Quasi quattro mesi d'ospedale - libri - Il suicidio del liberalismo
Mio padre è entrato in ospedale a maggio e adesso siamo a settembre. Qui in Ticino le scuole hanno riaperto lunedì e la figlia di una mia amica ha messo per la prima volta piede nella sua scuola elementare. Si chiama come me. Andrea. L'ho guardata tornare da scuola tutta sorridente mano nella mano con sua nonna. Ho pensato a come mio padre cercava di tranquillizzarmi ogni volta che le scuole riprendevano. E a quanto ho odiato le sue parole.
Questi quattro mesi d'ospedale mi hanno portato a parlare molto con mio padre. Ma mai di me stesso. La distanza è troppo ampia e le ferite che ci siamo inflitti non si rimargineranno mai. Parliamo di calcio, cibo, passato ma non riusciamo mai a parlare di noi due.
In ospedale in tanti mi hanno detto che quando arrivo in reparto infondo tanta calma e tranquillità a mio padre, agli altri pazienti, al personale. Mi hanno chiesto se sono un terapeuta. Uno psicologo. Un prete. Forse è soltanto perché la gente non è più abituata all'educazione e a chi ascolta e ricorda perché è presente nella discussione. E ricordare tante volte è una maledizione.
Ma c'è stata un'infermiera, che ho incrociato in un paio di reparti, che si è accorta di una cosa: Ovvero che evito qualsiasi tipo di contatto fisico con mio padre e quando sono costretto a farlo il disagio si vede immediatamente. Sembrate due sconosciuti, mi ha detto.
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E anche se ho la testa vuota sono andato in biblioteca a fare la scorta di libri e per rivedere un film che ho amato molto:
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Lo ripropongo volentieri e mi prende le mie responsabilità per copiarlo integralmente ma è un argomento che mi sta molto a cuore:
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Il suicidio del liberalismo che non è più in grado di capire sé stesso
L’università è un luogo in cui si deve poter incontrare, leggere e ascoltare persone le cui idee ci sembrano sbagliate, sciocche, scioccanti o abominevoli. Un mondo accademico in cui circolano solo idee approvate dal ministero della Verità non meriterebbe più davvero il suo nome. Un problema ben più significativo è quello sollevato dal ragionamento che Cambridge sembra aver adottato per considerare tali concezioni compatibili con la propria missione istituzionale. Ed è proprio qui, mi sembra, che si manifesta il più grande punto cieco di questi (grosso modo) ultimi ottant’anni: non sappiamo cosa sia il liberalismo. Come se, a forza di osservare il funzionamento delle società liberali, avessimo ridotto il liberalismo a un semplice risultato meccanico: prendete le elezioni, aggiungete un pizzico di libertà di espressione, due cucchiai di tolleranza religiosa, una bella dose di non discriminazione, mescolate il tutto con una Dichiarazione dei diritti dell’uomo ed ecco il gioco è fatto: una democrazia liberale. Come se, a forza di ridurre la civiltà liberale al suo regolamento interno, ci si fosse dimenticati che essa si fonda su una concezione del mondo estremamente particolare e, per così dire, su un’antropologia. Quale sarebbe il suo codice genetico? Che l’individuo esista indipendentemente dal proprio clan o dalla propria religione. Che una donna abbia lo stesso valore giuridico di un uomo. Che una rivelazione non esoneri dall’argomentazione. Che una legge fatta dagli esseri umani possa essere modificata dagli esseri umani. Che si possa abbandonare la propria religione, criticarla, deriderla. E che una tesi scientifica non sia più o meno vera a seconda che vada a genio al proprio Dio, al proprio gruppo o all’occhio dietro il microscopio. Tante cose talmente ovvie che finiremo per dare per scontate, senza capire che è proprio questo a esporci al peggiore degli annegamenti: quello per inavvertenza. Perché sono proprio queste le fondamenta del liberalismo, non i suoi affascinanti derivati. Una società liberale può rimanere neutrale tra mille modi di vivere, ma non tra sé stessa e la propria negazione senza trasformare la tolleranza nell’arte dell’autodistruzione. Una civiltà che non osa più dire ciò che merita di essere tramandato si vieta di distinguere ciò che la perpetua da ciò che vuole distruggerla, equipara la ‘neutralità’ alla propria incapacità di formulare le proprie condizioni di esistenza, non persegue la via del liberalismo, paga il prezzo della propria rovina”.



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