NESSUNO TOCCHI CAINO - SALVIAMO DOMENICO PAPALIA DALLA MORTE PER PENA… E LA CALABRIA DAL MARCHIO D’INFAMIA CHE LA VUOLE IRREDIMIBILE
NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM |
Associazione Radicale Nonviolenta |
Anno 26 - n. 17 - 06-06-2026 |
| LA STORIA DELLA SETTIMANA SALVIAMO DOMENICO PAPALIA DALLA MORTE PER PENA… E LA CALABRIA DAL MARCHIO D’INFAMIA CHE LA VUOLE IRREDIMIBILE NEWS FLASH 1. LO STATO GLI HA CHIESTO DI CAMBIARE MA NON È DISPOSTO A RICONOSCERE QUEL CAMBIAMENTO: FINE PENA MAI! 2. IRAN: 123ª SETTIMANA DELLA CAMPAGNA ‘MARTEDÌ CONTRO LE ESECUZIONI’ 3. NIGERIA: QUATTRO CONDANNATI A MORTE PER L'UCCISIONE DI FEDELI IN UNA CHIESA CATTOLICA 4. FLORIDA (USA): ANDREW LUKEHART GIUSTIZIATO SALVIAMO DOMENICO PAPALIA DALLA MORTE PER PENA… E LA CALABRIA DAL MARCHIO D’INFAMIA CHE LA VUOLE IRREDIMIBILE Mimmo Gangemi* Nelle visite che facevamo in carcere con Nessuno tocchi Caino sentivo spesso l’espressione “fine pena mai”. Mi sembrava un modo di dire colorito per descrivere un ergastolo che, in realtà, ergastolo non era. Ho scoperto, invece – anche attraverso la vicenda di Domenico Papalia – che il “fine pena mai” esiste davvero, se un uomo rimane in carcere ininterrottamente per cinquant’anni. Io vengo da un paese vicino alla Platì di Domenico Papalia e sono nato in tempi nei quali i contatti avvenivano in montagna e il mare restava lontano, ostile. Dai nostri paesi preaspromontani – il mio sulla fascia tirrenica e Platì sulla ionica – le due comunità incrociavamo gli sguardi sulle cime dello Zillastro, dove c’è il famoso “Cristo ferito”. E ci conoscevamo bene, non a caso si sono intessuti rapporti stretti e contratti molti matrimoni. Io avevo una zia che era la sorella di Franco Mittiga, medico e galantuomo, il Sindaco di Platì che fu coinvolto, e poi assolto, nella disastrosa operazione “Marine”. Conosco il bello e il brutto di Platì. È un paese che ha problemi, come li hanno tutti i paesi della Calabria, ma non può essere criminalizzato in blocco, la maggioranza è composta da persone per bene. E vi hanno avuto i natali figure illustri che hanno fatto la storia del giornalismo, del sindacato italiano. Ha i suoi difetti, certo, ma non può essere trattato come sta accadendo oggi. Basti pensare che aver votato Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è stato interpretato la prova che si tratta di un territorio da scansare, popolato solo da mafiosi e delinquenti. Questo è assolutamente falso, e lo affermo per conoscenza diretta. La maggioranza dei platioti – come li chiamiamo noi nella forma grecanica – sono vittime due volte. Vittime dei mafiosi, che pure esistono, e vittime dello Stato che li discrimina e li criminalizza. Domenico Papalia è anche, e soprattutto, il frutto di questa criminalizzazione di Platì. Probabilmente, se sulla carta d’identità non ci fosse scritto “luogo di nascita: Platì”, oggi la sua situazione sarebbe profondamente diversa. Platì è il paese dell’operazione “Marine” che citavo: 212 incriminati, 125 dei quali ristretti in carcere e, alla fine, solo otto condannati. Platì è anche il paese delle iniziative del vescovo Giancarlo Maria Bregantini, che tentò di avviare i giovani sulla strada della civiltà attraverso le cooperative. Bregantini, un sant’uomo, dovette andarsene in tutta fretta per evitare di incappare nelle ire ingiustificate di una giustizia che qui stenta, ha perso la bussola. Su questa città grava un marchio d’infamia che la vuole irredimibile. L’opinione pubblica alimenta questo pregiudizio e questa criminalizzazione, bramando sangue. E lo fanno anche giornali e televisioni. Ricordo Giorgio Bocca che, nel suo libro “L’inferno. Profondo Sud, male oscuro”, riferendosi alla Strada statale 112 d’Aspromonte – per lungo tempo collegamento fra Tirreno e Ionio, da Bovalino a Bagnara, passando per Platì e per Santa Cristina, il mio paese – scrisse, tra le tante castronerie, dell’esistenza, nel tratto montuoso tra i due versanti, di cartelli dell’ANAS con la scritta “possibili scontri a fuoco”. Cosa possiamo aspettarci dall’Italia ignara se un giornalista di quello spessore e di quella fama arriva a inventare e a propinarci simili fantasie? E il Paese finisce per credere che la Calabria, e in particolare paesi come Platì, siano terre da cui distogliere occhi, mente e pensieri, da lasciare in abbandono, senza neppure sprecarci risorse. Ecco, Domenico Papalia è anche il frutto di questa narrazione indecente sulla Calabria e su certi luoghi della Calabria. Ho incontrato di recente, al Salone del Libro di Torino, un signore, che si diverte a scrivere, con la ventura di essere nato a Platì, di aver sposato una donna di Africo e di risiedere a San Luca. Ebbene, pur ammodo e irreprensibile, ne paga il prezzo, delinquente a prescindere. Di Domenico Papalia non sapevo molto, ma dal brillante articolo di Sergio D’Elia leggo la sua “carriera” carceraria: un uomo che ha mostrato evidenti segni di redenzione, che si è preoccupato di studiare, di imparare mestieri, che di fronte alla disgrazia della morte del figlio ha avuto la sensibilità di donarne gli organi e salvare altre vite, che partecipa al volontariato. Come si fa a non tenere conto di tutto questo? Può aver commesso i delitti peggiori del mondo, ma li ha ampiamente scontati con cinquant’anni di carcere continuativi. Bisogna darsi da fare perché quest’uomo, malato terminale – come mi pare che sia – possa finire i suoi giorni in casa, non in carcere. Che non gli accada quanto toccò a Giuseppe Barbaro, anch’egli di Platì, morto in carcere a 54 anni nonostante fosse malato terminale: un destino che sembra profilarsi anche per Papalia, se non ci attiviamo. Barbaro fu lasciato morire in restrizione e, per di più, al ritorno della salma a Platì il questore proibì che gli fosse celebrato il funerale. Ci fu una pesante protesta del parroco e della popolazione, e credo anche una violazione del Concordato Stato–Chiesa, perché non mi pare che lo Stato possa ingerirsi fino a questo punto di fronte alla morte. Il caso di Domenico Papalia mi sembra analogo, aberrante e di grande disumanità. * Scrittore NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH LO STATO GLI HA CHIESTO DI CAMBIARE MA NON È DISPOSTO A RICONOSCERE QUEL CAMBIAMENTO: FINE PENA MAI! Luigi Longo* Ci sono parole che pesano più delle sentenze. Più dei decreti. Più dei timbri della burocrazia giudiziaria. Una di queste è “mai”. Fine pena mai. Non uscirà mai. Non glielo concederanno mai. È dentro questa parola che si consuma oggi la vicenda di Domenico Papalia, ottantunenne detenuto dal 1977, tra i più longevi del sistema carcerario italiano. Una storia che non riguarda soltanto un uomo, ma il significato stesso della pena in uno Stato di Diritto. Nessuno può cancellare il passato criminale di Papalia. Nessuno può ignorare il peso delle condanne, il dolore delle vittime, la gravità delle responsabilità attribuitegli. Sarebbe moralmente scorretto e storicamente falso. Ma il punto non è questo. Il punto è un altro, ed è molto più scomodo: uno Stato che chiede al detenuto di cambiare è poi disposto a riconoscere quel cambiamento? La Costituzione italiana, all’articolo 27, non lascia spazio ad ambiguità: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è una concessione sentimentale. È un principio costituzionale. È l’idea stessa di civiltà giuridica su cui si fonda una Repubblica democratica. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa significa rieducazione se, dopo quasi sessant’anni di carcere, studi, percorsi trattamentali, attività sociali, riflessioni pubbliche e condizioni di salute ormai gravemente compromesse, la risposta dello Stato continua a essere sempre la stessa? Mai. Mai abbastanza cambiato. Mai abbastanza recuperato. Mai abbastanza umano da meritare una rivalutazione reale. È qui che il Diritto rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso dalla Giustizia, in qualcosa di storto o nel torto marcio. Perché una pena che non contempla alcuna speranza smette lentamente di essere uno strumento di rieducazione e diventa soltanto custodia del passato. Il problema non riguarda soltanto Papalia. Riguarda il modo in cui lo Stato interpreta il proprio potere. Punire è, forse, necessario. Difendere la società è certamente indispensabile. Ma una democrazia si misura anche dalla capacità di distinguere tra vendetta e giustizia. Se un uomo resta detenuto esclusivamente perché prigioniero della propria storia, allora la funzione costituzionale della pena si svuota. Il detenuto non viene più giudicato per ciò che è diventato, ma per ciò che è stato. E il passato diventa una condanna eterna. Naturalmente nessuno pretende automatismi. Nessuno chiede indulgenza cieca. La pericolosità sociale deve essere valutata con rigore, soprattutto nei casi legati alla criminalità organizzata. Ma rigore non può significare immobilismo. Prudenza non può diventare paura di decidere. Perché anche il rinvio continuo è una decisione. E quando il detenuto ha ottantun anni, è gravemente malato e ha trascorso quasi l’intera vita in carcere, il tempo assume un significato diverso. Ogni attesa rischia di trasformarsi in una condanna definitiva pronunciata senza parole. Il vero interrogativo, allora, è semplice e drammatico insieme: uno Stato democratico può ancora definirsi tale se nega perfino la possibilità della speranza? Se la risposta è no, allora occorre avere il coraggio di dirlo apertamente. Occorre ammettere che la rieducazione è diventata una formula vuota, buona per i convegni e inutile nella realtà. Ma se la risposta è sì, allora casi come quello di Papalia non possono essere liquidati con automatismi burocratici o formule astratte. Perché una Repubblica fondata sul diritto non dovrebbe temere il cambiamento. Dovrebbe saperlo valutare. Dovrebbe saper distinguere tra memoria del male e negazione del presente. E del futuro. Altrimenti quel “mai” non resterà soltanto la condanna di un detenuto. Diventerà il fallimento morale dello Stato stesso. * Giornalista IRAN: 123ª SETTIMANA DELLA CAMPAGNA ‘MARTEDÌ CONTRO LE ESECUZIONI’ I membri della campagna “martedì contro le esecuzioni” hanno intrapreso uno sciopero della fame in 56 diverse prigioni in tutto il Paese nella 123ª settimana di questo movimento di protesta. Questo sciopero della fame diffuso è stato organizzato per protestare contro la nuova ondata di repressione, le pressioni sulle famiglie dei prigionieri politici e la tendenza all’aumento delle esecuzioni, compresa la recente impiccagione di due prigionieri politici nella prigione di Qezel-Hesar. Mettendo in guardia dal pericolo dell’imminente esecuzione di numerosi altri prigionieri politici, gli scioperanti hanno invitato l’onorevole popolo iraniano e le organizzazioni internazionali per i diritti umani a intraprendere azioni efficaci per fermare queste uccisioni extragiudiziali. Di seguito il testo completo della dichiarazione della campagna “martedì contro le esecuzioni” Proseguimento della campagna “martedì contro le esecuzioni” nella 123ª settimana in 56 diverse prigioni Come è evidente, la situazione economica della società peggiora di giorno in giorno e il governo, nell’impasse di crisi incurabili e per prevenire l’esplosione della rabbia pubblica e la scintilla di qualsiasi rivolta e insurrezione, non smette di reprimere ed eseguire condanne a morte; e nei suoi media, attribuisce preventivamente la rivolta destinata a verificarsi a paesi stranieri per giustificare la repressione e l’uccisione del popolo; lo scenario del regime nell’affrontare qualsiasi rivolta, compresa quella dello scorso gennaio, è di questa