"La classe avversa" di Alberto Albertini (Hacca) e divagando sulle fabbriche

 

Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso. Non si entra – e non si esce – facilmente. Chi può descriverlo? Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione: a meno che non nascano degli operai o impiegati artisti, il che sembra piuttosto raro. Gli artisti che vivono fuori, come possono penetrare in una industria? I pochi che ci lavorano diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc. Gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l'arte non nasce dall'inchiesta bensì dall'assimilazione. Anche per questo l'industria è inespressiva; è la sua caratteristica”. (Ottiero Ottieri, La linea gotica)


In questi giorni discutevo con la mia compagna su come non si parla quasi più di fabbriche, di lavoro in fabbriche, di lavoro. Sembra che non esistano più fabbriche, che non ci siano più operai, tecnici, capannoni. Se ne parla quasi esclusivamente quando chiudono, delocalizzano o accade delle morti o tragedie inimmaginabili come alla Thyssen. 
 
Anche per questo sono stato felice di leggere il romanzo di Alberto Albertini “La classe avversa”(Hacca) che parla proprio di fabbrica e delle trasformazioni nel mondo industriale. Un romanzo che mi ha appassionato perché riesce con precisione e delicatezza a raccontare il tessuto industriale del Nord, la vita nelle fabbriche, i reparti produttivi, gli uffici, i rapporti coi clienti, le delocalizzazioni, il ritorno a casa. È un romanzo che evidenzia come negli ultimi anni il mondo delle fabbriche e in generale quello del lavoro rispondono ormai quasi esclusivamente a un mantra fatto di produzione, risparmi, profitto, rincorsa del successo perdendo per strada tutte quelle relazioni umane che facevano della fabbrica un mondo certamente conflittuale e fatico ma pieno di sfumature e competenze spesso cresciute dal basso. Ha anche un grande pregio questo romanzo ovvero quello di uscire dalla logica del Padrone sfruttatore e dei bravi operai preferendo raccontare quel rapporto umano, seppur con tanti momenti conflittuali, che si instaurava un tempo fra i padroni e quegli perai che venivano stimati per le loro competenze, dei quali si conoscevano i nomi e la vita familiare. Una grande famiglia. Non sto certo idealizzando (so cos'è la produzione fordista, lo sfruttamento, la Fiat, etc....) ma ne conosco a decine di storie di rapporti virtuosi fra imprenditori e operai. 
 
Oggi invece il nuovo mondo del lavoro non è nient'altro che numeri, contratti a termine, algoritmi che calcolano alla perfezione i tuoi ritmi lavorativi. Una spersonalizzazione totale. E Albertini riesce splendidamente a restituire questa atmosfera glaciale e assassina.

Albertini racconta una storia di liberazione, col protagonista, esponente della terza generazione della famiglia di imprenditori che gestisce questa fabbrica ormai alla fine del suo corso, che dice basta a un certo mondo del lavoro, che ha il coraggio di andarsene piuttosto che appassire e accettare il Nuovo Ordine di Cose, che si rifiuta melvinianamente di assecondare i diktat del General Manager di turno.

È un argomento quello della fabbrica che mi sta molto a cuore (e difficile da raccontare senza scadere nelle ideologie e nella retorica) perchè ho vissuto per tanti anni in quella Brianza produttiva fatta di industrie di grandissime dimensioni, di piccoli capannoni con tre quattro telai o torni, di artigiani che lavoravano notte e giorno con la casa attaccata al capannone. Mio padre è stato un direttore tecnico per tutta la vita in industrrie chimiche e tessili, mio zio un dirigente Yamaha e mio zio morto era un consulente del lavoro per tantissime aziende della mia zona, mia madre ha cominciato a lavorare in fabbrica a 13 anni. Quasi tutti i miei parenti hanno lavorato e lavorano in fabbrica.

Anche io, seppur non ho mai lavorato veramente in fabbrica, per quasi 8 anni nella mia cooperativa sono stato seduto davanti a un trapano a forare alluminio, in piedi a stampare tasselli per le padelle, ho raddrizzato forcelle per Ducati/Cagiva/MV, ho costruito pezzi di moto e di telai e espositori di profumi e tanto tanto altro che ho dimenticato. Col furgone poi giravo nella zona per caricare e scaricare la merce e incontravo ogni genere di magazziniere, tecnico, operaio. Ancora oggi nel mio lavoro al Cinema mi piace tantissimo tutta quell'umanità che gira intorno al nostro mondo: corrieri, elettricisti, pittori, tecnici, idraulici.

Quasi tutti i miei compagni di elementari e medie sono operaie e operai.

La mia stessa compagna ha lavorato per tanti anni in fabbrica e anche suo fratello lavora in fabbrica.

Sono cresciuto in un paese pieno di camion, furgoni, sirene di inizio e fine turno, file di operai, ciminiere e un po' mi mancano quei suoni, quegli odori, quel caos. Nelle nostre poche riunioni familiari è impossibile non mettersi a discutere fino allo sfinimento di lavoro, fabbriche, turni, tempi e metodi, diritti, automazione, digitalizzazione, sfruttamento.

La mia speranza è che imprenditori e sindacati e lavoratori riescano a trasformare, migliorandolo, il mondo del lavoro guardando al futuro, senza rinchiudersi in gabbie ideologiche fuori dal tempo, qualunque esse siano. Mi auguro anche che si possa anche ridare slancio agli istituti tecnici e alla formazione continua, all'apprendistato, all'alternanza scuola-lavoro. Il tutto sempre e soltanto garantendo, ogni giorno e ovunque, la sicurezza dei lavoratori, paghe degne di essere chiamate paghe e un welfare innovativo e rivoluzionario che possa finalmente fare a meno di nonni & co


(FAITHFUL SERVANT FRIEND OF CHRIST)

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