NESSUNO TOCCHI CAINO - UN RAGAZZO GIUSTIZIATO IN ARABIA SAUDITA: MACABRO SPECCHIO DI UN RACCONTO DELL’ORRORE
NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM |
Associazione Radicale Nonviolenta |
Anno 25 - n. 30 - 30-08-2025 |
LA STORIA DELLA SETTIMANA UN RAGAZZO GIUSTIZIATO IN ARABIA SAUDITA: MACABRO SPECCHIO DI UN RACCONTO DELL’ORRORE NEWS FLASH 1. APPELLO DI DETENUTI E DETENENTI: NON FERMIAMO IL NUOVO CORSO NEL CARCERE DI VIGEVANO 2. IRAN: 83A SETTIMANA DELLA CAMPAGNA ‘MARTEDÌ DI NO ALLE ESECUZIONI’ 3. TAIWAN: CORTE SUPREMA RESPINGE RICHIESTA DI NUOVO PROCESSO 4. FLORIDA (USA): CURTIS WINDOM GIUSTIZIATO UN RAGAZZO GIUSTIZIATO IN ARABIA SAUDITA: MACABRO SPECCHIO DI UN RACCONTO DELL’ORRORE Domenico Bilotti In Arabia Saudita il Caronte dell’omicidio di Stato non disdegna di andare a prendere sull’altra sponda dell’Acheronte anime di condannati per reati commessi quando i loro presunti autori erano ragazzini. Il 21 agosto scorso è toccato a Jalal Labbad, la cui colpa, maturata all’età di sedici anni, era consistita nel partecipare alle proteste della minoranza sciita per il trattamento prevaricatorio subito dalle autorità di Riad e nel seguire le esequie funebri di suoi fratelli di fede uccisi in azioni di polizia. Nella giurisdizione saudita il corpo dei giustiziati viene trattenuto: nessuna garanzia per la libertà religiosa dei familiari, che vorrebbero nei tempi dovuti procedere ai propri rituali mortuari. Si tratta di un’esigenza intima e comunitaria condivisa da tutte le componenti dell’Islam odierno. Non è un caso che i miliziani di Daesh, per ammonire circa la schiacciante superiorità dei propri disposti, procedessero a devastazioni e saccheggi nelle sepolture dei sufi: la massima profanazione contro i paria degli ordinamenti fondamentalisti. Il dissenso politico della minoranza sciita nell’Arabia Orientale ha scomodato la legislazione antiterrorismo, ma è uno specchietto per le allodole, perché, in casi simili, anche la discrezionalità del giudice (“ta’zir”, in passato ponte per interpretazioni di benevolo ammonimento) può essere sufficiente a mandare a morte criminali-bambini, magari come nel nostro caso giustiziati dopo anni di trattenimento arbitrario. Nell’estate di quattro anni fa, era stato il turno di Mustafa al-Darwish. Imputazioni, allegazioni di tortura durante il periodo custodiale, violazioni processuali ... tutto drammaticamente simile. Era tipico del peggior oscurantismo dei secoli passati emanare implausibili verdetti di morte: animali resisi responsabili di azioni di vilipendio verso le istituzioni religiose, persone fisiche già scomparse ma cui fittiziamente si voleva (ri)dare la morte per amplificare la condanna delle aberrazioni compiute, infanti, imputati per fatti commessi anche prima del conseguimento della capacità d’agire. Il diritto delle liberaldemocrazie aveva dimostrato di voler invertire la rotta. Il diritto minorile si era costituito essenzialmente come diritto promozionale e tuzioristico nei confronti dei giovanissimi, come chiaramente dimostrava l’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1989, adottando in Assemblea Generale la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Quanto al diritto italiano, la Corte Costituzionale aveva tesaurizzato numerosi spunti giurisprudenziali, invero prima meno netti, sancendo l’illegittimità dell’ergastolo minorile con la sentenza n. 168 del 1994: la pena perpetua, in particolar modo a quella età, non è capace di coordinare finalità educativo-pedagogiche e finalità socio-rieducative. Un argomento in fondo simile, unito a un previo scrutinio sulla minore capacità di discernimento dei soggetti ancora in formazione, era seguito, nel contrasto della pena capitale a danno di minori, da avvedutissimi giuristi islamici. Non bastasse lo scetticismo di molti Autori classici dall’XI al XIV secolo (Ibn Taymiyya e al-Walid al-Baji appaiono a lungo dubbiosi circa la sanzione violenta dell’apostasia, in forza di argomenti prevalentemente letteralistici), ai giorni nostri il sociologo iracheno Taha Alalwani e l’attivista indiano Ahmad Kutty rappresentano autorevoli e seguite posizioni abolizioniste, non soltanto nei Paesi dove i due hanno espresso il proprio cimento intellettuale. Scorgendo più attentamente l’infame lista delle comminatorie capitali, la sensazione più sgradevole è quella di trovarsi davanti al macabro specchio di un racconto dell’orrore. In