NESSUNO TOCCHI CAINO - MARCO PANNELLA E ALDO CAPITINI, ‘COMPRESENTI’ NELL’AZIONE NONVIOLENTA A DIFESA DEI POVERI CRISTI CROCIFISSI DELLA STORIA: EMARGINATI, DROGATI, COLPEVOLI, CARCERAT
NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM |
Associazione Radicale Nonviolenta |
Anno 26 - n. 15 - 23-05-2026 |
| LA STORIA DELLA SETTIMANA MARCO PANNELLA E ALDO CAPITINI, ‘COMPRESENTI’ NELL’AZIONE NONVIOLENTA A DIFESA DEI POVERI CRISTI CROCIFISSI DELLA STORIA: EMARGINATI, DROGATI, COLPEVOLI, CARCERATI NEWS FLASH 1. QUANDO È ORA DI SMETTERE 2. FERMIAMO L’APARTHEID VERSO I DETENUTI PSICHIATRICI 3. YEMEN: TRIBUNALE HOUTHI EMETTE 19 CONDANNE CAPITALI 4. IRAN: 121ª SETTIMANA DELLA CAMPAGNA ‘MARTEDÌ CONTRO LE ESECUZIONI’ MARCO PANNELLA E ALDO CAPITINI, ‘COMPRESENTI’ NELL’AZIONE NONVIOLENTA A DIFESA DEI POVERI CRISTI CROCIFISSI DELLA STORIA: EMARGINATI, DROGATI, COLPEVOLI, CARCERATI Enzo Musolino È Aldo Capitini il “segreto” di Pannella e si può tradurre come Compresenza. Ed è un segreto paradossale, intimo e pubblico allo stesso tempo, come il “privato” che è stato sempre “politico” per Pannella, governato dal principio di “nonmenzogna” dal quale è scaturita l’ultima sua battaglia, quella per la codificazione del diritto alla conoscenza come diritto umano fondamentale. E allora, cosa è per Capitini/Pannella la Compresenza? È il ripudio della dialettica storica intesa come marcia trionfante che tutti tritura, incurante della violenza dei mezzi e delle vittime “anonime”, verso “il fine” del tempo “migliore”, della Società pacificata e perfetta; è il recupero degli imperfetti, degli umili, dei senza nome, dei deboli, degli sconfitti, dei diversi, dei trafitti, dei pallidi, dei reietti, degli incarcerati, dei dissidenti, dei feriti e dei morti e della loro capacità – ora – di concorrere con i “viventi” e i persuasi, magari inconsapevolmente, con atti nobili o attraverso gli errori, all’affermazione del valore, di ciò che conta, che serve, che salva, che resiste: il valore della Persona come centro dell’azione tesa alla liberazione delle forze concusse, innanzitutto, dalle spire di un Potere – illiberale e arbitrario – che va combattuto anche quando gli esclusi di ieri diventano i nuovi escludenti, i carnefici dagli ide ali immacolati. Compresenza significa anche che nessuno può essere inchiodato per sempre al “fatto” e che l’uomo è tale perché capace di infinite possibilità di atti di rinascita e vita, significa che sono troppe e meravigliose le cose che possiamo fare con il “nemico” (o con il “criminale”) invece di annientarlo. Compresenza significa, ancora, che la “realtà liberata” dalla violenza e dalla morte non sta nel futuro palingenetico di un ideologismo che sacrifica i presenti, che li strumentalizza violentandoli, in vista del bene che verrà ma ha senso, “sta”, invece, solo nell’oggi, nel regno del “subito”, nel corpo (perché il “segreto” è sempre anche “secreto” umorale della nostra carne ferita) e nello spirito di chi con la propria azione, con i mezzi nonviolenti, prefigura i fini realizzandoli nella generazione presente! Nella Compresenza di Pannella – nella sua urgenza radicale – passato e futuro, morti, viventi e prossimi, sono sempre congiunti – attuali e contemporanei – nella fede persuasa in “Altro” rispetto ai clericalismi di un Potere che dimentica il retaggio e l’esempio, mortifica le esigenze di chi soffre ora, rimanda a un domani sempre più lontano l’affermazione corale contro l’ingiustizia intollerabile della morte del “tu”, magari della “morte per pena” nelle celle di reclusione o nei letti della condanna al dolore cui ci costringe l’inazione di una cattiva politica incapace di legiferare sul “fine vita”. Il segreto di Pannella, quindi, è la religiosità aperta, non confessionale, di ciò che ci lega tutti, il coraggio, in fondo, di riconoscere Cristo in tutti i cristi-crocifissi della Storia, nei volti anonimi (anche il Dio biblico è “anonimo”, senza nome, e