"Due o tre cose che so di sicuro" di Dorothy Allison (Minimum Fax, traduzione di Sara Bilotti)

 

Ora vi racconto una storia”, sussurravo alle mie sorelle, nascosta insieme a loro dietro le colline di terra rossa coltivate a fagioli e file di piante di fragole. I volti delle mie sorella erano magri e appuntiti, avevano zigomi alti e occhi irrequieti, proprio come quello della mia mamma, quello di mia zia Dot, o il mio. Bifolchi, ecco cosa siamo, e cosa siamo sempre stati. Ci chiamano anche ceti bassi, plebaglia, classe operaia, poveri, proletari, pezzenti, rifiuti umani, o feccia. Da tutto questo, so far nascere storie. Storie carine o tristi, divertenti o drammatiche. E so adornarle di leggende, con l'atmosfera giusta e un po' di romanticismo.” (pag. 7)

Di fronte a un incipit come questo cos'altro vuoi scrivere? Devi solo tacere. Perché il memoir esplosivamente letterario di DorothyAllison, “Due o tre cose che so di sicuro” (Minimum Fax,traduzione di Sara Bilotti), l'ho letto tutto in un pomeriggio quando invece avrei dovuto preparare qualcosa da mangiare e mi ci sono perso talmento dentro che non mi sono nemmeno ricordato del tempo che tempo che stava trascorrendo e allora addio cena ma fa niente, perché se uno non è disposto a perdere colazioni, pranzi e cene e notti e giorni per la letteratura allora vabbè non so che dire... 

Meno di 90 pagine dura questa splendida opera uscita nel 1995 ma è carica di quella potenza rara capace di annichilire il lettore, di lasciarlo senza fiato, di fargli sentire tutta la forza liberatoria della letteratura, piena di un ritmo, situazioni, frasi, passaggi che non sono mai accomodanti, entusiasmante in quella ricerca delle proprie origini che non si presta mai alla retorica accomodante della memorialistica consolatoria che si manifesta nient'altro che in una distesa di lapidi e messaggi asettici da inviare al commercialista o al vicino di casa.

Le donne della mia famiglia erano misurate, mascoline, asessuate, generatrici di bambini, di fardelli e di disprezzo. La mia famiglia? Le donne della mia famiglia? Siamo quelle ritratte nelle foto dei disastri in miniera, delle inondazioni, degli incendi. Siamo quelle sullo sfondo con le bocche aperte, i vestiti stampati o i pantaloni con i lacci e i camici senza colletto, brutte, vecchie, esauste. Solide, stolide, coi fianchi larghi, macchine per fare figli. Avevamo tutte i fianchi larghi e lo stesso destino. Facce larghe e stupide. Le mani grandi segnate dal lavoro, i capelli opaci e gli occhi stanchi, e sfogliavamo giornali pieni di donne così diverse da noi che avrebbe potuto appartenere a un'altra specie.” (pp. 36-37)

Questa è un'opera devastante nella sua apparente semplicità, femminista, lesbica, proletaria, dotata di una fisicità che ti fa a pezzi mentre ti racconta di una famiglia lacerata, di un mondo che non sa amare e farsi amare, di robe che si tramandano e che ti si attaccano addosso per il resto dell'eternità. Che si fa denti, stupro, divorzi, alcolismo, cancro, sesso, fica, violenza, sorelle e parenti a raffica che ti porti nel sangue e nel grembo e negli occhi e nelle parole che usi quotidianamente.

Le donne che amavo di più al mondo mi facevano orrore. Non volevo diventare come loro. Mi costringevo a essere orgogliosa del loro orgoglio, della loro determinazione, della loro ostinazione, ma tutte le sere facevo una preghiera da uomo: Signore, salvami da loro. Non farmi diventare come loro.” (pag. 41)

Questa è un'opera piena delle mie nonne Maria Bernardina Romilda Consonni e Maria Teresa Croci, di mia madre Adriana Conti, di mia sorella Anna Consonni, della mia compagna Eva.

Tutte donne con zero voglia di stare zitte ma tanto e tantissimo dolore dentro. Donne che detestavano le tradizioni e che erano cariche di desiderio, passione, erotismo, sesso e tanta voglia di abbandonare il prima possibile i propri paesini di merda e legami familiari asfissianti. Donne incapaci di stare zitte, libere, sfrontate, bellissime, bruttissime, strane, semplici ma sempre innamorate del progresso, dei cambiamenti, del futuro, del mare, delle spiagge, delle lavatrici, dei libri, del divorzio, delle metropolitane, dei tram, dei treni, dei frigoriferi, dei vaccini, della medicina, dello studio, del sesso, di Dio, del cazzo, della fica, del Totocalcio, dei telai, della Svizzera.

Ricordo ancora mia madre il giorno che fu abbattuta la corte medioevale dov'era cresciuta quando mi disse: “Finalmente” e aveva gli occhi pieni di lacrime. "Dentro quel posto di merda ci ho vissuto e mi porto dentro tanti ricordi. Ma era un posto di merda per viverci." 

Probabile che qualcun altro lo avrebbe voluto conservare quel posto dove mia madre visse senza un cesso fino al 1974 per scriverci intorno un bel libro sul paese dove sono cresciuto e conservarne la memoria.

Mia madre avrebbe detto: "Ricordo tutto ma non rompetemi i coglioni"

 


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