NESSUNO TOCCHI CAINO - MARCO E ENZO VIVONO IN CHI SCEGLIE DI NON DIMENTICARE LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA E LA VERITÀ, DI FAR VIVERE LA DEMOCRAZIA

 

NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM

Associazione Radicale Nonviolenta
Transnazionale Transpartitica

Anno 26 - n. 13 - 09-05-2026

LA STORIA DELLA SETTIMANA

MARCO E ENZO VIVONO IN CHI SCEGLIE DI NON DIMENTICARE LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA E LA VERITÀ, DI FAR VIVERE LA DEMOCRAZIA

NEWS FLASH

1. ADDIO A OLIVIER DUPUIS, IL FUNAMBOLO CHE DANZAVA SUL FILO TRA L’EUROPA E IL MONDO
2. RADIO RADICALE, ELISABETTA ZAMPARUTTI: ‘LASCIO LA TRASMISSIONE PER ESCLUSIONE DI NESSUNO TOCCHI CAINO DALLA RADIO’
3. IRAN: LA NOBEL MOHAMMADI ‘TRA LA VITA E LA MORTE’ DOPO UN RICOVERO IN OSPEDALE
4. SOUTH CAROLINA (USA): JOHN RICHARD WOOD NON È SANO DI MENTE E NON PUÒ ESSERE GIUSTIZIATO




MARCO E ENZO VIVONO IN CHI SCEGLIE DI NON DIMENTICARE LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA E LA VERITÀ, DI FAR VIVERE LA DEMOCRAZIA
Il 19 maggio 2026 ricorre il Decennale da quando Marco Pannella è venuto a “mancare”. Dalle ore 10 alle 20, saremo nella nuova sede di Nessuno tocchi Caino a Roma in Via della Panetteria 15, di fronte alla casa nella quale Marco ha vissuto fino all’ultimo. Nella stessa giornata, nel 38° Anniversario della sua scomparsa, ricorderemo anche Enzo Tortora, vittima di un sistema di giustizia medievale.