quello evangelico si riflette nell’anonimato dei poveri e dei “piccoli”) dei drogati, degli emarginati, dei colpevoli, dei reclusi, dei suicidi, degli invisi, dei nostri e speciali “ebrei” che in qualche modo odiamo e colpevolizziamo per giustificare la nostra indifferenza. Lo aveva compreso Papa Francesco che, negli ultimi anni della vita del leader radicale, non fece mancare il suo appoggio, non solo con le telefonate e le lettere, ma anche con interventi pubblici sul tema, ad esempio, delle carceri sovraffollate, riconoscendo, a me pare, una consonanza – più di un “divergente accordo” – tra la persuasione alla Compresenza e la fede nella Comunione dei Santi, nell’unione mistica di tutti in Cristo e viceversa. Appare significativa la postilla finale all’ultima lettera di Pannella al Papa: “Ho preso in mano la croce che portava mons. Romero, e non riesco a staccarmene” ... ed è difficile, se non impossibile, recidere davvero il nesso. I morti, infatti, non ritorneranno per il semplice motivo che non sono mai andati via. NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH QUANDO È ORA DI SMETTERE L’insegnamento di Marco Pannella, di cui ricorre in questo mese di maggio il Decennale di quando è venuto a mancare, guida ancora nel presente e orienta i nostri Laboratori Spes contra spem. Essi sono alte scuole di formazione interiore, seminari laici di conversione radicale dalla violenza alla nonviolenza. È nel solco di questa esperienza che cerchiamo di accompagnare e sostenere percorsi di cambiamento anche personale come quello dell’autore di questo racconto, confidando anche nell’attenzione e nella sensibilità delle istituzioni del nostro Paese. Qui, l’autore scrive che smettere di scrivere è come smettere di fumare. Ma la scrittura come il fumo è sempre in agguato, e meno male. Credo sia giunto anche un altro tempo di smettere, quello dell’accanimento penitenziario che assomiglia a quello “terapeutico”: quando non si ha più nulla da esigere in termini di “rieducazione” e di qualità della vita, è giunta l’ora non del fine ma della fine della pena. S. D. Cesare Battisti L’ultimo libro è come l’ultima sigaretta, si butta via il pacchetto e se ne compra un altro. Ho smesso tante volte di fumare e altrettante di scrivere. È da un quarto di secolo che ho detto addio al fumo, ma con la scrittura non ce l’ho fatta, è droga dura. Ci sto provando anche adesso mentre scrivo. Offrendo tutta intera la mia vita a questa autobiografia, dopodiché il tarlo dovrà cercarsi un altro legno da rosicchiare. Ma mi manca ancora un pezzo di cammino da rifare, l’ultimo, senza il quale non si lascerà cadere la parola fine. Il pensiero di poterlo veramente fare, che questa volta con il pacchetto pieno butto via anche la smania di capire, già che per me scrivere è sempre stato un regolamento di conti personale, è sconcertante. E triste, come dare forma a qualcosa che non sarà più; come circoscrivere il vuoto che l’ultima sigaretta lascia nella vita del fumatore. E così ieri non ce l’ho fatta a continuare. Rimanere davanti allo schermo a macinare ricordi, come quando partorivo idee, e a ravvivare con il disagio anche il dolore di esserci stato. Oltre al rischio di star pagando, anche adesso, l’ennesimo tributo alla scrittura: ultimo insulto alla memoria. Così alla beffa, ho preferito una scappatina all’aria. Giù in cortile ho trovato una lingua di sole che lambiva il muro, una fila di detenuti la seguiva. Mi sono accodato a loro, gli occhi bassi, attento a non provocare conversazioni, che eppure mi avrebbero distratto: curare la tristezza somministrandosi una dose infinitesimamente minore dello stesso male. Una volta, almeno, in cortili simili a questo c’era la rabbia a tenermi compagnia, adesso è la malinconia a farla da padrone. Seguo il sole, “beato lui che può arrampicarsi sui muri senza rischiare una raffica di mitra”. L’ha detto un giorno Raffaele, mentre guardava il cielo e ci vedeva