natura. Purtroppo, la scorsa settimana, due fratelli curdi della comunità “Yarsan”, di nome Mojtaba e Meysam Veisi, hanno perso la vita a seguito dell’attacco dei Pasdaran (Guardie Rivoluzionarie) al loro nascondiglio. Erano stati perseguitati dalle forze repressive durante la rivolta di gennaio e costretti a vivere nella clandestinità. Recentemente, il famigerato Ministero dell’Intelligence ha anche convocato e arrestato molte famiglie di prigionieri politici e oppositori della pena di morte, ricorrendo a minacce, insulti e lusinghe per costringerli al silenzio. Ieri, anche due prigionieri politici della rivolta del gennaio 2026, Ashkan Maleki e Mehrdad Mohammadi Nia, sono stati impiccati nella prigione di Qezel-Hesar, unendosi alle file dei condannati al patibolo e dei combattenti per la libertà che hanno sacrificato la propria vita per la libertà. Questa settimana è stata riconfermata la condanna a morte di Zahra Tabari, una prigioniera politica detenuta nella prigione di Lakan a Rasht; due prigionieri politici di Bukan, Raouf Sheikh Maroufi e Mohammad Faraji, sono stati condannati a morte; e sono state emesse condanne a morte per Benyamin Naghdi, uno dei detenuti della rivolta del gennaio 2026, nonché per due prigionieri fratelli, Hasan e Hosein Amiri, dalla Sezione 26 presieduta dal giudice Afshari. Tutte queste persone care e molti altri prigionieri i cui nomi non sono stati resi noti corrono un grave pericolo di esecuzione. Noi, membri della campagna “martedì contro le esecuzioni”, invitiamo ancora una volta tutti i prigionieri del Paese, il popolo onesto e consapevole dell’Iran e le coscienze umane risvegliate a levare la propria voce di protesta contro le esecuzioni extragiudiziali e brutali del governo dittatoriale iraniano, emesse e eseguite senza il diritto a un processo equo, e chiediamo agli organismi internazionali per i diritti umani di adottare misure efficaci per impedire ulteriori uccisioni di prigionieri. Martedì 2 giugno 2026, nella 123ª settimana, la campagna “No to Execution Tuesdays” è in sciopero della fame nelle seguenti 56 prigioni: Prigione di Evin (reparti femminili e maschili), Prigione di Qezel-Hesar (Unità 2, 3 e 4), Prigione centrale di Karaj, Prigione di Fardis a Karaj, Prigione della Grande Teheran, Prigione di Qarchak, Prigione di Khorin a Varamin, Prigione di Choobindar a Qazvin, Prigione di Ahar, Prigione di Arak, Prigione di Langeroud a Qom, Prigione di Khorramabad, Prigione di Borujerd, Prigione di Yasuj, Prigione di Asadabad a Isfahan, Prigione di Dastgerd a Isfahan, Prigione di Sheiban ad Ahvaz, Prigione di Sepidar di Ahvaz (reparti femminili e maschili), Prigione di Nezam di Shiraz, Prigione di Adelabad di Shiraz (reparti femminili e maschili), Prigione di Firouzabad di Fars, Prigione di Dehdasht, Prigione di Zahedan (reparti femminili e maschili), prigione di Borazjan, prigione di Ramhormoz, prigione di Behbahan, prigione di Bam, prigione di Yazd (reparti femminili e maschili), prigione di Kahnuj, prigione di Tabas, prigione centrale di Birjand, prigione di Mashhad, prigione di Gorgan, prigione di Sabzevar, prigione di Gonbad-e Kavus, prigione di Qaemshahr, prigione di Rasht (reparti maschili e femminili), la prigione di Rudsar, la prigione di Haviq a Talesh, la prigione di Azbaram a Lahijan, la prigione di Dizel Abad a Kermanshah, la prigione di Ardabil, la prigione di Tabriz, la prigione di Urmia, la prigione di Salmas, la prigione di Khoy, la prigione di Naqadeh, la prigione di Miandoab, la prigione di Mahabad, la prigione di Bukan, la prigione di Saqqez, la prigione di Baneh, la prigione di Marivan, la prigione di Sanandaj, la prigione di Kamyaran e la prigione di Ilam. 123ª settimana 2 giugno 2026 NIGERIA: QUATTRO CONDANNATI A MORTE PER L'UCCISIONE DI FEDELI IN UNA CHIESA CATTOLICA Un tribunale nigeriano il 3 giugno 2026 ha condannato a morte