Francesca Scopelliti*

Anche se il 18 e il 19 maggio ne ricordiamo i tristi anniversari, Enzo Tortora e Marco Pannella non appartengono al passato: sono figure che continuano a vivere nel presente e nel futuro civile e politico dell’Italia, incarnando valori che restano attuali e necessari. Si raccontano e vivono delle loro battaglie politiche più decisive della storia repubblicana: dai diritti civili alla giustizia giusta, alla civiltà delle carceri, dalla laicità dello Stato alla libertà individuale, dalla fame nel mondo al tribunale penale internazionale. Si narrano con la caparbietà di non mollare, di non arrendersi, di usare anche il corpo, Pannella con i digiuni e Tortora con la galera, pur di raggiungere l’obiettivo.
“Faccio quel che devo accada quel che può” diceva Marco al suo esercito radicale, e in effetti faceva di tutto perché accadesse quello che lui voleva. Senza risparmiarsi e risparmiare energia anche con l’uso dei media, “sceneggiate” dicevano alcuni, strumento per scuotere le coscienze civili e le istituzioni diceva la verità. Azioni forti, simboliche, impossibile da ignorare: il suo silenzioso primo piano imbavagliato davanti alle telecamere, la maratona oratoria insieme ai compagni radicali durata 24 ore, l’hashish fumato in pubblico. Ma anche la strategia usata per far sì che Enzo Tortora, dimessosi da parlamentare europeo, venisse arrestato con un adeguato colpo di scena.
Marco ed Enzo, la strana coppia: radicale uno, liberale l’altro. Genio e sregolatezza uno, talento e disciplina l’altro, il quale dopo la vicenda giudiziaria disse “sono liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito”. E il loro sodalizio ha lasciato un segno indelebile, portando alla ribalta la necessità di riforme irrinunciabili sul diritto alla vita e la vita del diritto.
La dignità contro l’ingiustizia. Enzo Tortora è diventato un simbolo della lotta contro gli errori giudiziari e gli abusi del potere. La sua vicenda – arrestato ingiustamente nel 1983 con pesanti accuse che si rivelarono poi completamente infondate – è una ferita ancora aperta nella coscienza collettiva. La sua reazione fu un esempio di coraggio morale e fiducia nella giustizia, anche quando tutto sembrava perduto. Tortora non rispose con odio, ma con una dignità che lo ha reso immortale, più di qualsiasi assoluzione formale. Oggi, la sua storia continua a parlare alle nuove generazioni quando si discute di garanzie processuali, libertà individuali e responsabilità dei media. In un’epoca in cui la presunzione di colpevolezza domina spesso il dibattito pubblico, la sua figura resta una bussola etica e civile. E Dio solo sa quanto sia mancato nell’ultima campagna referendaria per la separazione delle carriere nella magistratura.
La passione come politica: Marco Pannella ha segnato la storia italiana con una visione della politica come strumento di libertà, non di potere. Le sue battaglie – dal divorzio all’aborto, dai diritti civili al garantismo, fino alla fame nel mondo e alle carceri – non hanno mai avuto confini ideologici. Pannella rappresenta l’idea che la disobbedienza civile e la nonviolenza siano forme di amore politico, strumenti per migliorare la condizione umana. Il suo lascito vive oggi in ogni discussione sulla libertà individuale, la laicità dello Stato, la trasparenza e la giustizia giusta. La sua voce, profetica e instancabile, continua a riecheggiare in chi non accetta che la politica si riduca a gestione del potere o consenso facile. E Dio solo sa quanto sia mancato nell’ultima campagna referendaria per la divisione delle carriere nella magistratura.
In questi giorni siamo stati colpiti dalla morte di un grande campione, nello sport ma ancor più nella vita, Alex Zanardi: un uomo che non si è mai arreso davanti a nulla, nemmeno a quel tragico incidente di Formula 1 in cui perse le gambe ma non la voglia di mettersi alla prova e confermarsi campione con quattro ori paraolimpici nella disciplina della handbike. Dalla cronaca sportiva, Zanardi è diventato letteralmente un simbolo. Così come Tortora e Pannella, diventati più “grandi della loro vita biologica”, due “immortali” della coscienza civile perché le loro lotte non si sono concluse con la loro vita. Hanno indicato un modo diverso di intendere la cittadinanza: il dovere di dubitare, di non obbedire ciecamente, di difendere anche chi è debole, solo o accusato. Il loro coraggio e la loro radicalità etica non descrivono un passato da commemorare, ma un presente da vivere e un futuro da costruire.
In un Paese spesso smemorato, farli vivere significa scegliere di non dimenticare la libertà, la giustizia e la verità, perché solo così la democrazia rimane viva. Proprio come Marco e Enzo.

