NESSUNO TOCCHI CAINO - RICONOSCERE IL DOLORE DI CHI HA SUBITO UNA FERITA E L’UMANITÀ DI CHI L’HA PROVOCATA
NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM |
Associazione Radicale Nonviolenta |
Anno 26 - n. 16 - 30-05-2026 |
LA STORIA DELLA SETTIMANA
RICONOSCERE IL DOLORE DI CHI HA SUBITO UNA FERITA E L’UMANITÀ DI CHI L’HA PROVOCATA NEWS FLASH 1. IL DANNO AGGIUNTIVO DELLA GIUSTIZIA PER CHI LO HA SUBITO E PER CHI LO HA AGITO 2. IRAN: QUATTRO MANIFESTANTI DEL MOVIMENTO ‘DONNA, VITA, LIBERTÀ’ CONDANNATI A MORTE 3. CINA: GIUSTIZIATO PER L’OMICIDIO DI UN MILIARDARIO DEL SETTORE DEI VIDEOGIOCHI 4. TENNESSEE (USA): L’ESECUZIONE DI TONY CARRUTHERS È STATA INTERROTTA I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA SALERNO: 'LA COMUNITÀ PENITENZIARIA: IL CARCERE SECONDO PANNELLA' RICONOSCERE IL DOLORE DI CHI HA SUBITO UNA FERITA E L’UMANITÀ DI CHI L’HA PROVOCATA Giuseppe Culicchia Io lavoro con le parole: il mio bizzarro mestiere è scrivere. Ho cominciato a scrivere perché dovevo raccontare una storia in particolare, quella di Walter Alasia, mio cugino, ucciso il 15 dicembre 1976, mezzo secolo fa, a Sesto San Giovanni, dopo che aveva ucciso due persone: il maresciallo dei carabinieri Sergio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani. Walter apparteneva alle Brigate Rosse ed è stata la persona più cara durante l’infanzia: era più di un cugino, più di un fratello, era la persona che ho amato di più da bambino. Quel giorno, tornando a casa da scuola, ho trovato la mia famiglia in lacrime. In TV c’era Walter, raccontato come un mostro. E io, anche se non sapevo cosa avrei fatto nella vita, mi sono detto che un giorno avrei cercato di raccontare chi era davvero, perché c’era un Walter prima di quel 15 dicembre: un ragazzo molto generoso, molto affettuoso. Per tutta la vita ho cercato le parole per dire anche del dolore che ha schiantato delle vite, a cominciare da quella di sua madre, mia zia Ada, morta di crepacuore otto anni dopo l’uccisione del figlio. E naturalmente le vite delle persone che le azioni di Walter hanno ferito in modo irreparabile. Walter ha fatto due vedove, ha fatto degli orfani. Uno di questi è Giorgio Bazzega, che oggi si occupa di giustizia riparativa. Da quando ho cominciato a scrivere, la cosa più importante è stata incontrare proprio Giorgio Bazzega, che aveva letto il libro in cui raccontavo la storia di Walter, il ragazzo che aveva ucciso suo padre quando lui aveva due anni. Incontrarlo è stato totalmente inaspettato, perché noi piangevamo Walter e ci rendevamo conto di ciò che aveva fatto, pensavamo alle famiglie che aveva distrutto. Grazie a questo percorso ho potuto vedere con i miei occhi, per esempio, Agnese Moro abbracciare Franco Bonisoli, uno dei brigatisti che parteciparono all’agguato di via Fani, che rapirono suo padre. E ho potuto rendermi conto che esiste la possibilità di mettersi di fronte persone che, da un lato, hanno provocato una ferita e, dall’altro, l’hanno subita, e che tuttavia riescono a riconoscere l’umanità l’una nell’altra. I mostri non esistono: esistono persone che, a volte, compiono atti mostruosi, che possono causare molto dolore. Ricostruendo la storia di Walter, a partire dai miei ricordi personali e da ciò che ho trovato in biblioteca su quegli anni, mi sono chiesto: Perché Walter entra nelle Brigate Rosse? Perché prima delle Brigate Rosse c’è Lotta Continua? Perché prima di Lotta Continua c’è sua madre che viene messa in un reparto punitivo alla Falck di Sesto San Giovanni perché ha partecipato agli scioperi? Ho cercato di comprendere come un ragazzo di vent’anni si ritrovi una pistola in mano, una mattina di dicembre, e decida di usarla. E di comprendere anche che, se avesse saputo chi aveva davanti, magari non l’avrebbe fatto. Il padre di Giorgio Bazzega era un poliziotto democratico che pochi mesi prima di morire aveva scritto una lettera all’Unità contro la legge Reale, mentre Vittorio Padovani era stato rastrellato