NESSUNO TOCCHI CAINO - ESCI DAL CARCERE DA INNOCENTE, MA TI RIMANE ADDOSSO UN MARCHIO INDELEBILE E L’ODORE FETIDO DELLA CELLA
NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM |
Associazione Radicale Nonviolenta |
Anno 26 - n. 2 - 17-01-2026 |
| LA STORIA DELLA SETTIMANA ESCI DAL CARCERE DA INNOCENTE, MA TI RIMANE ADDOSSO UN MARCHIO INDELEBILE E L’ODORE FETIDO DELLA CELLA NEWS FLASH 1. FERRO, CEMENTO E SCAMPOLI DI CIELO 2. IRAN: ROBERTA METSOLA CHIEDE L'INSERIMENTO DELL'IRGC NELLA LISTA NERA 3. SINGAPORE: DUE GIUSTIZIATI PER TRAFFICO DI DROGA 4. MAROCCO: CONFERMATE DUE CONDANNE A MORTE PER L’OMICIDIO DEL CAFÉ LA CRÈME ESCI DAL CARCERE DA INNOCENTE, MA TI RIMANE ADDOSSO UN MARCHIO INDELEBILE E L’ODORE FETIDO DELLA CELLA Marco Sorbara Faccio parte della grande famiglia di Nessuno tocchi Caino da un po’ di anni. L’incontro, in un momento particolare della mia vita, è stato per me qualcosa di speciale. Ho trovato persone che mi hanno teso la mano, mi hanno accompagnato, mi hanno sostenuto quando ne avevo più bisogno. Penso che il dolore più grande per una persona sia trovarsi, a un certo punto della vita, abbandonato da tutti. Io ho avuto la fortuna che la mia famiglia, i miei ex compagni di squadra e il mio parroco – con cui sono cresciuto – non mi hanno mai lasciato solo. Tutto nasce il 23 gennaio 2019: allora ero consigliere regionale e quella mattina i carabinieri mi portarono in carcere con un’accusa terribile: concorso esterno in associazione mafiosa, la ‘ndrangheta. Io, figlio di un calabrese partito da San Giorgio Morgeto, un uomo che ha avuto il coraggio di arrivare in Valle d’Aosta e crescere la sua famiglia con valori e principi forti. Proprio per questo quell’accusa pesava doppiamente sulle mie spalle. Ho passato 45 giorni in isolamento, di cui 33 senza vedere la mia famiglia. Una cella di pochi metri, senza televisore, senza radio, senza acqua calda. Ricordo bene quel letto in ferro cementato per terra. Dopo 33 giorni ho rivisto per la prima volta mia madre e mio fratello. Dopo 45 giorni pensavo di uscire, invece mi hanno messo con i detenuti comuni. Il carcere di Biella è un regime dove le celle restano aperte dalle 8 del mattino alle 20, poi si chiudono fino alle 8 del giorno dopo. Il mio primo compagno di cella era Giuseppe, un ragazzo che da sette anni faceva uso di droga e non aveva più nulla. Potete immaginare le notti. All’inizio non furono certo tranquille. In carcere avevo addosso tanti pregiudizi: ero un politico, secondo loro un “bell’uomo”, uno che “se la tirava”. Ma io non parlavo per la paura. Non mangiavo. Mi prendevano per ricco perché avevo un fratello avvocato che veniva a trovarmi due o tre volte a settimana – e loro non sapevano fosse mio fratello. Tutto questo mi rese la vita impossibile. In primo grado vengo condannato a dieci anni. Poi finalmente la Corte d’Appello di Torino mi assolve completamente, e la Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi della Procura. Tutto finisce dopo 909 giorni quando la Corte dice: “Il fatto non sussiste. Sei innocente. Puoi uscire e rifarti una vita.” Nonostante venissi dallo sport, dove impari a cadere e rialzarti, in carcere la lotta è diversa. In carcere impari a essere bullo e bullizzato, a seconda dei momenti. All’inizio è durissima, poi a volte nascono persino legami: il ragazzo che all’inizio mi aveva riempito di botte è lo stesso che, il giorno in cui sono uscito, mi ha preso per un braccio e mi ha detto: “Marco, ricordati: quando esci, non usare i coltelli. Sangue chiama sangue, odio chiama odio.” All’inizio non capii, poi, fuori, quelle parole mi tornarono addosso come un pugno. Sono uscito con 24 chili in meno: da 82 a 58. Ero pieno di rabbia, di rancore. Avevo una bestia dentro. Perché entrare in carcere da innocente brucia più di tutto. Ma poi capisci che, agli occhi della società, non importa se eri innocente: hai fatto il carcere, e tanto basta. Ti rimane addosso un marchio, un pregiudizio. Ancora oggi, se mi fermano a un posto di blocco, sento quella stretta allo stomaco. Ci sono odori e sapori che non riesco più a sopportare: il cibo del carcere, il “puzzolente” di certe celle... ti resta dentro. Finalmente, dopo anni, mi hanno fissato l’incontro con lo psicologo per l’ingiusta detenzione, ma sapete cosa succederà? Lo psicologo mi ha detto: “Marco, c’è un rischio che il tuo risarcimento venga ridotto, perché sembra che tu ti sia rifatto una vita.” L’ho guardato e sono uscito dalla stanza. Perché sì, è vero, oggi ho giacca e cravatta, sono stato rieletto consigliere regionale, ma ho perso tutto. Le banche ci hanno chiuso i conti, abbiamo dovuto vendere la vigna e le case di famiglia. Ho dovuto cambiare città. Perché, anche da assolto, resti “quello lì”, il politico corrotto. Nonostante tutto, credo nella giustizia. Perché il terzo grado ha scritto nero su bianco che sono una brava persona, un bravo politico che viveva in mezzo alla gente. E forse sono l’unico politico in Italia con una sentenza che lo dice chiaramente. Da due anni vado nelle scuole, nelle carceri e negli oratori. Racconto la mia storia. Ai ragazzi piace, perché non parlo da professore, ma da persona qualunque. Un ex sportivo, un ex politico “asfaltato” che, grazie alla famiglia, allo sport e alla fede, ha avuto il coraggio di ricominciare. Porto con me una cella – sì, una cella vera, che monto nei miei incontri – perché non tutti hanno la fortuna di conoscere il carcere. Quando i ragazzi ci entrano dentro, capiscono subito cos’è la libertà. È come quando vai sott’acqua e ti manca l’ossigeno. Quella è la libertà. Molti dei miei compagni di viaggio oggi non ci sono più. Si sono buttati da un ponte, si sono impiccati. Io ci ho pensato due volte, ma ho resistito. Ora sono qui, assaporo la pioggia, la libertà, la vita. Per me, e per quelli che non ce l’hanno fatta. NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH FERRO, CEMENTO E SCAMPOLI DI CIELO Cesare Burdese Lo stigma che accomuna le carceri del nostro Paese, ancora una volta si è manifestato nelle sezioni di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione Opera di Milano, a seguito della visita di Nessuno tocchi Caino, lo scorso 22 dicembre. Le condizioni materiali di detenzione riscontrate delineano un quadro di isolamento e disumanizzazione incostituzionale, in violazione dei diritti fondamentali degli ergastolani reclusi. Immaginate un mondo di solo ferro e cemento, con frammenti di cielo. Il ferro è quello delle sbarre alle finestre e delle protezioni dei ristretti cortili per l’ora d’aria: gabbie per animali esotici. Il cemento è quello di edifici assolutamente insensibili, progettati per accogliere esseri umani, ma che sembrano destinati a contenere solo oggetti inanimati. Il cielo è quello sopra il bordo degli alti muri (verde pisello) dei sacrificati “passeggi”, o quello a piccole losanghe oltre le fitte reti sovrapposte a ogni finestra. Quelle reti minano la vista e fanno soffrire la mente: il mondo libero sembra distante, sfocato, irrimediabilmente perduto. In tale ambiente malsano e soffocante, privo di elementi naturali, una pianta di arancio cresce miracolosamente in una chiostrina, segnando il passare delle stagioni con i suoi frutti. Il movimento quotidiano dei detenuti – quelli privilegiati ai quali è concesso di uscire dalla sezione – è segnato da corridoi interminabili, con pareti adornate da immagini stereotipate e retoriche che rinforzano il senso di prigionia; gli altri rimangono chiusi in cella per 22 ore. Cancelli compartimentano rigidamente gli spazi interni ed esterni e come i blindi delle celle sono apribili solo dai custodi. Le stesse modalità sono realizzate per l’accensione dei neon che illuminano indistintamente tutti gli ambienti, anche di giorno. Le piccole celle sovraffollate sono ingombre delle masserizie e degli effetti personali dei suoi occupanti che ne limitano ulteriormente i movimenti. Il cibo è conservato e cucinato nel servizio igienico della cella, nonostante le rigide disposizioni del carcere lo vietino; la norma non scritta è dare per poter togliere quando necessario. I materassi sono umidi per la condensa che gronda dalle pareti e le celle, non oscurabili di giorno, costringono i detenuti a sopportare la luce del sole