Arabia Saudita il paradigma istituzionale è quello teocratico (regno islamico), in Italia lo sfondo di riferimento è la crisi del costituzionalismo democratico. L’uno e l’altra, ciascuno con strumenti normativi e giudiziari propri, declinano l’involuzione panpenalistica del diritto odierno attaccando le libertà secondo tre convergenti prospettive: la repressione della diversità culturale e religiosa nel prisma dell’ordine pubblico, l’utilizzo opportunistico delle norme speciali in materia di terrorismo e associazioni di natura criminale, la mancanza di vergogna a sanzionare persino quelle categorie soggettive normalmente fatte salve dall’imputabilità o, almeno, dalle pene più gravi. Chi suggerisce il carcere per il minore infraquattordicenne, chi propone l’abbattimento degli insed iamenti gitani, chi vuole una pena modellata per tutti sulla legislazione antimafia, anche in presenza di reati di più ridotta offensività sociale, sarebbe certamente a suo agio sotto lo scudo di ogni autoritarismo. Questa “sensibilità” antiumanitaria uccide i giovani o il loro futuro: forca, galera o miseria. Va bene tutto. NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH APPELLO DI DETENUTI E DETENENTI: NON FERMIAMO IL NUOVO CORSO NEL CARCERE DI VIGEVANO Cesare Burdese I primi di agosto, con Nessuno tocchi Caino, ho visitato la Casa di Reclusione di Vigevano. Normalmente alle visite partecipano iscritti all’associazione, membri delle Camere Penali e amministratori e rappresentanti locali. Quel giorno con me c’erano solo Elisabetta Zamparutti, Sergio D’Elia e Marco Federico, un iscritto locale all’associazione. Assente giustificata la presidente Rita Bernardini, impegnata a Roma per promuovere l’approvazione di una legge che riduca il sovraffollamento nelle carceri, attraverso la riduzione della pena. Chi lo aveva visitato, ancora di recente, ne aveva evidenziato le “condizioni igienico-sanitarie assolutamente allarmanti”, per i consistenti e diffusi problemi di infiltrazioni di acque meteoriche anche nelle zone comuni e all’interno delle celle, piccole e buie con bagno senza doccia, oltre la carenza di aree destinate alle attività trattamentali, scolastiche e lavorative. Con tali presupposti è stata affrontata la visita, limitatamente all’area sanitaria, alla sezione isolamento e alla sezione femminile AS3, a partire dall’area colloqui. Come di consueto, prima di entrare nell’area detentiva, si è tenuta una riunione informativa con il governo del carcere. Presenti il Commissario Capo Melania Manini, in rappresentanza della direzione, operatori della Polizia Penitenziaria e dell’area educativa, la riunione ha segnato un momento di dialogo appassionato ed empatico. Anche la presenza continuata, durante la visita, del Comandante di Reparto e dei funzionari giuridico pedagogici lo testimonia. Nel corso della riunione è stato illustrato il progetto innovativo del padiglione da 80 posti in costruzione, concepito con zone giorno e notte separate, lavanderie e spazi per attività, ma con perplessità sulla sua reale destinazione (alleviamento del sovraffollamento o incremento capacità detentive) e rischio di snaturamento. La visita ha consentito di appurare che il sovraffollamento è diminuito: a fronte di una capienza regolamentare di 226 persone, nella struttura sono oggi ospitati 266 uomini e 32 donne; erano 376 fino a pochi mesi fa. Anche le criticità igienico/strutturali più volte denunciate, almeno in apparenza, sono state da poco superate grazie a consistenti interventi manutentivi, con l’impiego anche di detenuti (quasi la metà dei presenti lavora) e con grande impegno da parte degli operatori e crediamo anche dei volontari. Un fiore all’occhiello è il call center interno che impiega 28 detenuti con contratti esterni, affiancato da una sartoria femminile e un gruppo di volontariato maschile che cuce pannolini e assorbenti per l’Africa. Pur constatando tutti i limiti architettonici delle carceri degli “anni di piombo”, alle quali l’istituto di Vigevano appartiene, i suoi muri risanati e le attività lavorative e formative in essere palesano l’impegno e la dedizione costanti, lì profusi, per dare corso alla pena costituzionale e alla norma penitenziaria primaria. Ci sono stati episodi di aggressione e tensione tra i detenuti, ma è stata notata una diminuzione degli eventi critici negli ultimi tempi, collegata a un miglioramento generale del clima all’interno