il volto di Gesù. Lui vede Gesù dappertutto, ci mette tanta passione a dirlo che tante volte sono tentato di crederci. Qui lo prendono in giro perché lui ride sempre, qualche volta piange ma è come se ridesse. Raffaele è un vecchio ladro, di quelli di una volta che rubavano per vivere e non come fanno oggi per la dose. Io gli sono simpatico perché lo sto ad ascoltare. Ho cominciato a dargli retta per educazione, poi mi ha incuriosito e qualche volta mi sorprende con un’intuizione, allora ridiamo insieme. “Il vecchio terrorista ride con il vecchio scemo”, dicono gli sguardi dei compagni di galera. Sguardi che si accendono a intermittenza, al ritmo imposto dal metadone, dalla buona telefonata a casa, dell’ennesimo rigetto del magistrato di sorveglianza, dall’ansia e dall’amore che li divora. Occhi che camminano e io che li seguo, dietro questa lingua di sole che si assottiglia e sale e più sale più gli sguardi si sollevano, si aggrappano a essa come all’ultima luce di speranza. Ed è sperando di portare a termine questa attraversata, che ricomincio di buonora stamattina. A disseppellire i ricordi di un tempo in cui della scrittura credevo di poterne fare un esame di coscienza. Di quando, un libro dopo l’altro, sempre rincorrendo l’incompiuto, alla spasmodica ricerca d’innocenza, trovavo mille versioni per raccontare la stessa storia. Una storia poco chiara, diciamolo, con un inizio che sembrava un fine e alle circostanze andava sempre l’ultima parola. Allora nessuno mi aveva visto arrivare, suppongo sia stata la luce morente di fine millennio a favorire la mia incursione tra i santuari patinati di Saint Germain de Près. Adesso, mi accontento di esserci, almeno fino al prossimo colloquio, dove rifornirmi di coraggio per ricominciare, a provocare la memoria. FERMIAMO L’APARTHEID VERSO I DETENUTI PSICHIATRICI Sergio D’Elia su l’Unità del 23 maggio 2026 Nello spazio limitato e nel tempo infinito di segregazione del suo corpo prigioniero, Nelson Mandela ha incarnato la lotta contro l’apartheid razziale nel suo Paese e contro l’apartheid politico del suo Paese dal resto del mondo. Nella segreta buia di una cella d’isolamento, ha concepito un futuro luminoso e sconfinato per il Sudafrica. È proprio vero che non esiste realtà che non sia stata frutto di una visione. Nei suoi trent’anni di privazione della libertà e di pena corporale, Mandela ha dato corpo alla visione di libertà del suo popolo segregato, mutilato, offeso. È proprio vero che il carcere può essere colonia penale del potere e nello stesso tempo genesi della fine della pena e del potere coloniale. Come una foresta o una montagna, il carcere può divenire luogo di resistenza e lotta di liberazione. Forse, non esistono nuovo ordine e legge fondamentale che non siano stati immaginati e concepiti dai “fuorilegge” rinchiusi nelle patrie galere, dai “pericoli pubblici” deportati nelle colonie penali, dai “pazzi” rinchiusi nei manicomi criminali, dai “nemici dello stato” esiliati all’estero o al confino nazionale. La prigionia di Nelson Mandela non ha solo liberato il Sudafrica, ha ispirato il mondo nella lotta di liberazione delle nazioni, unite dalla tortura e dai trattamenti inumani e degradanti dei prigionieri. Il suo corpo prigioniero ha stabilito le regole dell’ONU che portano il suo nome. Esse fissano il Diritto Umano, vale a dire il Limite dello Stato, invalicabile dal potere costituito, nel momento e nel modo in cui tratta i carcerati. Se il limite è superato, lo Stato di Diritto diventa Stato di Torto, e può sfociare nella tortura o in punizioni o trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Nel 2015 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato alcune regole di condotta, dette appunto “Mandela”, per porre un argine al potere degli Stati nel momento del giudicare, del condannare, del sorvegliare, del punire e isolare un essere umano. C’è la regola 44 che dice che è isolamento il confinamento