durante il riposo e i suoi raggi feroci nella stagione estiva. Gli spazi per la socializzazione nelle sezioni sono inadeguati per la mancanza di arredi, luce naturale, ventilazione, privacy e confidenzialità. Tutto è risolto con dozzinali sedie e tavoli di plastica accatastati o casualmente disposti e una TV su di una parete. I familiari dei detenuti, che si recano nella sala colloqui, sono costretti a passare accanto a relitti dei barconi dei migranti, simboli di tragedie umane che sembrano fuori posto in un contesto carcerario. Quelle sale sono sovraffollate e caotiche, l’intimità è preclusa. Le restrizioni si estendono anche alle attività lavorative e culturali, che non solo limitano i detenuti nel dimostrare collaborazione nel percorso di risocializzazione, ma impediscono loro di supportare economicamente la famiglia. In questo modo la genitorialità di un padre detenuto diviene un atto puramente simbolico, ridotto alla semplice apposizione di “cuoricini” sulla corrispondenza inviata ai propri figli. Le carenze nella offerta trattamentale primaria – lavoro, corsi scolastici e di formazione professionale – e di altre attività culturali, ricreative, sportive, obbligano i detenuti a rimanere in ozio nelle loro sezioni o, peggio, dopo la circolare del 2022 sulla media sicurezza, chiusi nelle loro celle. La situazione si fa ancora più drammatica quando si considera la condizione degli ergastolani anziani e malati, i quali non ricevono le cure mediche adeguate, condannati così a morte lenta. Alla luce di quanto emerso, sorge spontaneo rivolgere un accorato appello al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di avviare azioni per migliorare le condizioni carcerarie, tutelando maggiormente i diritti dei detenuti e dei detenenti, estendendo le opportunità lavorative, ripensando la progettazione degli istituti penitenziaria con al centro della scena architettonica i bisogni materiali e immateriali dell’utenza e risolvendo il sovraffollamento con la liberazione anticipata per buona condotta, come Nessuno tocchi Caino da tempo ha proposto, per una giustizia più umana e concreta e non certamente come “resa dello Stato”. IRAN: ROBERTA METSOLA CHIEDE L'INSERIMENTO DELL'IRGC NELLA LISTA NERA Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, chiede l'inserimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nella lista nera per le efferatezze della repressione mortale in Iran. Da più di due settimane, l'Iran è attanagliato da diffuse proteste popolari: i manifestanti in tutto il Paese chiedono la fine della repressione, della dittatura e della violenza sistemica. Queste proteste sono state accolte con forza brutale dal regime iraniano, con l'uccisione di manifestanti, arresti di massa e l'intensificazione della repressione da parte delle forze di sicurezza, in particolare del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). In questo contesto di escalation di violenza, descritta da molti osservatori come un massacro di manifestanti pacifici, Roberta Metsola, Presidente del Parlamento Europeo, ha lanciato un appello chiaro e inequivocabile affinché l'IRGC venga inserito nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, insieme a sanzioni più severe contro coloro che sostengono il regime iraniano attraverso la violenza e la repressione. Di seguito riportiamo il testo completo delle dichiarazioni pubbliche di Roberta Metsola, compreso il suo messaggio pubblicato su X e le sue osservazioni orali, che riflettono la posizione del Parlamento europeo e il suo messaggio di solidarietà con il popolo iraniano nella sua lotta per la libertà. Dichiarazione di Roberta Metsola su X: Se non ora, quando? È tempo che l'Europa agisca con decisione. È tempo di sanzioni più severe contro coloro che sostengono il regime iraniano attraverso la violenza, le uccisioni e la repressione. È tempo che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche venga finalmente designato come organizzazione terroristica. È tempo di libertà in Iran. Osservazioni di Roberta Metsola: Il 2026 deve essere l'anno in cui le dittature finiscono, e il Parlamento europeo è stato