da ragazzo dai tedeschi e si era salvato perché aveva fatto il liceo classico, come l’ufficiale che l’aveva interrogato, e che per questo lo aveva rilasciato. Se Walt er, che aveva avuto un padre deportato a Mauthausen, avesse saputo questo di Vittorio Padovani, l’avrebbe ucciso? Non credo. Se avesse saputo che Sergio Bazzega aveva scritto quella lettera all’Unità, l’avrebbe ucciso? Non credo. Mi sono poi imbattuto in un’altra storia che dovevo raccontare: la storia di Sergio Ramelli. In quel caso non c’erano legami di sangue, ma Sergio era un ragazzo di 18 anni ucciso per aver scritto un tema in classe. Anche nel suo caso c’è stata una famiglia distrutta, perché, come la mamma di Walter è morta di crepacuore otto anni dopo la morte del figlio, anche il padre di Sergio, Mario Ramelli, è morto quattro anni dopo la morte del figlio. Ho compreso perfettamente quale potesse essere quel dolore, un dolore che ancora oggi sembra non avere pieno diritto di cittadinanza. Dopo il libro su Walter mi è stato detto che non dovevo raccontare la storia di un brigatista; dopo il libro su Sergio mi è stato detto che non dovevo raccontare la storia di un fascista. In Val di Susa, durante una presentazione, mi sono trovato davanti un centinaio di contestatori con uno striscione su cui era scritto: “Fascio morto concime per l’orto”, e per la prima volta sono stato scortato dalla Digos dopo aver presentato un mio libro. Questo dà la misura di quanto il giudizio sia facile: ciascuno si sente autorizzato a esprimere giudizi netti, duri, senza possibilità di appello. Da questo punto di vista, i cosiddetti social hanno fatto danni inenarrabili. Ed è sconvolgente constatare che, a distanza di cinquant’anni da quei fatti, con tutto il tempo che teoricamente avremmo avuto per elaborare, in realtà questa elaborazione non c’è ancora stata. NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH IL DANNO AGGIUNTIVO DELLA GIUSTIZIA PER CHI LO HA SUBITO E PER CHI LO HA AGITO Patrizia Patrizi Il danno è un costrutto fondamentale nella giustizia riparativa, che non coincide con il reato, non coincide con l’etichetta giuridica di un comportamento. Il danno corrisponde alle conseguenze: a ciò che noi viviamo rispetto a quello che ci è stato fatto o a ciò che abbiamo fatto. È qui il cuore della giustizia riparativa: ascoltare e comprendere le ragioni del vissuto. La giustizia riparativa compie un passaggio fondamentale che è poi ciò che tutti noi cerchiamo ogni giorno della nostra vita: avere voce rispetto a ciò che ci riguarda. Il danno di chi ha subito e il danno di chi ha agito. In entrambi i casi esiste un danno aggiuntivo: il danno da giustizia. Chi ha subito vive anche il danno prodotto dalla giustizia: testimonia, è “importante”, deve raccontare tutto, ma poi non è veramente rilevante, non ha voce. Se ha dei bisogni, la giustizia non è interessata, perché il suo obiettivo è un altro. Poi, c’è anche il danno di chi ha agito, al quale si pensa ancora meno. Chi ha agito vive un danno da processo e un danno da detenzione. C’è il sovraffollamento, ma c’è anche il danno di non avere una parola libera. E questo è un danno anche per la giustizia stessa, perché la persona deve dire quello che ha fatto, deve assumere responsabilità, dovrebbe poter pensare anche alla persona che ha danneggiato. Ma come può farlo, se è totalmente concentrata sui danni che la giustizia sta producendo sulla sua stessa esistenza, sul suo corpo, sulle sue relazioni, sui suoi affetti più importanti, in nome di una giustizia che dichiara di voler rieducare? È paradossale. La nostra Costituzione afferma un orientamento rieducativo. Ma come si realizza, se la persona detenuta o comunque sottoposta a un regime di controllo non può esercitare le competenze fondamentali, le più importanti, come, per esempio, quelle di relazione con i figli, l’essere presente quando c’è un bisogno? Il bisogno è secondario alla regola. Questo è danno da detenzione: danni che si