della struttura. Una conferma che si è rafforzata con l’appello disperato e drammatico delle trenta detenute, per lo più per reati legati alla criminalità organizzata, incontrate il giorno della visita che, alcune in lacrime, hanno chiesto chiarezza sulle loro sorti, preoccupate per la ventilata prossima chiusura della sezione femminile che le ospita, per fare posto a detenuti al 41-bis provenienti da altre carceri. Il loro timore è quello di una regressione trattamentale per loro, in termini di occupazione lavorativa e studio, anche con ricadute negative sui benefici penitenziari, se destinate a essere rinchiuse inattive in altre carceri che non presentano le stesse opportunità rieducative presenti al carcere di Vigevano. Lacrime che hanno solcato le guance di una educatrice presente, angosciata per il rischio di non poter svolgere in futuro il lavoro che ama nei termini attuali e di gettare alle ortiche i frutti dell’impegno da tutti profuso. A costo di essere retorico ed edulcorare la drammatica generalizzata situazione delle nostre carceri, ho voluto testimoniare aspetti di umanità che, nonostante tutto, in quel carcere, come in altri, accomunano detenuti e detenenti. Una realtà da sempre trascurata, a torto o a ragione, da quanti, come governanti e amministratori, hanno in carico il carcere. Per finire in dolcezza: il miele prodotto dalle persone detenute nella Casa di Reclusione di Vigevano è ottimo! IRAN: 83A SETTIMANA DELLA CAMPAGNA ‘MARTEDÌ DI NO ALLE ESECUZIONI’ Martedì 26 agosto 2025 i detenuti di 50 carceri in tutto l’Iran hanno aderito ancora una volta alla campagna “Martedì di No alle esecuzioni” con uno sciopero della fame. La dichiarazione completa dell'83ª settimana della campagna “No to Execution Tuesdays” è la seguente: Espansione della campagna “No ai martedì delle esecuzioni” nella 83ª settimana a 50 diverse prigioni. La prigione di Dehdasht aderisce alla campagna. In Iran, sotto il governo della Guida Suprema, la macchina delle esecuzioni continua a mietere vittime senza pietà. Solo nel mese di Mordad (luglio-agosto), 166 persone sono state impiccate; e nella scorsa settimana, 31 nostri concittadini, tra cui una donna, sono stati giustiziati. Due delle vittime, a Kordkuy e Beyram Larestan, sono state impiccate in pubblico. Il governo carnefice cerca di terrorizzare la società attraverso l'umiliazione e la normalizzazione della violenza. Secondo quanto riportato, un gruppo di detenuti della prigione di Dehdasht ha aderito alla campagna “Martedì di No alle esecuzioni” nella sua 83ª settimana. L'aggiunta della prigione di Dehdasht all'elenco di questa campagna è un amaro promemoria del fatto che nessuna parte dell'Iran è risparmiata dall'ombra delle esecuzioni. Allo stesso tempo, ci troviamo di fronte a un'altra notizia scioccante e indignante: la conversione della Sezione 41 del cimitero di Behesht Zahra (una sezione che ricorda migliaia di detenuti politici degli anni '80 e i crimini indimenticabili di quegli anni) in un parcheggio. Questo atto non è solo un vergognoso tentativo di cancellare la memoria collettiva e le prove dei crimini di Stato, ma anche un palese insulto alle vittime e alle loro famiglie, un atto condannato anche da Amnesty International. Ancora una volta, la campagna “No ai martedì delle esecuzioni” grida: L'esecuzione non è una soluzione; L'esecuzione è una palese violazione del diritto alla vita; L'esecuzione è uno strumento per instillare paura e cementare la repressione politica. Questa campagna invita tutte le istituzioni internazionali, gli attivisti per i diritti umani e ogni coscienza risvegliata a opporsi a questo ciclo di morte e a riflettere la protesta del popolo iraniano contro le esecuzioni”. Segue l’elenco delle 50 prigioni in cui martedì 26 agosto 2025 si terranno scioperi della fame, nell’83ª settimana della campagna. (Fonte: Iran HRM) TAIWAN: CORTE SUPREMA RESPINGE RICHIESTA DI NUOVO PROCESSO La Corte Suprema di Taiwan ha respinto l'appello del condannato a morte Cheng Yi-lung, confermando una precedente decisione dell'Alta Corte di Taiwan di respingere la sua richiesta di un nuovo processo, ha riferito l’agenzia CNA il 27 agosto 2025. La sentenza ha concluso che l'Alta Corte di Taiwan non abbia commesso errori nel respingere la petizione di Cheng, che chiedeva un nuovo processo a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale sulla pena di morte. Cheng aveva sostenuto che