Quasi quattro mesi d'ospedale - libri - Il suicidio del liberalismo

Mio padre è entrato in ospedale a maggio e adesso siamo a settembre. Qui in Ticino le scuole hanno riaperto lunedì e la figlia di una mia amica ha messo per la prima volta piede nella sua scuola elementare. Si chiama come me. Andrea. L'ho guardata tornare da scuola tutta sorridente mano nella mano con sua nonna. Ho pensato a come mio padre cercava di tranquillizzarmi ogni volta che le scuole riprendevano. E a quanto ho odiato le sue parole. 

Questi quattro mesi d'ospedale mi hanno portato a parlare molto con mio padre. Ma mai di me stesso. La distanza è troppo ampia e le ferite che ci siamo inflitti non si rimargineranno mai. Parliamo di calcio, cibo, passato ma non riusciamo mai a parlare di noi due.

 In ospedale in tanti mi hanno detto che quando arrivo in reparto infondo tanta calma e tranquillità a mio padre, agli altri pazienti, al personale. Mi hanno chiesto se sono un terapeuta. Uno psicologo. Un prete. Forse è soltanto perché la gente non è più abituata all'educazione e a chi ascolta e ricorda perché è presente nella discussione. E ricordare tante volte è una maledizione.

Ma c'è stata un'infermiera, che ho incrociato in un paio di reparti, che si è accorta di una cosa: Ovvero che evito qualsiasi tipo di contatto fisico con mio padre e quando sono costretto a farlo il disagio si vede immediatamente. Sembrate due sconosciuti, mi ha detto.

...

E anche se ho la testa vuota sono andato in biblioteca a fare la scorta di libri e per rivedere un film che ho amato molto:


 ....

Lo ripropongo volentieri e mi prende le mie responsabilità per copiarlo integralmente ma è un argomento che mi sta molto a cuore:

"

Il suicidio del liberalismo che non è più in grado di capire sé stesso

Nel tentativo di mantenere una posizione neutrale tra tutte le concezioni del mondo, le società liberali rischiano di accelerare la loro scomparsa, non distinguendo più tra ciò che le perpetua e ciò che vuole distruggerle. L'articolo di Le Point
 
 Nel tentativo di mantenere una posizione neutrale tra tutte le concezioni del mondo, le società liberali rischiano soprattutto di accelerare la loro scomparsa, scrive la filosofa Peggy Sastre sul settimanale Le Point. Dal 2018 Sastre lavora come editorialista e traduttrice nella sezione “Idee e Dibattiti” (Le Postillon) del Point. Il suo ultimo libro è “Sexe, sciences, censure” (Éditions de l’Observatoire), nel quale, assieme al politologo Leonardo Orlando, esplora senza tabù le differenze tra uomini e donne, che gli attivisti militanti si ostinano a negare nonostante il loro fondamento scientifico. “Il 3 marzo 2009, presso l’Università di Samford, in Alabama, il saggista Christopher Hitchens ha partecipato a un dibattito con il matematico e apologeta cristiano John Lennox, sotto l’egida del Socratic Club” scrive Sastre. “Il titolo dell’incontro lasciava intendere chiaramente quale sarebbe stata l’antifona – ‘Dio è grande?’ –, prima che la discussione andasse oltre la questione dell’esistenza divina per affrontare quella, ben più terrena, del ruolo che una società liberale deve riservare alla religione. E Hitchens ha lasciato alla posterità questa frase: ‘La gente vuole pregare? Che preghi, non potete impedirglielo. Ma lo stato non deve finanziare le loro preghiere, i loro predicatori o i loro cappellani. Lasciate perdere o affidate questo compito al vostro peggior nemico – e pagate di tasca vostra la corda con cui vi impiccherà’. Un’immagine cruda, ma che ha il merito di mettere in luce uno dei paradossi forse più caratteristici della nostra epoca: in nome della propria fedeltà al liberalismo, sembrerebbe che una parte del mondo liberale sia convinta che occorra concedere uno spazio, una rispettabilità, se non addirittura una fetta di potere a coloro che considerano i suoi princìpi falsi, corruttori, imperialisti o buoni solo per essere gettati nella spazzatura.
 