quattro uomini per l'attacco a una chiesa nello stato sud-occidentale di Ondo nel 2022, in un caso che ha sconvolto l'intero Paese. Durante una funzione di Pentecoste, gli assalitori aprirono il fuoco contro la chiesa cattolica di San Francesco a Owo, uccidendo 41 fedeli e ferendone oltre 100. Il tribunale della capitale Abuja ha inoltre condannato gli uomini - Idris Abdulmalik Omeiza, Al Qasim Idris, Jamiu Abdulmalik e Abdulhaleem Idris - a 20 anni di carcere per appartenenza a un gruppo terroristico. In Nigeria, l'esecuzione di una condanna a morte richiede l'approvazione presidenziale. Non si registrano esecuzioni nel Paese da diversi anni. Il giudice Emeka Nwite, che ha presieduto il caso, ha affermato che le prove presentate contro gli imputati "non sono state né messe in discussione né contraddette durante il controinterrogatorio". Il giudice aveva ordinato un'udienza accelerata dopo l'inizio del processo di alto profilo nell'agosto del 2025. Nella sua sentenza, il giudice Nwite ha affermato che l'accusa ha dimostrato la colpevolezza degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio, avendo portato in tribunale testimoni che hanno assistito all'attacco, tra cui una persona che ha dichiarato di aver riconosciuto due degli imputati come attentatori. "Pertanto, questo tribunale dichiara colpevoli dal primo al quarto imputato di tutti e nove i capi d'accusa", ha aggiunto il giudice. Secondo i documenti depositati in tribunale, gli uomini si sarebbero uniti al gruppo islamista dell'Africa orientale al-Shabaab nel 2021 e avrebbero pianificato attentati in altre località, compresa una scuola pubblica nella Nigeria centrale e un'area vicino a una moschea a circa 30 km da Owo. Una delle testimoni ascoltate dal tribunale era una donna a cui sono state amputate le gambe all'altezza delle ginocchia e che ha perso l'occhio sinistro a causa dell'esplosione di una carica di dinamite fatta detonare dagli attentatori. I nove capi d'accusa includevano l'appartenenza a un gruppo terroristico e la pianificazione e l'esecuzione di omicidi. Il pubblico ministero Ayodeji Adedipe ha dichiarato: "È stata fatta giustizia, giustizia è stata fatta per le vittime che sono state assassinate a sangue freddo". L'avvocato difensore ha annunciato che presenterà appello contro la sentenza. Durante il processo, gli imputati hanno dichiarato di essere stati torturati, di essere stati appesi al soffitto, picchiati ripetutamente e sottoposti a scosse elettriche ai genitali. Un quinto imputato, Momoh Otuho Abubakar, è stato prosciolto e assolto dal tribunale per insufficienza di prove a suo carico. Era accusato di aver finanziato l'attacco, avendo presumibilmente ricevuto 800.000 naira (590 dollari) in due occasioni da un altro sospettato, tuttora latitante, e di aver poi distribuito i fondi agli attentatori. Durante il controinterrogatorio, tuttavia, Abubakar ha affermato che il denaro sul suo conto proveniva dalla sua attività agricola e dalle attività della sua cooperativa. Ha negato che gli altri quattro imputati avessero beneficiato del denaro. Dopo l'attacco di Owo, la Nigeria ha assistito a molti più attacchi contro le chiese in tutto il Paese, mentre continua a fronteggiare la crescente insicurezza. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accusato la Nigeria di non essere riuscita a proteggere la sua popolazione cristiana dagli attacchi jihadisti. Il giorno di Natale, gli Stati Uniti hanno colpito due campi gestiti da un gruppo jihadista nel nord-ovest della Nigeria, minacciando ulteriori attacchi in caso di reiterazione. Da tempo circolano negli ambienti di destra statunitensi voci di un genocidio contro i cristiani nigeriani, ma le organizzazioni che monitorano la violenza politica in Nigeria affermano che la maggior parte delle vittime dei gruppi jihadisti sono musulmani. Anche il governo nigeriano