per 22 ore o più al giorno in una cella senza significativi contatti umani e che è isolamento prolungato quello superiore a quindici giorni consecutivi. C’è la regola 43 che considera l’isolamento a tempo indeterminato una forma di tortura. Non è solo la sua durata, il luogo di detenzione può rendere la tortura ancor più crudele, la punizione inumana, il trattamento degradante. Le celle di isolamento si trovano di solito nei bassifondi del carcere. Alle finestre di pochi centimetri quadrati c’è una prima linea di sbarre e poi una rete metallica e poi ancora la bocca di lupo. Impediscono alla vista di vedere anche il muro di cinta, alla luce di illuminare la stanza, all’aria di scorrere libera. A volte, la cella è detta “liscia” perché tutto è inchiodato alla parete o piantato al pavimento: branda, tavolo, sedile, armadietto, lavabo. Spesso, tutto è “a vista”, anche il gabinetto, che può essere una tazza di ceramica, un water d’acciaio o un “cesso alla turca”. L’ora d’aria si svolge, uno alla volta, in una vasca di cemento senza proporzione, la base di pochi metri quadri, le mura altissime e sopra, come tetto, una rete da pollaio. Franco Basaglia ha aperto i manicomi a tal punto da chiuderli. A Trieste, quando il cavallo Marco che tirava il carretto con la biancheria sporca è andato in pensione, i matti ne hanno costruito uno in cartapesta azzurra alto tre metri, troppo alto per passare dal portone. Allora, Basaglia ha fatto demolire il battente superiore. Un corteo di centinaia di pazienti, infermieri e medici, in testa il monumento equestre, è uscito dal manicomio e ha attraversato la città. È stato un incontro storico tra il dentro e il fuori, l’inizio della fine delle gabbie per matti. Una volta, Basaglia, i matti li ha fatti anche volare. Ha convinto l’Alitalia a farli salire su un aereo. Dall’alto del cielo i matti hanno visto la città di Venezia, Trieste e il loro manicomio, sempre più piccolo, sempre più lontano, fino a scomparire dalla faccia della terra. Le carceri di oggi hanno preso il posto dei manicomi di allora. Le celle lisce di isolamento e gli psicofarmaci hanno sostituito i letti di contenzione, le camicie di forza e l’elettroshock. Ho visto coi miei occhi brande prive di materasso, lenzuola e cuscino, piantate su un pavimento di cemento ricoperto di cibo, urina ed escrementi. Ho visto corpi nudi con una coperta lercia sulle spalle segnati da cicatrici per i continui atti di autolesionismo. Ho visto persone sorvegliate a vista giorno e notte perché a rischio di suicidio. Una pena vedere: non solo il condannato a vivere in quel luogo, anche il suo custode, condannato a lavorare ogni giorno in un tale degrado umano e ambientale. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono stati definitivamente chiusi dieci anni fa. Le Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM) delle carceri giudiziarie hanno preso il loro posto. Ho visitato quelle di Barcellona Pozzo di Gotto e di Reggio Emilia: la struttura è quella dei vecchi OPG, anche le scritte sui muri li ricordano. A Barcellona OPG, una volta, i matti venivano caricati su un pulmino e portati al mare, a prendere il sole e a fare il bagno. A Barcellona ATSM, non si vede mai il sole, il cortile dell’aria ha una pensilina, due lati in muratura e gli altri due sono cancellate alte 8 metri con in cima il filo spinato. A Barcellona ATSM, esiste una piscina, ma non si fa più il bagno, è dismessa da tempo e, dice ironicamente un internato, “serve solo per la coltivazione delle zanzare”. Il 24 aprile scorso, nell’ATSM di Reggio Emilia, è morto un detenuto georgiano paziente psichiatrico. Era rientrato da un paio di giorni dall’ospedale dove era stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Era in attesa di essere trasferito in una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza). Invece è stato riportato in carcere e isolato in una cella senza sorveglianza. Si è impiccato lì, alle