spargono, che si diffondono, che contaminano. Il danno del figlio o della figlia stigmatizzati. Lo sappiamo come funziona tra bambine e bambini: “Ha il padre in galera…”, “Quello è il figlio di quello lì…”. Lo stigma si propaga e rende sempre più problematico quel cambiamento che pure è dichiarato come obiettivo. La violenza inizia già nell’atto stesso del giudizio. E qual è questa violenza, letta con le parole della giustizia riparativa? Uno dei valori imprescindibili della giustizia riparativa è il non dominio, insieme all’empowerment, al potenziamento delle persone. Nel sistema penale, però, domina la legge, dominano i suoi rappresentanti: gli esperti, quelli che “capiscono”. Giudici, avvocati, psicologi… tutti. Siamo tutti noi, non solo gli “altri”, che ci appropriamo delle storie delle persone. Eloquente il concetto di “ladri professionisti” del criminologo Niels Christie, ladri di professione perché si appropriano dei conflitti, ingabbiando persone e fatti in categorie giuridiche, psicologiche, psichiatriche, ecc. Eppure, a nessuno di noi piace, nella vita quotidiana, quando la nostra storia viene interpretata da altri. La narrazione di noi è di grande rilevanza. La giustizia riparativa ci parla di verità dialogica: una verità che si costruisce attraverso l’ascolto di ciò che l’altro dice. È lì che si costruisce una verità che può consentire di andare avanti, diversa dalla verità processuale, che si ferma ai fatti, agli atti, ai verbali. Cito Michael White, il fondatore insieme a David Epston della psicoterapia narrativa. Un punto sostanziale del suo pensiero, e di particolare utilità e applicabilità nella giustizia riparativa, è che non esistono persone problematiche; esistono problemi e ci sono persone che vivono quei problemi. Allora, quando c’è un danno da reato, quando c’è un danno da detenzione, quello è il problema. È quel problema che chi ha subito si porta dentro, con le sue paure. È quel problema che chi ha agito si porta dentro, con la prospettiva di un futuro spezzato. Per ambedue, un presente doloroso, un futuro difficile da immaginare. Noi siamo esseri narrativi: la nostra vita è una narrazione. La nostra identità si costruisce attraverso scambi dialogici. E qual è il potere della narrazione nella giustizia riparativa, la potenza di questa giustizia dell’umano? Che queste verità si raccontino e si interroghino reciprocamente, affinché ciascuno possa uscire dal dominio del passato e costruire una nuova narrazione di sé oltre il problema, cioè il danno. Una nuova narrazione per l’autore e per la vittima, e anche per le comunità coinvolte. Una narrazione che sia potenziante e orientata alla prospettiva. IRAN: QUATTRO MANIFESTANTI DEL MOVIMENTO ‘DONNA, VITA, LIBERTÀ’ CONDANNATI A MORTE Milad Armoun, Navid Najaran, Seyed Mohammad Mehdi Hosseini e Mehdi Imani, quattro manifestanti del movimento “Donna, Vita, Libertà”, sono stati condannati a morte dal “giudice della morte” Salavati dopo un processo gravemente iniquo. I difensori che rappresentavano gli imputati in quello che è diventato noto come il “caso Ekbatan” hanno illustrato nei dettagli le gravi carenze procedurali e sostanziali che hanno violato i diritti fondamentali a un giusto processo e minato la legittimità delle sentenze emesse dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario. La notizia della sentenza arriva pochi giorni dopo che il Tribunale Penale aveva assolto gli imputati dalle accuse di omicidio. IHR considera il caso una parodia della giustizia e del tutto privo di legittimità giuridica. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’organizzazione, ha dichiarato: “Il caso Ekbatan dimostra la natura arbitraria e profondamente ingiusta della magistratura della Repubblica Islamica. Il Tribunale Rivoluzionario funziona come uno strumento di repressione piuttosto che di giustizia, dove i giudici emettono condanne a morte con assoluto disprezzo per le prove o per i principi fondamentali di un processo equo”. Secondo Emtedad, la Sezione 15 del Tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato a morte i manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” Milad Armoun, Navid Najaran, Seyed Mohammad Mehdi Hosseini e Mehdi Imani. Altri quattro imputati nel caso, Amir Mohammad Khosheghbal, Alireza Barmorzpournak, Alireza Kafayi e Hossein Nemati, hanno ricevuto condanne a sette anni di prigione con l’accusa di “assemblea e collusione contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il sistema”. L’agenzia di stampa giudiziaria Mizan ha riferito che i manifestanti sono stati condannati a morte con l’accusa di efsad-fil-arz (corruzione sulla terra), senza però nominarli. Nell’intervista con Emtedad, Mohammad Hossein Aghasi, il consulente legale di Milad, ha criticato il fatto che il tribunale non abbia fornito una sentenza scritta, affermando: “Non sappiamo quale sia il contenuto della sentenza, quali siano le motivazioni del giudice, e fondamentalmente non abbiamo né visto la sentenza né siamo stati presenti alla pronuncia”. “Ha sottolineato che, secondo la legge, le sentenze devono essere notificate elettronicamente o trascritte dai team legali, eppure “nulla di tutto ciò è avvenuto”. Aghasi ha anche messo in luce gravi contraddizioni nell'accusa di reato capitale stessa, osservando che “Milad è stato condannato a morte con l'accusa di moharebeh, nonostante il fatto che l'accusa di moharebeh fosse stata sostanzialmente ritirata dal caso e modificata in efsad-fil-arz". Per quanto riguarda il metodo irregolare del tribunale di gestire i ricorsi direttamente con il detenuto a porte chiuse, Aghasi ha raccontato che quando Milad ha contestato il verdetto verbale, i funzionari del tribunale gli hanno detto che avrebbero presentato loro stessi il ricorso per suo conto. Ha condannato questa procedura, affermando: «Questo metodo è fondamentalmente illegale; la Corte Suprema non accetta questo metodo di ricorso». Inoltre, ha sottolineato le estreme restrizioni fisiche imposte ai team legali, spiegando: «Non abbiamo praticamente alcun accesso al tribunale. Per visitare la Sezione 15, bisogna recarsi all’inizio di via Moallem, far chiamare la sezione da lì, e se il signor Salavati concede il permesso, possiamo entrare!» Babak Paknia, l’avvocato che rappresenta Alireza, ha condannato con forza l’assoluto disprezzo del tribunale per le procedure legali previste dalla legge, rivelando che il giudice Salavati lo aveva sistematicamente escluso dal procedimento. Protestando contro la sua esclusione, Paknia ha dichiarato: «Il signor Salavati non mi ha permesso di partecipare a nessuna delle udienze. Non ha fornito alcuna giustificazione legale per questo. Come è possibile escludere un avvocato sia dalle udienze del processo che dalla seduta in cui viene pronunciata la sentenza? In questa procedura non c'è assolutamente alcuna forma di giusto processo”. Confermando le irregolarità del processo di notifica, Paknia ha dichiarato che il suo cliente è stato informato verbalmente della sua sentenza e costretto a firmare la conferma della sua consegna, sottolineando che “il metodo legale per notificare un verdetto è completamente diverso da ciò che ha fatto oggi il capo della Sezione 15 del Tribuna le Rivoluzionario di Teheran. La nostra domanda è: da quale legge deriva questo metodo di giudizio e notifica?" Paknia ha sottolineato che, omettendo i numeri ufficiali delle sentenze, il tribunale sta intenzionalmente ostacolando la capacità della difesa di impugnare le sentenze, osservando: “Gli avvocati della difesa non sanno nemmeno esattamente con quali accuse i loro clienti siano stati condannati a morte o alla reclusione. Non hanno nemmeno fornito il numero della sentenza al mio cliente, rendendo impossibile presentare ricorso contro la sentenza”. A livello sostanziale, Paknia ha contestato giuridicamente la validità delle accuse dello Stato nel loro complesso, spiegando che “le azioni commesse