chiarissimo a questo proposito. Abbiamo chiesto sanzioni e abbiamo anche fatto un passo avanti chiedendo agli Stati membri di designare l'IRGC come organizzazione terroristica. Sappiamo che le discussioni sono in corso a questo proposito, ma pensiamo che il messaggio migliore in questa fase per gli iraniani - le migliaia di persone che sono in strada - ma anche per tutte le comunità che vivono nei nostri Paesi, sia proprio quello di farlo. Noi in Europa sappiamo cosa significa vivere sotto la repressione e combattere i regimi autoritari che ci tengono bloccati, e siamo riusciti a superarli in questo continente. Quindi, vorremmo dire e incoraggiare le persone in strada a non arrendersi, perché vediamo che le crepe stanno avvenendo, e dovrebbero continuare a spingere contro di esse. E il mio messaggio al popolo iraniano che si pone questa domanda è proprio questo: credere e non arrendersi. (Fonte: Wncri) SINGAPORE: DUE GIUSTIZIATI PER TRAFFICO DI DROGA Due cittadini di Singapore sono stati giustiziati il 9 gennaio 2026 nella Città-Stato dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. Secondo le autorità i due, che avevano 62 e 54 anni, avevano goduto del pieno rispetto della legge ed erano stati rappresentati da un avvocato durante tutto il procedimento. Le loro petizioni al Presidente per ottenere clemenza non hanno avuto esito positivo. La pena capitale – ricordano le autorità di Singapore - viene imposta solo per i reati più gravi, come il traffico di quantità significative di droga che causano danni molto gravi, non solo ai singoli tossicodipendenti, ma anche alle loro famiglie e alla società in generale. (Fonte: Central Narcotics Bureau, 09/01/2026) MAROCCO: CONFERMATE DUE CONDANNE A MORTE PER L’OMICIDIO DEL CAFÉ LA CRÈME Sono stati nuovamente condannati a morte in Marocco due cittadini olandesi coinvolti nella sparatoria al Café La Crème di Marrakech del 2017, ha dichiarato il loro avvocato Bob Kaarls ai media olandesi il 12 gennaio 2026. I due - Shardyone S. (34 anni) ed Edwin R.M. (30) - sono accusati di aver ucciso erroneamente su una terrazza il figlio di un alto giudice marocchino. Soprannominati gli «sparatori Rasta», i due uomini sono stati condannati per essere stati assoldati dal boss della droga della «Mocro Mafia» Ridouan Taghi per eliminare uno dei suoi rivali nel novembre 2017. Erano già stati condannati a morte nel 2019 e nel 2023, ma nel 2024 la Corte Suprema del Marocco ha rinviato il caso a un tribunale di Casablanca, stabilendo di non aver esaminato a sufficienza «il ruolo e l'atteggiamento» degli autori. Kaarls ha dichiarato che presenterà un nuovo ricorso in cassazione e intraprenderà un'azione legale per annullare la pena di morte. In caso di fallimento, chiederà la commutazione della pena, sottolineando che una condanna all'ergastolo potrebbe consentire agli uomini di scontare la pena nei Paesi Bassi. I due sospettati furono arrestati poco dopo l'attacco che ha sconvolto Marrakech. Inizialmente hanno negato il coinvolgimento, ma in seguito hanno collaborato con gli investigatori, affermando che il loro obiettivo era il marocchino-olandese Mustapha el F., noto come Moes "No Limits", scampato per poco alla morte dopo essersi scambiato di posto poco prima della sparatoria. El F., legato a un club di Zoetermeer frequentato da criminali nei Paesi Bassi, era il proprietario del caffè dove è avvenuta la sparatoria ed era considerato un nemico di Taghi. Anche lui è stato successivamente arrestato. Taghi è stato arrestato nel dicembre 2019 dopo essersi nascosto a Dubai dal 2016. È stato arrestato in un'operazione congiunta che ha coinvolto la polizia marocchina, degli Emirati Arabi Uniti e olandese e successivamente estradato nei Paesi Bassi. Nel 2024, Taghi è stato condannato all'ergastolo. (Fonte: yabiladi, 13/01/2026) I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS è un servizio di informazione gratuito distribuito dalla associazione senza fini di lucro Nessuno Tocchi Caino - Spes contra spem. Per maggiori informazioni scrivi a info@nessunotocchicaino.it |



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