* Presidente Fondazione per la giustizia giusta Enzo Tortora



NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

ADDIO A OLIVIER DUPUIS, IL FUNAMBOLO CHE DANZAVA SUL FILO TRA L’EUROPA E IL MONDO
Igor Boni e Silvja Manzi

«Le funambule, cheveux au vent, danse sur son fil…» (“Il funambolo, i capelli al vento, danza sul suo filo…”). Così la moglie Aude ha comunicato lunedì pomeriggio a centinaia di amici, che si erano idealmente raccolti da tutto il mondo attorno al suo capezzale, che Olivier Dupuis era morto. Malato da alcuni mesi, quando la situazione si è aggravata e le sofferenze si sono fatte insopportabili, ha fissato la data dell’eutanasia e fatto in modo che lo sapessero tutti quelli con cui aveva condiviso pezzi di vita e di impegno politico, perché si preparassero al commiato, inviando un ultimo messaggio: «È certo che ci ritroveremo sul nuovo cammino, il cammino dell’amore e della speranza».
Dupuis è stato segretario del Partito Radicale dal 1995 al 2003 e deputato europeo (eletto in Italia) dal 1996 al 2004. Nel decennio precedente era stato a capo di quel manipolo di militanti transnazionali (Paolo Pietrosanti, Andrea Tamburi, Marino Busdachin, Massimo Lensi, Sandro Ottoni, Marina Szikora, Antonio Stango, Michele Boselli, Mihai Romanciuc, Nikolay Khramov…) che Pannella aveva prima sguinzagliato nei Paesi dell’Est europeo sovietizzato e poi, dopo la caduta del Muro, impegnato nella battaglia per la democratizzazione dello spazio post-sovietico.
Nella perenne transizione incompiuta che, secondo la formula pannelliana, avrebbe dovuto portare “dall’Europa delle patrie alla patria europea”, Dupuis si è sempre mosso con la consapevolezza che la libertà e la sicurezza del Continente andavano difese, in primo luogo, in partibus infidelium, danzando, per così dire, sul filo tra l’Europa e il mondo.
Come nel 1985, con una clamorosa affermazione di coscienza, si fece arrestare rifiutando sia il servizio militare sia quello civile in Belgio e dichiarando che la vera difesa europea passava dalla fine dell’appeasement con l’URSS e della “guerra per fame” nel Sud del mondo, così all’inizio degli anni 2000 denunciò l’illusione di un ordine globale pacifico fondato su un negoziato puramente affaristico con gli imperialismi russo e cinese. E ha continuato – con gli arresti, con i lunghissimi scioperi della fame – a dare corpo a una politica nonviolenta unica e straordinaria, di una attualità accecante.
Anche quando parlava di ceceni e tibetani, di ucraini e uiguri, di tunisini e cambogiani, di israeliani e vietnamiti, Dupuis parlava d’Europa, e viceversa, vedendo nella loro libertà l’altra faccia della medaglia della libertà europea. L’Europa non era per lui uno spazio geografico ma un’ideale universalistico di civilizzazione politica, la cui prospettiva di sopravvivenza dipendeva da una proiezione globale, cioè dalla forza di “contagio” della libertà, della democrazia e dello Stato di diritto.
Anche la cerimonia laica di amore e di amicizia che si è celebrata nei giorni precedenti alla sua morte è stata, come la sua vita, transnazionale. Sono arrivati messaggi dai quattro angoli della Terra, soprattutto a nome di quegli oppressi di cui la politica europea ufficiale aveva addirittura paura di pronunciare il nome ma che Dupuis frequentava e difendeva spesso in totale solitudine.
Gli ha scritto il Dalai Lama per «esprimere la profonda gratitudine per il costante sostegno che hai dato alla pacifica lotta del popolo tibetano» e il primo ministro in esilio della repubblica cecena di Ichkeria, Akhmed Zakayev: «il tuo nome è già scritto a lettere d’oro nella storia del popolo ceceno. Sei parte integrante del nostro destino». Con i loro sono arrivati i messaggi di attivisti, politici, diplomatici, militari, accademici che, anche dopo avere lasciato l’impegno istituzionale, Dupuis aveva continuato a coinvolgere in iniziative, che culminavano in genere in appelli sottoscritti da centinaia di personalità di fama internazionale e pubblicati sulle testate di diversi Paesi e che negli ultimi anni avevano ovviamente al centro la questione dell’aggressione russa all’Ucraina.
Dopo la sua morte è stato ricordato alla Camera dei Deputati italiani e tra qualche giorno sarà ricordato anche al Parlamento europeo, tra i cui scranni si è sempre mosso onorando e celebrando “verità nella vita e vita nella verità”, come recitava il famoso manifesto-appello contro lo sterminio per fame scritto da Marco Pannella, sottoscritto da oltre 140 premi Nobel e lanciato il 24 giugno 1981, proprio nell’anno in cui il giovane Olivier Dupuis si iscrisse al Partito Radicale, iniziando la sua straordinaria carriera di funambolo politico. Cher Olivier, continuons le combat ensemble!