dagli imputati nel caso Ekbatan non costituiscono esempi di efsad-fil-arz, perché non hanno turbato l'equilibrio della società”. Ha aggiunto che, secondo la legge iraniana, il moharebeh richiede espressamente l’uso di un’arma per terrorizzare la popolazione, affermando che «puntare un’arma contro un ufficiale non può essere classificato come moharebeh», il che rende la sostan za del caso soggetta a una seria contestazione giuridica. Ali Sharifzadeh, un altro avvocato che rappresenta Milad, ha confermato che il giudice Salavati aveva impedito anche a lui di partecipare alle udienze del processo. Il procedimento presso la Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario costituisce una flagrante violazione dell'articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), di cui l'Iran è parte contraente. Impedendo sistematicamente agli avvocati della difesa di partecipare alle udienze e pronunciando sentenze verbali nei confronti dei detenuti in segreto, il tribunale ha privato gli imputati dei loro diritti fondamentali alla rappresentanza legale, a un processo pubblico e a un'adeguata notifica delle accuse. Inoltre, nascondendo attivamente i numeri ufficiali delle sentenze, la magistratura ha intenzionalmente paralizzato il processo di appello previsto dalla legge. Questo processo parallelo ha anche violato direttamente il principio internazionale contro il doppio giudizio (ne bis in idem), poiché queste condanne a morte sono state approvate pochi giorni dopo che un tribunale penale ordinario aveva già giudicato la stessa condotta e assolto diversi imputati dall’a ccusa di omicidio. Il 20 maggio, Emtedad ha riferito che Milad Armoun, Alireza Kafayi, Amir Mohammad Khosheghbal, Navid Najaran, Hossein Nemati e Alireza Barmazpournak sono stati assolti dalle accuse di omicidio. Le condanne di Milad, Alireza e Amir Mohammad Khosheghbal sono state commutate in 5 anni di reclusione per “complicità nell’aver inflitto lesioni non mortali” e sono stati condannati al pagamento della diya (prezzo del sangue). Hossein dovrà solo pagare la diya, mentre Navid e Alireza sono stati completamente assolti. Almeno 14 manifestanti sono stati giustiziati in relazione alle proteste nazionali del 2022 “Donna, Vita, Libertà” e almeno altri 14 rischiano la pena di morte. (Fonte: IHR, 25/05/2026) CINA: GIUSTIZIATO PER L’OMICIDIO DI UN MILIARDARIO DEL SETTORE DEI VIDEOGIOCHI Le autorità cinesi hanno giustiziato un uomo per l'omicidio del suo socio, il miliardario del settore dei videogiochi Lin Qi, ha reso noto l’azienda il 26 maggio 2026. Nel 2020, Xu Yao, avrebbe avvelenato la vittima per essere stato messo da parte poco dopo aver aiutato Lin a concludere un accordo con Netflix, secondo quanto riportato dai media locali. La Yoozoo Games di Lin detiene i diritti di adattamento cinematografico della trilogia di fantascienza cinese da cui Netflix ha tratto la serie "3 Body Problem". Xu era stato condannato a morte nel 2024 dal Tribunale Intermedio del Popolo di Shanghai e la sua esecuzione, avvenuta presumibilmente il 21 maggio, è stata confermata il 26 maggio dall’azienda in un comunicato, che aggiungeva: "Giustizia è stata finalmente fatta". "Piangiamo profondamente la scomparsa del signor Lin ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia", si legge nel comunicato. "Come colleghi che hanno combattuto al suo fianco, tutti i membri dell'azienda sono grati per l'imparzialità del processo giudiziario". La trilogia di fantascienza "Il problema dei tre corpi" è basata sul romanzo "Alla ricerca del passato della Terra" dello scrittore cinese Liu Cixin. Pubblicati inizialmente in cinese, i libri sono stati tradotti in quasi 30 lingue e hanno ispirato numerosi adattamenti. L'adattamento Netflix del 2024 è diventato rapidamente uno dei titoli più visti della piattaforma di streaming. Lin è stato uno dei produttori esecutivi. Nello stesso anno, Xu è stato riconosciuto colpevole dell'omicidio di Lin, con il tribunale