nove di sera. Aveva 35 anni. In questi luoghi, la sola permanenza induce alla pazzia. In questi luoghi i “pazzi” non ci dovrebbero stare. Nelle ATSM, non tutti lo sono, non tutti ci sono. Francesco, ad esempio, detenuto a Reggio, si dimostra più ragionevole dei suoi “detenenti” e, spesso, con loro è anche empaticamente risonante. Ma viene rimproverato quando scrive piccoli tatzebao che poi affigge sui muri della sezione con sacrosanti richiami a principi e regole nazionali e internazionali sul trattamento dei detenuti. La Regola Mandela 39 invita le amministrazioni penitenziarie ad astenersi dall’adottare sanzioni disciplinari qualora la condotta di una persona detenuta è una conseguenza diretta della sua malattia mentale. La Regola 109 dice che in caso di disabilità mentali o problemi di salute gravi la detenzione deve essere in un ospedale, non in un penitenziario. La regola 45, stabilisce che, in ogni caso, è proibito l’isolamento dei detenuti che abbiano disabilità mentali e fisiche quando le condizioni possano aggravarsi in ragione della misura applicata A queste regole voglio fare appello per dire che occorre porre fine se non alla carcerazione stessa, almeno alla pratica dell’isolamento dei “detenuti psichiatrici” e a ogni forma di uso “minacciato” o praticato, di trasferimento o procedimento disciplinare. Tali pratiche sono in netto contrasto con l’approccio empatico e non giudicante, il solo in grado di prevenire l’insorgenza di eventi critici aggressivi o autolesivi. Non aiutano il percorso terapeutico e riabilitativo (im)possibile in contesto carcerario, (tant’è) che ha portato giustamente alla chiusura degli OPG. L’Alleanza Terapeutica e l’empatia tra medico e paziente sono fondamentali. Le relazioni affettive, il coinvolgimento dei famigliari, ancor più nel caso di pazienti psichiatrici, rientrano necessariamente in questa santa alleanza terapeutica. Non solo le Regole Mandela, lo stesso Ordinamento penitenziario italiano pone un forte accento sul mantenimento dei rapporti familiari come parte integrante del trattamento rieducativo e del rispetto della dignità umana del detenuto. È assurdo pensare di curare la salute mentale in carcere. Il carcere è una istituzione inutile e dannosa, un’organizzazione criminale e criminogena. Dopo aver chiuso gli OPG, l’aver aperto sezioni come l’ATSM non ha rappresentato una soluzione di continuità per i pazienti detenuti, che soffrono doppiamente: la malattia mentale e la carcerazione. Ciò è intollerabile anche per i “detenenti” che sanno bene l’assurdità di avere pazienti psichiatrici detenuti. In quasi tutti gli istituti di pena del nostro Paese, nell’ufficio del direttore campeggia la foto del Presidente della Repubblica, lungo i corridoi che portano alle sezioni detentive i murales di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e nelle biblioteche del carcere, raramente, il regolamento d’istituto. Nei braccetti del 41 bis, nelle sezioni dette di “ordine e sicurezza”, nelle celle d’isolamento disciplinare e di sorveglianza particolare, dove sono ridotti a zero significativi contatti umani, dove il diritto diventa torto, e tutto si torce nel senso della tortura, lì, invece, si pregano Gesù Cristo e il suo Vangelo, si invocano Nelson Mandela e le sue Regole. Quando il volto sorridente dell’ex Presidente del Sudafrica sarà incorniciato nella stanza del direttore accanto a quello del Presidente della Repubblica italiana, quando le Regole Mandela saranno citate sulle pareti dei corridoi, affisse nelle bacheche delle sezioni e messe a disposizione dei detenuti, stampate nella loro lingua, nella biblioteca del carcere al posto del regolamento che non c’è, allora, avremmo compiuto una piccola rivoluzione simbolica e culturale, potremmo dire che Mandela è vivo e che, forse, è anche finito l’apartheid nelle carceri del nostro Paese. YEMEN: TRIBUNALE HOUTHI EMETTE 19 CONDANNE CAPITALI Un tribunale controllato dagli