anch’egli napoletano e come me cresciuto senza un padre. Era stato condannato a trent’anni quando Alfredo era poco più che un bambino. Da allora non è riuscito più a vederlo. È stato come un rincorressi, cercarsi, desiderarsi. Più volte era stato richiesto il ricongiungimento familiare in carcere quando anche Alfredo nel frattempo più volte vi era finito … Si sa, “senza guida sovente si sbanda”.
Il ricongiungimento tra parenti detenuti è consentito dalla legge, ma evidentemente non si doveva dare. Il trasferimento del papà di Alfredo c’è poi stato, ma dal carcere all’obitorio. Il 20 febbraio scorso Fiore Petrosino moriva infatti a soli 65 anni in una cella di Rebibbia “per cause ancora da accertare”, per cui è stato depositato in una cella frigorifera dell’ospedale La Sapienza di Roma in attesa di stabilire le cause del decesso. A Fiore mancavano solo 18 mesi alla totale espiazione della pena di trent’anni. Qualche anno fa il magistrato di sorveglianza di Roma gli aveva concesso un differimento pena per motivi di salute, ovviamente, dopo le previste perizie mediche che ne stabilivano l’urgenza. In un ospedale romano gli fu diagnosticato un male e venne sottoposto a un delicato intervento chirurgico con 50 punti interni e 50 esterni all’addome. Inspiegabilmente, lo stesso magistrato decise che Fiore avrebbe potuto continuare le cure presso l’infermeria  del carcere di Rebibbia dove quelle ottimistiche possibilità terapeutiche sono naufragate con la sua morte prematura.
Fiore Petrosino aveva avuto un percorso carcerario esemplare fatto anche di lavoro e di buona condotta: un detenuto modello insomma che per legge aveva diritto a qualche misura alternativa che il signor magistrato non gli concesse; anzi, arrivò addirittura a revocare la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Come ben detto a Radio Radicale da Giandomenico Caiazza “se le carceri rappresentano l’unità di misura del livello di civiltà di uno Stato, le nostre ci restituiscono una fotografia impietosa”. Come impietosa è stata anche la decisione del magistrato di rimandare in carcere il povero Fiore.
Come si dice in questi casi, si spera che la giustizia trionfi, almeno per una pace postuma di Fiore Petrosino e dei suoi congiunti e anche dei morti che continuano a cadere nelle italiche galere, vuoi perché si suicidano, vuoi perché muoiono di malattie non diagnosticate in tempo per esser poi curate adeguatamente, vuoi perché i soccorsi non arrivano per il ritardo burocratico del carcere. Perché, solitamente, dal malore si deve attendere di rintracciare il dottore di turno magari già impegnato in altri soccorsi, dottore che a sua volta deve rintracciare un’infermiera sempre se libera e che giunta alla cella provveda a prendere i parametri vitali e a sua volta trasmetterli via cavo al dottore che decide sul da farsi. Se la situazione si presenta complessa bisogna chiamare un’ambulanza per il ricovero in ospedale e poi applicare burocraticamente le norme di sicurezza. Calcolato tutto questo tempo, è impossibile curare un detenuto da un male letale in cui anche un minuto può salvare una vita.
Scrivo alla luce di esperienze vissute in tanti anni di detenzione e per aver perso anche prematuramente miei cari che erano in custodia cautelare a cura dello Stato. L’ultimo, mio fratello Ciro di 54 anni, è morto l’11 marzo 2021 nella Casa di Reclusione di Parma. Una storia, la sua, simile a quella di Fiore. Aveva già espiato 17 anni sui 18 dovuti allo Stato. Come Fiore era severamente ammalato da tempo e invalido al 100%.
Ma il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia e il tribunale di sorveglianza di Bologna non vollero scarcerarlo. Come Fiore, mio fratello Ciro è finito nel frigorifero dell’ospedale, come lui è stato poi cremato e messo in un barattolo. Ecco, è come se mio fratello fosse morto di nuovo.
Per questo ho scritto di questa ennesima tragedia. Perché si comprenda bene chi siamo, il grado di civiltà del nostro Paese. Come si pubblicano gli elenchi dei morti suicidi, perché non si aggiornano anche gli elenchi dei morti in carcere per cause naturali o presunte tali? Noi detenuti dovremmo avere uguali diritti; anzi, visto che siamo sotto custodia dello Stato, la cura dovrebbe essere maggiore come leggi vigenti e carte costituzionali prevedono. La morte in carcere di una persona è un problema solo dei suoi cari. In un Paese normale dovrebbe essere invece un problema di tutti.

ARABIA SAUDITA: PADRE PERDONA L’ASSASSINO DEL FIGLIO
Un uomo ha perdonato in Arabia Saudita l’assassino di suo figlio, pochi giorni prima della prevista esecuzione, ha riferito Gulf News il 7 aprile 2024.
Il padre della vittima, Ati Al Maliki, cittadino saudita, ha concesso a La Mecca la grazia all'assassino di suo figlio Abdullah, senza chiedere alcun risarcimento in cambio.
L’esecuzione dell’omicida era stata fissata per il 17 aprile.
In un video diventato presto virale, il padre ha annunciato pubblicamente la sua decisione di graziare il giovane colpevole, Shaher Dhaifallah Al Harithi, evitandogli così l’esecuzione.
Dopo l'annuncio, una folla si è radunata attorno ad Al Maliki, esprimendo ammirazione e gratitudine per il suo gesto.
La scena si è svolta la notte del 27 del Ramadan, raccogliendo elogi diffusi sulle piattaforme dei social media.
(Fonte: Gulf News, 07/04/2024)

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I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA


Ensemble Contre la Peine de Mort rivolge una petizione al Presidente della Repubblica e Capo di Stato della Repubblica Democratica del Congo Felix Tshisékedi affinché non consenta la ripresa delle esecuzioni capitali nel Paese, dopo la decisione del governo di Kinshasa di revocare la moratoria sulle esecuzioni, che era in vigore dal 2003.

Segue il link per leggere e firmare la petizione
https://www.ecpm.org/petition-ensemble-disons-non-aux-executions-en-republique-democratique-du-congo/

SECONDIGLIANO: 13 APRILE VISITA AL CARCERE E CONFERENZA

GRANDE SATYAGRAHA 2024
forza della verità sulla condizione delle carceri
SECONDIGLIANO

Sabato 13 aprile 2024
Ore 11:00 visita al Carcere
Ore 14:30 conferenza Carcere di Secondigliano

Partecipano
Rita BERNARDINI I Samuele CIAMBRIELLO I Raffaele COSTANZO I Sergio D'ELIA I Fabio DELLA CORTE I Argia DI DONATO I Mara ELEFANTE I Martin
ESPOSITO I Raffaele ESPOSITO I Silvana FIGLIOLI I Roberta FOGLIA MANZILLO I Alessandro GARGIULO I Vincenzo IMPROTA I Marcello LALA I Giuseppe MILAZZO I Giovanni PALMA I Giovanna PERNA I Michele RIGGI I Francesco ROMANO I Immacolata ROMANO I Francesca SOLIMENO
MEDUGNO I Marilisa SOMMA I Elisabetta ZAMPARUTTI

Info 335 8000577

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