che ha definito il suo complotto "estremamente spregevole". La morte di Lin ha sconvolto l'industria dei videogiochi in Cina e non solo. Lin era il fondatore di Yoozoo Games, la società di sviluppo con sede a Shanghai nota soprattutto per il gioco di strategia "Game of Thrones: Winter Is Coming". Nel 2018, Lin aveva nominato Xu a capo di Three-Body Universe, una sussidiaria incaricata di gestire i progetti legati al franchise di fantascienza. Tuttavia, i due si sono allontanati nel 2020 quando Lin ha deciso di affidare la gestione operativa ad altri dirigenti, secondo quanto riportato dai media locali. In seguito, Xu ha camuffato sostanze letali da pillole probiotiche e le ha date a Lin. Nel dicembre 2020, Lin si è recato in ospedale dopo essersi sentito male. È morto nove giorni dopo, all'età di 39 anni. All'epoca, si stimava che il suo patrimonio netto si aggirasse intorno ai 6,8 miliardi di yuan (941 milioni di dollari), secondo la Hurun China Rich List. La polizia ha arrestato Xu pochi giorni dopo il ricovero di Lin. Oltre alla morte di Lin, il piano di avvelenamento di Xu ha causato anche l'intossicazione di diverse altre persone. Il quotidiano cinese Economic Observer ha riportato il 26 maggio che una delle vittime di Xu aveva scritto sui social media: "La giustizia arriva alla fine, anche se tardiva". (Fonte: BBC, 26/05/2026) TENNESSEE (USA): L’ESECUZIONE DI TONY CARRUTHERS È STATA INTERROTTA L’esecuzione di Tony Carruthers, fissata per le ore 10:00 del 21 maggio in Tennessee, è stata interrotta dopo oltre un’ora di tentativi falliti di inserire le linee endovenose necessarie per l’iniezione letale. Tony Carruthers, 57 anni, è nel braccio della morte per il rapimento e l’omicidio di tre persone a Memphis nel 1994: Marcellos Anderson, sua madre Delois Anderson e Frederick Tucker. Lui ha sempre proclamato la propria innocenza, sostenendo che non esistano prove fisiche dirette e che il processo del 1996 (in cui si rappresentò da solo) lo ha condannato senza vere prove. Nel carcere di massima sicurezza di Nashville, il personale ha trovato una vena per la linea primaria, ma non è riuscito a inserirne una seconda, il cosiddetto “backup”, obbligatoria secondo il protocollo del Tennessee. Dopo tentativi ripetuti su braccia, piedi, collo e perfino un tentativo sul torace, con Carruthers che gemeva e sanguinava, l’esecuzione è stata interrotta. Il governatore Bill Lee ha concesso una sospensione di un anno: lo Stato non tenterà una nuova esecuzione prima del 2027. Secondo il gruppo abolizionista Reprieve, Carruthers è almeno il settimo detenuto negli USA a sopravvivere a un tentativo di esecuzione fallito per problemi con l’iniezione letale. Il caso riaccende il dibattito sulla praticabilità e umanità di questo metodo, già messo in crisi dalla difficoltà nel reperire farmaci e dai protocolli sempre più contestati. (Fonte: Associated Press, 21/05/2026) I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA LA COMUNITÀ PENITENZIARIA: IL CARCERE SECONDO PANNELLA Giovedì 4 giugno 2026 Ore 17:30 Punto di comunità i Morticelli Largo Plebiscito, Salerno Un report dalla casa circondariale di Salerno INTRODUCE Avv: Emiliano Torre MODERA Piera Carlomagno, il Mattino NE DISCUTONO Sergio D’Elia Rita Bernardini Elisabetta Zamparutti CON LA PARTECIPAZIONE DI Donato Salzano Antonluca Cuoco (segretario provinciale PLD) Fabiana De Carluccio (associazione radicale Maurizio Provenza) Avv. Massimo Torre (già presidente della camera penale salernitana) Giuseppe Ferlisi (ORA! Campania) Vincenzo Landi (rete No DDL sicurezza Salerno) Avv. Francesca Saveria Sofia (AIGA SALERNO) Avv. Andrea Annunziata (responsabile carceri Campania AIGA) Avv. Silverio Sica (già presidente della camera penale salernitana) UN INCONTRO PROMOSSO DA Nessuno tocchi Caino – Spes contra spem Associazione Radicale Maurizio Provenza (Salerno) La partecipazione è aperta a tutte e a tutti |


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