Houthi nello Yemen il 17 maggio 2026 ha condannato a morte 19 persone per aver combattuto a fianco del governo in esilio. La sentenza, contro la quale è possibile presentare appello, è giunta pochi giorni dopo l'accordo tra gli Houthi e il governo sul più grande scambio di prigionieri nella storia del conflitto, che prevede il rilascio di 1.600 detenuti di entrambe le parti. Le condanne sono state emesse dal Tribunale penale speciale di Sana'a, capitale controllata dagli Houthi, ha comunicato il Ministero della Giustizia del gruppo islamista. Altre quattro persone hanno ricevuto condanne a pene detentive comprese tra i due e i dieci anni, ha aggiunto il ministero. Gli imputati avrebbero costituito un gruppo armato a sostegno del governo (riconosciuto a livello internazionale, ndt) tra il 2015 e il 2023, ha affermato il ministero. Avrebbero compiuto attacchi contro posti di blocco e strutture di sicurezza presidiati dagli Houthi nella provincia meridionale di Dhale. Le accuse contro altre cinque persone sono state ritirate dopo la loro morte, ha aggiunto il ministero senza specificarne le circostanze. La sentenza rappresenta l'ultimo atto di una repressione pluriennale perpetrata dagli Houthi nelle aree sotto il loro controllo. I miliziani hanno imprigionato migliaia di persone, tra cui membri dello staff delle Nazioni Unite, resistendo alle ripetute richieste di rilascio. In passato, tribunali delle aree controllate dagli Houthi hanno inflitto pene severe a coloro che erano accusati di collaborare con il governo, in processi criticati dalle organizzazioni per i diritti umani come iniqui. Lo scorso novembre, un tribunale di Sana'a ha condannato a morte 17 persone per spionaggio a favore di governi stranieri. Nel settembre 2021, i militanti hanno giustiziato nove persone condannate per il loro coinvolgimento nell'uccisione di un alto funzionario Houthi, Saleh al-Samad, avvenuta in un raid aereo della coalizione araba nell'aprile 2018. (Fonte: Awsat, 19/05/2026) IRAN: 121ª SETTIMANA DELLA CAMPAGNA ‘MARTEDÌ CONTRO LE ESECUZIONI’ I detenuti politici in 56 diverse prigioni in tutto il paese hanno iniziato uno sciopero della fame per la 121ª settimana consecutiva in segno di protesta contro la diffusa emissione ed esecuzione di crudeli condanne a morte. Questa campagna, oltre a condannare le recenti esecuzioni di manifestanti e detenuti politici, ha definito l’esecuzione lo strumento più importante del governo per la repressione, l’omicidio di Stato e la creazione di terrore nella società. I detenuti in sciopero, sottolineando la necessità di opporsi a questa macchina di morte, hanno invitato tutti gli attivisti per i diritti civili e umani e la comunità internazionale a unire le loro voci e a unirsi per fermare le esecuzioni in Iran. Il testo completo della dichiarazione della campagna “martedì contro le esecuzioni” è qui di seguito: La campagna “martedì contro le esecuzioni” prosegue in 56 diverse prigioni nella sua 121ª settimana. Da più di due mesi, i governanti tirannici dell’Iran occupano le strade delle città utilizzando i loro agenti e affiliati marginali, fornendo addestramento all’uso delle armi in pubblico e strumentalizzando i minori in questi raduni, con l’intento di istituzionalizzare la violenza e la repressione contro le persone e i manifestanti. Nella settimana appena trascorsa, l’illegittimo governo del Velayat-e Faqih ha impiccato il detenuto politico e di etnia Baluca Abdoljalil Shahbakhsh nella prigione di Zahedan; e in un altro atto criminale ha giustiziato Mohammad Abbasi, uno dei detenuti della rivolta di gennaio, con l’accusa di aver partecipato alla rivolta. Questo mentre sua figlia, Fatemeh Abbasi, è stata condannata a 25 anni di carcere ed è attualmente incarcerata nella prigione di Evin. La dittatura al potere, nel timore di essere rovesciata, non ha altro obiettivo che quello di creare paura e terrore nella società emettendo ed eseguendo crudeli