RADIO RADICALE, ELISABETTA ZAMPARUTTI: ‘LASCIO LA TRASMISSIONE PER ESCLUSIONE DI NESSUNO TOCCHI CAINO DALLA RADIO’
Elisabetta Zamparutti, Tesoriere di Nessuno tocchi Caino e componente il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, coautrice della trasmissione “Dei diritti e delle pene” in onda su Radio Radicale, nel rendere pubblica la sua decisione di interrompere la collaborazione, ha dichiarato quanto segue:
“Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di essere coautrice di una trasmissione radiofonica sui temi della privazione delle libertà, in relazione al mio ruolo nel Comitato europeo per la prevenzione della tortura.
Ho sempre considerato questo spazio un’occasione importante di informazione e approfondimento su questioni che riguardano i diritti fondamentali e la dignità delle persone private della libertà. Tuttavia, nel tempo è cresciuto in me un disagio sempre più difficile da ignorare.
Accanto a questo impegno istituzionale, ricopro infatti anche il ruolo di Tesoriere di Nessuno tocchi Caino, associazione fondata con Marco Pannella, Sergio D’Elia e Maria Teresa di Lascia. Ritengo che il pluralismo e il confronto siano valori essenziali, soprattutto in un contesto informativo, come quello di Radio Radicale, che ha storicamente fatto di questi principi una sua cifra distintiva.
Per questo non posso non rilevare come, negli ultimi anni, l’Associazione sia stata progressivamente esclusa dalla messa in onda sulle frequenze della radio di suoi eventi e partecipazione di suoi dirigenti alle trasmissioni di informazione, confronto e approfondimento.
In questo contesto, la possibilità che mi viene data di parlare, sia pure in modo limitato, anche delle iniziative dell’associazione mi pone in una posizione che avverto come contraddittoria.
Dopo una riflessione non semplice, ho quindi maturato la decisione di rinunciare alla trasmissione. Si tratta di una scelta che ho preso per la considerazione e il rispetto verso l’impegno associativo che svolgo e il valore delle iniziative condotte da tutta l'associazione.
Proseguirò nel mio impegno sui temi della giustizia, dei diritti e della dignità delle persone detenute in ogni sede e spazio possibile.”
(Fonte: 9Colonne, 04/05/2026)



IRAN: LA NOBEL MOHAMMADI ‘TRA LA VITA E LA MORTE’ DOPO UN RICOVERO IN OSPEDALE
Un comitato di sostegno a Narges Mohammadi, detenuta in Iran, ha dichiarato martedì 5 maggio che la donna si trova “tra la vita e la morte”.
Il deterioramento delle condizioni di salute di Mohammadi ha suscitato i peggiori timori tra le persone a lei vicine.
Ora poco più che cinquantenne, Mohammadi ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2023 mentre era in carcere per la sua campagna a favore dei diritti delle donne e dell’abolizione della pena di morte in Iran. Ha avuto un sospetto infarto alla fine di marzo ed è stata portata in un ospedale nel nord-ovest dell’Iran il 1° maggio a causa del rapido deterioramento delle sue condizioni di salute, ha riferito la sua famiglia.
“Non stiamo solo lottando per la libertà di Narges, stiamo lottando affinché il suo cuore continui a battere”, ha dichiarato la sua avvocatessa con sede a Parigi, Chirinne Ardakani, durante una conferenza stampa dei suoi sostenitori.
Jonathan Dagher, del gruppo per la libertà di stampa Reporters Without Borders (RSF) con sede a Parigi, che fa anche parte del suo comitato di sostegno, ha affermato: «È la prima volta che diciamo che si trova tra la vita e la morte, che c’è un rischio di morte.»
«Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi», ha aggiunto.
Mohammadi, che ha trascorso gran parte degli ultimi vent’anni entrando e uscendo di prigione per il suo attivismo, è stata arrestata da ultimo a dicembre dopo aver denunciato la Repubblica islamica al funerale di un avvocato.
Mohammadi sta subendo un «deterioramento senza precedenti» della sua salute, ha affermato Ardakani.
«Non abbiamo mai temuto così tanto per la vita di Narges; potrebbe lasciarci da un momento all’altro», ha aggiunto.
Mohammadi ha perso 20 chilogrammi in carcere, ha difficoltà a parlare ed è attualmente «irriconoscibile» rispetto a com’era prima del suo ultimo arresto.
I suoi sostenitori vogliono che Mohammadi venga trasferita a Teheran per essere curata dal suo team medico personale, ma non c’è alcun segno che venga trasferita da Zanjan.
I figli gemelli adolescenti di Mohammadi e suo marito vivono a Parigi e Ardakani ha esortato il ministero degli Esteri francese e il presidente Emmanuel Macron ad adottare una linea più dura sul suo caso.
(Fonte: france24.com, 05/05/2026)