nega che i cristiani siano perseguitati nel Paese. (Fonte: BBC, Reuters, 03/06/2026) FLORIDA (USA): ANDREW LUKEHART GIUSTIZIATO Andrew Lukehart, 53 anni, bianco, è stato giustiziato il 2 giugno in Florida. E’ stato dichiarato morto alle 18:19 (00:19 del 3 giugno in Italia) dopo aver ricevuto un'iniezione letale presso la prigione statale della Florida, nei pressi di Starke. Tutte le esecuzioni in Florida vengono eseguite tramite iniezione letale di un sedativo, un paralizzante e un farmaco che arresta il cuore. Lukehart era stato condannato a morte nel 1997, nella Duval County, dopo essere stato riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado e maltrattamento aggravato di minori per la morte, avvenuta il 25 febbraio 1996, della piccola Gabrielle Hanshaw, di cinque mesi. Quando alle 18:00 si è alzato il sipario della camera di esecuzione, Lukehart era già legato a un tavolo con una flebo nel braccio. Un sacerdote era seduto ai piedi del tavolo per pregare mentre moriva. Quando un agente di custodia ha chiesto a Lukehart se avesse un’ultima dichiarazione da fare, lui ha alzato la testa per guardare un gruppo in prima fila nell’area di osservazione e ha detto: «Mi dispiace». Lukehart ha poi recitato il versetto biblico di Luca 23:34: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», che secondo le Scritture Gesù Cristo pronunciò durante la sua crocifissione. Lukehart ha perso conoscenza quasi immediatamente dopo l’inizio della somministrazione dei farmaci letali. A pochi minuti dall’inizio dell’esecuzione, il direttore della prigione ha scosso Lukehart e ha gridato il suo nome, ma non c’è stata alcuna reazione. È stato chiamato un medico per controllare i suoi segni vitali e pochi minuti dopo è stato dichiarato morto. Lukehart ha rifiutato l’ultimo pasto e non ha ricevuto visite prima dell’esecuzione, anche se ha incontrato un consigliere spirituale, ha detto il portavoce del Dipartimento di Correzione Jordan Kirkland durante una conferenza stampa. Secondo gli atti processuali, nel febbraio 1996 Lukehart stava badando alla bambina della sua compagna mentre lei si prendeva cura della figlia maggiore, che era malata. A un certo punto, la compagna ha detto che Lukehart si era allontanato in auto dalla loro casa di Jacksonville e che non riusciva a trovare la piccola Gabrielle. Lukehart ha chiamato la sua compagna circa 30 minuti dopo e le ha detto di chiamare la polizia perché la bambina era stata rapita e lui stava inseguendo il rapitore. Più tardi quella sera, Lukehart è stato trovato in una contea vicina dopo essere uscito di strada con la sua auto. Durante l’interrogatorio del giorno successivo, Lukehart ha detto agli investigatori che Gabrielle era morta dopo che lui le aveva fatto cadere la testa a terra e poi l’aveva scossa. Ha detto alla polizia di aver perso il controllo e di aver gettato la bambina in uno stagno. Le forze dell’ordine hanno setacciato lo stagno e hanno trovato il corpo della bambina. La Corte Suprema della Florida ha respinto i ricorsi di Lukehart la scorsa settimana. I suoi avvocati avevano sostenuto che i farmaci che stava assumendo per una malattia renale avrebbero potuto avere una reazione negativa con i farmaci dell’iniezione letale. Hanno anche sostenuto che avere solo un mese tra la firma del mandato di esecuzione di Lukehart e l’esecuzione lo ha privato del giusto processo. Il 1° giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto l'ultimo ricorso di Lukehart. Lukehart è l'ottava persona a essere giustiziata quest'anno in Florida e la 133ª in totale da quando lo Stato ha ripristinato la pena capitale nel 1979, la quindicesima persona a essere giustiziata quest'anno negli Stati Uniti e la 1.669ª in totale da quando gli Stati Uniti hanno ripreso le esecuzioni nel 1977. (Fonte: AP, 02/06/2026) |


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