condanne a morte; oltre ai detenuti politici, assistiamo all’esecuzione quotidiana di giovani con accuse non politiche. Abbiamo ripetutamente affermato che l’esecuzione, indipendentemente dal tipo di accusa, non è semplicemente l’attuazione di una sentenza giudiziaria ingiusta che priva un essere umano del diritto alla vita; piuttosto, è lo strumento più importante di repressione e di omicidio di Stato, che ha profonde radici politiche, di classe e ideologiche nella sovranità del Velayat-e Faqih. Questo strumento viene utilizzato per seminare il terrore tra la popolazione al fine di costringere gli oppressi alla sottomissione; ma che vana illusione! Se oggi il governo impicca i giovani uno dopo l’altro, sa benissimo che questi giovani hanno sentito sulla propria pelle la discriminazione di classe e sono consapevoli della corruzione e del saccheggio sistematici del regime. Li giustizia per incutere paura, ma ignora il fatto che questa violenza non solo non zittisce, ma semina nei cuori i semi della consapevolezza, della resistenza e della rivolta. Crediamo che non ci si debba sottomettere di fronte a queste esecuzioni. La campagna “No alle esecuzioni” è un passo necessario verso la giustizia e la libertà e l’eliminazione di ogni tipo di discriminazione e oppressione nell’Iran di domani. L’opposizione aperta e concreta alle esecuzioni è una misura molto importante e decisiva e una vera pietra di paragone per i combattenti di oggi. Noi della campagna “martedì contro le esecuzioni”, come parte del movimento “No alle esecuzioni”, chiediamo a tutti gli attivisti politici, per i diritti umani, sindacali e civili di unirsi più che mai per fermare le esecuzioni, e chiediamo ai lavoratori, agli insegnanti, agli studenti e ai pensionati che finora sono stati la voce forte del no alle esecuzioni nelle strade e nei quartieri di far sentire la nostra voce alle coscienze risvegliate nelle comunità internazionali. La campagna, nella speranza di un Iran libero, privo di repressione e di esecuzioni, e in segno di protesta contro l’emissione e l’esecuzione delle condanne a morte in Iran, è in sciopero della fame martedì 19 maggio 2026, nella sua 121ª settimana, nelle seguenti 56 prigioni: Prigione di Evin (reparti femminili e maschili), Prigione di Ghezel-Hesar (Unità 2, 3 e 4), Prigione Centrale di Karaj, Prigione di Fardis a Karaj, Prigione “Greater Tehran”, Prigione di Qarchak, Prigione di Khorin a Varamin, Prigione di Choubindar a Qazvin, Prigione di Ahar, Prigione di Arak, prigione di Langarud a Qom, prigione di Khorramabad, prigione di Borujerd, prigione di Yasuj, prigione di Asadabad a Isfahan, prigione di Dastgerd a Isfahan, prigione di Sheiban ad Ahvaz, prigione di Sepidar ad Ahvaz (reparti femminili e maschili), prigione di Nezam a Shiraz, prigione di Adelabad a Shiraz (reparti femminili e maschili), prigione di Firuzabad nel Fars, prigione di Dehdasht, prigione di Zahedan (reparti femminili e maschili), prigione di Borazjan, prigione di Ramhormoz, prigione di Behbahan, prigione di Bam, prigione di Yazd (reparti femminili e maschili), prigione di Kahnuj, prigione di Tabas, prigione centrale di Birjand, prigione di Mashhad, prigione di Gorgan, prigione d i Sabzevar, prigione di Gonbad-e Kavus, prigione di Qaemshahr, prigione di Rasht (reparti maschili e femminili), la prigione di Rudsar, la prigione di Haviq a Talesh, la prigione di Azbaram a Lahijan, la prigione di Dizelabad a Kermanshah, la prigione di Ardabil, la prigione di Tabriz, la prigione di Urmia, la prigione di Salmas, la prigione di Khoy, la prigione di Naqadeh, la prigione di Miandoab, la prigione di Mahabad, la prigione di Bukan, la prigione di Saqqez, la prigione di Baneh, la prigione di Marivan, la prigione di Sanandaj, la prigione di Kamyaran e la prigione di Ilam. (Fonte: Iran HRM, 19/05/2026) I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA |


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