SOUTH CAROLINA (USA): JOHN RICHARD WOOD NON È SANO DI MENTE E NON PUÒ ESSERE GIUSTIZIATO
Un uomo di 59 anni condannato a morte in South Carolina per l’omicidio di un agente della polizia statale nel 2000 non può essere giustiziato a causa di una malattia mentale che lo ha reso incoerente e gli fa credere di essere immortale, secondo quanto stabilito da un giudice della Corte Circoscrizionale.
John Richard Wood è il primo detenuto condannato a morte nella South Carolina ritenuto non idoneo all’esecuzione da quando lo Stato ha ripristinato la pena capitale nel settembre 2024.
Le sette esecuzioni avvenute da allora includono tre uomini che hanno scelto di morire per fucilazione — l’ultima delle quali a novembre.
Wood, condannato 24 anni fa, era tra i detenuti nel braccio della morte in attesa di ricevere un mandato di esecuzione dopo aver esaurito i normali ricorsi.
Ma la scorsa settimana, dopo aver ascoltato le testimonianze degli esperti di salute mentale che hanno valutato Wood, la giudice Grace Knie ha accolto la richiesta dei suoi avvocati secondo cui gli effetti debilitanti della sua schizofrenia impediscono allo Stato di giustiziarlo.
I tre esperti – uno psichiatra della procura, nonché uno psichiatra e uno psicologo del team di Wood – hanno tutti concordato sul fatto che Wood non soddisfacesse il duplice standard legale dello Stato per l’idoneità all’esecuzione.
In primo luogo, Wood non è in grado di comprendere razionalmente e oggettivamente i reati per i quali è stato processato, le ragioni della sua punizione e la natura della stessa. In secondo luogo, non è in grado di comunicare razionalmente con i suoi avvocati.
La sentenza della Knie del 22 aprile sospende temporaneamente l’emissione del mandato di esecuzione di Wood. La sua decisione scritta di 12 pagine dovrà essere esaminata dalla Corte Suprema dello Stato, che potrà confermare o ribaltare la decisione della Knie.
Citando la testimonianza degli esperti di salute mentale durante un'udienza di due giorni tenutasi a Spartanburg nel mese di marzo, la giudice Knie ha affermato che Wood crede di essere immortale, di essere già «morto tre volte nel braccio della morte» e di risorgere nuovamente se lo Stato lo giustiziasse.
Allo stesso tempo, Wood ritiene che il governatore della South Carolina lo abbia già graziato, annullando la sua condanna a morte.
Wood è stato giudicato colpevole di omicidio e di un reato relativo alle armi da fuoco per aver ucciso l’agente della Polizia Stradale statale Eric Nicholson il 6 dicembre 2000. Nicholson aveva cercato di fermare Wood, che stava guidando un ciclomotore sulla Interstate 85 nella contea di Greenville, quando Wood sparò all’agente cinque volte.
Gli esperti hanno inoltre testimoniato in merito alla visione del mondo di Wood, alimentata da deliri.
Sebbene Wood comprenda il motivo per cui ha ricevuto la condanna a morte, crede erroneamente che le forze dell’ordine stessero «cercando di incastrarlo per uno stupro brutale».
Wood è convinto che il giudice del suo processo del 2002 — l’attuale presidente della Corte Suprema John Kittredge — e il personale dell’aula stessero lavorando contro di lui perché erano agenti di «Beloved Kevin Rudolph», una divinità che nella mente di Wood fa parte di una battaglia per governare il pianeta. Wood crede che gli siano state date le ali e il dono dell’immortalità per vincere questa battaglia.