 Sebbene questo nodo al collo mi torni raramente in mente, ci ho ripensato intensamente l’11 agosto, leggendo sullo Spectator l’articolo di Andrew Gilligan dedicato a Farah Ahmed, assistente ricercatrice presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione di Cambridge, tanto il suo pedigree, ora riportato alla luce, è tale da stringere la gola. In un testo pubblicato nel 2002 per Hizb ut-Tahrir – movimento islamista ormai considerato un’organizzazione terroristica nel Regno Unito e quindi vietato –, Ahmed definiva l’istruzione occidentale una ‘minaccia’ per i musulmani, il programma scolastico britannico un ‘indottrinamento sistematico’ e la democrazia una ‘tradizione corrotta’. Rimproverava inoltre alla scuola di mettere l’islam sullo stesso piano delle altre religioni, di presentare la poligamia e il matrimonio prima dei 16 anni come arcaici e di insegnare la teoria dell’evoluzione. Persino Shakespeare veniva preso di mira, accusato con Romeo e Giulietta di incoraggiare la disobbedienza ai genitori e le relazioni prematrimoniali. Da allora, Ahmed ha affermato di aver lasciato Hizb ut-Tahrir e di non condividerne più le posizioni; tuttavia, Gilligan cita anche studi più recenti che contestano una visione dell’istruzione incentrata sulla lettura, il calcolo e le conoscenze disciplinari, nonché una conferenza da lei co-organizzata nel 2023 che definiva la scienza un progetto ‘coloniale’. Ma chiedersi come un’islamista più o meno pentita abbia potuto entrare a Cambridge è la domanda meno interessante.

 L’università è un luogo in cui si deve poter incontrare, leggere e ascoltare persone le cui idee ci sembrano sbagliate, sciocche, scioccanti o abominevoli. Un mondo accademico in cui circolano solo idee approvate dal ministero della Verità non meriterebbe più davvero il suo nome. Un problema ben più significativo è quello sollevato dal ragionamento che Cambridge sembra aver adottato per considerare tali concezioni compatibili con la propria missione istituzionale. Ed è proprio qui, mi sembra, che si manifesta il più grande punto cieco di questi (grosso modo) ultimi ottant’anni: non sappiamo cosa sia il liberalismo. Come se, a forza di osservare il funzionamento delle società liberali, avessimo ridotto il liberalismo a un semplice risultato meccanico: prendete le elezioni, aggiungete un pizzico di libertà di espressione, due cucchiai di tolleranza religiosa, una bella dose di non discriminazione, mescolate il tutto con una Dichiarazione dei diritti dell’uomo ed ecco il gioco è fatto: una democrazia liberale. Come se, a forza di ridurre la civiltà liberale al suo regolamento interno, ci si fosse dimenticati che essa si fonda su una concezione del mondo estremamente particolare e, per così dire, su un’antropologia. Quale sarebbe il suo codice genetico? Che l’individuo esista indipendentemente dal proprio clan o dalla propria religione. Che una donna abbia lo stesso valore giuridico di un uomo. Che una rivelazione non esoneri dall’argomentazione. Che una legge fatta dagli esseri umani possa essere modificata dagli esseri umani. Che si possa abbandonare la propria religione, criticarla, deriderla. E che una tesi scientifica non sia più o meno vera a seconda che vada a genio al proprio Dio, al proprio gruppo o all’occhio dietro il microscopio. Tante cose talmente ovvie che finiremo per dare per scontate, senza capire che è proprio questo a esporci al peggiore degli annegamenti: quello per inavvertenza. Perché sono proprio queste le fondamenta del liberalismo, non i suoi affascinanti derivati. Una società liberale può rimanere neutrale tra mille modi di vivere, ma non tra sé stessa e la propria negazione senza trasformare la tolleranza nell’arte dell’autodistruzione. Una civiltà che non osa più dire ciò che merita di essere tramandato si vieta di distinguere ciò che la perpetua da ciò che vuole distruggerla, equipara la ‘neutralità’ alla propria incapacità di formulare le proprie condizioni di esistenza, non persegue la via del liberalismo, paga il prezzo della propria rovina”.

Commenti

Post più popolari