la sentenza n. 8 della Corte Costituzionale del 20 settembre 2024, che dichiarava incostituzionali le condanne a morte obbligatorie, gli forniva motivo di richiedere un "supporto speciale" attraverso un nuovo processo. A giugno, Cheng ha presentato la sua petizione all'Alta Corte di Taiwan, citando la sentenza della Corte Costituzionale come nuova evidenza. L'Alta Corte di Taiwan ha stabilito che la decisione della Corte Costituzionale consente ai condannati a morte di chiedere al Procuratore Generale di presentare un ricorso straordinario, ma non giustificava un nuovo processo. Secondo l'Alta Corte di Taiwan, la petizione di Cheng si basava su un'errata interpretazione della legge e pertanto non soddisfaceva i requisiti per la riapertura del caso. Cheng ha presentato ricorso contro la sentenza, ma la Corte Suprema ha respinto il suo ricorso e confermato la decisione iniziale. Attualmente ci sono 36 detenuti nel braccio della morte a Taiwan, tra cui Cheng e Huang Chun-chi, condannati a morte nel 2000 per rapimento e omicidio. La sentenza della Corte Costituzionale del 2024 ha dichiarato la pena di morte costituzionale a certe condizioni, invalidando al contempo la disposizione che imponeva la condanna a morte come unica pena per determinati reati. (Fonte: Focus Taiwan, 27/08/2025) FLORIDA (USA): CURTIS WINDOM GIUSTIZIATO Curtis Windom, 59 anni, nero, è stato giustiziato in Florida il 28 agosto 2025. Si tratta dell’undicesima esecuzione in Florida quest'anno. Windom è stato dichiarato morto alle 18:17 ora locale dopo un'iniezione letale nella prigione statale della Florida vicino a Starke. Era stato condannato a morte per gli omicidi di Johnnie Lee, Valerie Davis e Mary Lubin, avvenuti il 7 novembre 1992 nella zona di Orlando. I verbali del tribunale riportano che quel giorno un amico disse a Windom che Lee, che pare gli dovesse 2.000 dollari, aveva vinto 114 dollari alle corse dei levrieri. Windom disse all'amico che “avrebbe letto di lui sui giornali” e che aveva intenzione di uccidere Lee. Secondo gli atti, Windom si recò in un Walmart e acquistò una pistola calibro 38 e una scatola di 50 proiettili. Poco dopo, Windom andò in auto alla ricerca di Lee, lo individuò e gli sparò due colpi alla schiena dalla sua auto, seguiti da altri due colpi a distanza ravvicinata mentre era in piedi sopra la vittima. Poi Windom corse all'appartamento di Valerie Davis e uccise la ragazza “senza alcuna provocazione” davanti a un amico che assistette all'omicidio, secondo quanto riportato nei verbali del tribunale. Windom sparò a caso e ferì un altro uomo prima di incontrare la madre della Davis, Mary Lubin, mentre si recava in auto all'appartamento della figlia. La Lubin fu colpita due volte nella sua auto ferma a uno stop. Windom è stato condannato alla pena capitale per gli omicidi e a 22 anni di reclusione per il tentato omicidio. La Davis era la madre di una delle figlie di Windom, Curtisia Windom, che ha condotto una campagna per fermare l'esecuzione del padre. “Siamo tutti traumatizzati”, ha detto Curtisia all'Orlando Sentinel. “È stato doloroso. Molto doloroso. Crescere non è stato facile. Ma se noi siamo riusciti a perdonarlo, non vedo perché le persone che non hanno vissuto il nostro dolore abbiano il diritto di dire che deve morire”. Gli avvocati di Windom hanno presentato numerosi ricorsi nel corso degli anni, incentrati sui problemi mentali dell’imputato non adeguatamente approfonditi durante il processo. Ma la Corte Suprema della Florida ha stabilito che ciò non era pregiudizievole per Windom perché i pubblici ministeri avrebbero poi presentato prove che Windom era uno spacciatore di droga e che le due donne che aveva ucciso erano informatrici della polizia, e quindi una eventuale attenuante sarebbe state controbilanciata da due aggravanti. A favore di Windom, evidenziando i suoi problemi mentali, si sono mosse alcune organizzazioni cattoliche statunitensi, riprese anche da Sant’Egidio in Italia, e dalla stampa vicino al Vaticano. Windom è l'undicesimo detenuto giustiziato quest'anno in Florida, il 117° in totale da quando la Florida ha ripreso le esecuzioni capitali nel 1979, il 30° giustiziato quest'anno negli Stati Uniti e il 1.637° in totale da quando la nazione ha ripreso le esecuzioni nel 1977. (Fonte: The Guardian, 28/08/2025) I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA |
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