«Più parlo, più mi sento folle nel dire queste cose», ha affermato la dottoressa Amanda Salas, psichiatra della difesa, riguardo alla concezione del mondo di Wood. «Nulla di tutto ciò ha senso, e questo è semplicemente dovuto alla persistenza e alla natura ben sviluppata dei suoi sistemi deliranti».
Gli altri due esperti erano Susan Knight, psicologa della difesa di Wood, e il dottor Matthew Gaskins, psichiatra dell’accusa. Quando hanno valutato Wood, hanno affermato gli esperti, è stato molto difficile avere una conversazione razionale con lui.
Hanno dichiarato che la malattia mentale di Wood è progressivamente peggiorata e che probabilmente non riacquisterà la capacità di intendere e di volere, soprattutto poiché rifiuta di assumere farmaci.
Nel 1993, la Corte Suprema dello Stato ha stabilito che un detenuto non può essere costretto ad assumere farmaci al solo scopo di essere giustiziato. Tale decisione, che ha dichiarato Fred Singleton incapace, ha inoltre stabilito il duplice criterio che determina l’idoneità di un detenuto nel braccio della morte ad affrontare l’esecuzione. Singleton è deceduto nel braccio della morte per cause naturali lo scorso ottobre all’età di 81 anni.
Wood non si è presentato all’udienza di marzo a Spartanburg.
I suoi avvocati hanno affermato che egli non comprendeva lo scopo del procedimento e si è rifiutato di essere trasferito dal Broad River Correctional Institution, la prigione di Columbia che ospita il braccio della morte.
Knie ha respinto la richiesta dei pubblici ministeri di ordinare al Dipartimento di Correzione dello Stato e al tutore legale di Wood, nominato dal tribunale, di rendere disponibili le sue cartelle cliniche o il piano di cura nei tempi prescritti. Il suo tutore legale ha dichiarato di poter fornire all’accusa aggiornamenti periodici sulle condizioni mentali di Wood.
L’ufficio del procuratore generale dello Stato, che si occupa dei ricorsi in materia di pena di morte, ha rifiutato di commentare la decisione di Knie. Anche gli avvocati di Wood, appartenenti al gruppo no profit Justice 360, non hanno risposto a una richiesta di commento.
Sono 23 gli uomini nel braccio della morte della South Carolina, sebbene uno di essi sia attualmente detenuto in California per una condanna separata per omicidio.
Tra questi figura Steven Bixby, condannato per l’omicidio di due agenti delle forze dell’ordine nel 2003, che è stato ritenuto idoneo all’esecuzione dopo un’udienza probatoria tenutasi lo scorso anno. Bixby ha un ricorso in sospeso.
La South Carolina ha ripreso le esecuzioni nel settembre 2024 dopo una pausa di 13 anni, in parte perché lo Stato non era riuscito a procurarsi i farmaci per l’iniezione letale.
Tre anni fa, il Parlamento aveva approvato una legge che ripristinava la sedia elettrica come metodo di esecuzione predefinito e aggiungeva la morte per fucilazione come opzione. La legge manteneva inoltre l’iniezione letale come opzione nel caso in cui l’agenzia penitenziaria fosse riuscita a procurarsi nuovamente i farmaci, cosa che è avvenuta dopo che i parlamentari hanno approvato un’altra legge che mantiene segreto tutto ciò che riguarda i farmaci.
Una sentenza del luglio 2024 della Corte Suprema dello Stato, che ha confermato la costituzionalità sia della sedia elettrica che della fucilazione, ha permesso l’emissione dei mandati di esecuzione.
(Fonte: South Carolina Daily Gazette, 22/04/2026)



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