"Quando Chiasso era in Irlanda - e altre avventure tra libri e realtà" di Fabio Pusterla (Edizioni Casagrande)
“Vivevo a Chiasso, con un piede nel Comasco, dove si andava la domenica a trovare amici e parenti, e il resto del corpo nella Svizzera Italiana, dove mio padre riparava orologi e giocava a bocce con i suoi amici. Cominciavo a leggere cose che i miei genitori conoscevano di fama, o di cui ignoravano l'esistenza: Dostoevskij, Camus, Pratolini e Pavese. Quando mi sono capitati in mano i Dubliners di Joyce, ho capito che Chiasso era in Irlanda, anche se nessuno degli abitanti sembrava saperlo, perché i suoi odori, la stoffa e il metallo dei giorni, i colori delle notti e il rumore dei treni mi parevano identici a quelli che scoprivo e riconoscevo in quel libro; e del resto, avevo già sospettato qualcosa del genere leggendo il primo poeta che mi aveva teso la mano – ed era una mano poderosa che sapeva di whisky: Dylan Thomas. Qualche altro libro lo trovavo a scuola, dove non c'era una vera biblioteca, ma un armadio e dentro dei volumi con la sovraccoperta plastificata. Se non sbaglio, e credo di non sbagliare, è in quell'armadio che mi sono innamorato per la prima volta: la ragazza si chiamava Sonja, e faceva la prostituta in Umiliati e offesi. Mentre io scoprivo nei libri una realtà infinita e complessa, il piccolo mondo attorno a me continuava a camminare ciecamente per i fatti suoi: Chiasso era una cittadina basata sul commercio di benzina, orologi e sigarette, sul contrabbando, sui traffici di merci, dominata dalla dogana e dalla ferrovia, politicamente blindata, culturamente refrattaria. Eppure a me pareva che quei libri, quei racconti e quelle poesie mi aiutassero a capire meglio ogni cosa, a guardare meglio il mondo e a cogliere i segreti delle vicende individuali e collettive. Chiasso non sapeva e non voleva sapere di essere Dublino; ma io credevo di saperlo, e vedevo altre realtà più reali della realtà degli altri.” (pp. 64-65, tratto da “Quando Chiasso era in Irlanda”)
“Quando Chiasso era in Irlanda – ealtre avventure tra libri e realtà” di Fabio Pusterla (EdizioniCasagrande) è un piccolo grande gioiello. Uscita nel 2012, è una
raccolta di testi, inediti o usciti nel corso degli anni su riviste o
edizioni antologiche, che spazia meravigliosamente fra poesia (Dylan Thomas, Philippe Jaccottet, Yves Bonnefoy),
apprendistato stilistico, letteratura, ricordi d'adolescenza, canoni letterari, ambienti
universitari (Pavia, anche se poi quando sento parlare di università mi sale sempre un misto fra ansia e disgusto), Alfabeta, riflessioni sull'identità svizzera
o sul ruolo dell'insegnamento o su quanto sia dannosi i libri per "ragazzi", traduzioni letterarie, squarci chiassesi o della Val
d'Ossola. Un sacco di spunti che ti restano impressi per ore. Pagine che vivono di una qualità stilitisca straordinaria. Una raffinatezza abbinata alla semplicità che mi rapito, anche perché sono quasi tutti temi che mi stanno molto a cuore e in parte anche perché sono un insegnante e formatore mancato ed è stata una vera emozione vivere queste pagine come un dialogo, una lezione, un silenzio.
C'è un passaggio in cui Pusterla si concentra sulla rigidità dei programmi di letteratura nelle superiori e o ho ripensato quando al Liceo, in collegio dai preti, ho avuto la fortuna di avere un'insegnante d'italiano e una d'inglese che pur rispettando i programmi mi fecero conoscere tanti autori del '900 come Malcolm Lowry o Anne Sexton o Guido Piovene o Amelia Rosselli o Vladimir Nabokov. Mi e ci consigliavano letture alternative che uscivano dai canoni, da cio' che avremmo trovato all'esame di maturità.
E poi in questo libro una protagonista è quella splendida cittadina di confine che è Chiasso. Tagliata in due da un immenso snodo ferroviario, dall'autostrada, dal fiume/torrente/rigagnolo/pozanghera Faloppia che sembra uscito da un film ambientato a Los Angeles.
A Chiasso ci andavo spesso da bambino coi miei genitori varcando la frontiera per andare a fare il pieno di benzina, acquistare sigarette, cioccolato, dadi Knorr, fare due passi, salutarla per poi dirigersi a nord. Sono anni ormai che varco la frontiera avanti e indietro e Chiasso è una cittadina sprofondata in una lunga stagione di transizione, la via centrale pedonalizzata e vuota e quasi tutti che vanno oltre confine a Ponte Chiasso, Como, Maslianico, Cernobbio per far spesa e risparmiare qualche franchetto.
Ma ancora oggi a 42 anni continuo a subire il suo fascino di cittadina di frontiera, di luogo di confini e incontri, di controlli e fughe, di contrabbando e legami d'amore.
Chiasso mi resterà per sempre nel cuore anche perché in una farmacia a pochi metri dalla dogana comprai un farmaco per mia madre che in Italia era introvabile. Un farmaco che non sarebbe servito a un cazzo. Ma mia madre adorava la Svizzera e non potevo dirle di no. E fino alla fine dei suoi giorni non ho mai smesso di portarle a casa qualcosa da Lugano.
C'era una cartoleria che adorava tantissimo e ora ce n'è in cima alla salita che porta alla cattedrale dove avrebbe perso un sacco di soldi.
E comunque che bello questo libro.
Uno dei migliori che ho letto in questi ultimi mesi.
“La costruzione di un'identità positiva ha infatti probabilmente sempre una caratteristica: deve usare le immagini culturali a scopi politici; deve nutrirsi di immagini, snaturandone però il significato, e anestetizzandole. Possiamo immaginare un'alternativa?
Forse sì. Forse, si potrebbe pensare a un'identità “negativa” fatta di assenze, invece che di presenze. Forse è proprio questo il ruolo che la cultura e l'arte tentano di svolgere nel nostro paese: se parlano costantemente d'altro, e sono definite da una forza centrifuga che le dirige sempre verso l'altrove delle grandi tradizioni europee; se non possono proporre nessuna certezza identitaria, ma solo prolungare l'eco delle domande, renderle più inquietanti e più avventurose. Se, nella loro essenza più profonda, sono costrette a negare l'esistenza di miti fondanti, di valori incorruttibili, di autarchie improbabili.
Non è forse lo stesso in tutti gli altri paesi? Non è forse questo appunto il ruolo dell'attività culturale che non vuole piegarsi al ricatto del potere: interrogare, confondere, turbare, dare coraggio e infondere inquietudine? Certo. Però è possibile che la situazione svizzera, così strana e contradditoria, ci aiuti a vedere meglio, con maggiore chiarezza, la fragilità delle identità politiche tradizionali, il vuoto che minaccia di aprirsi dietro le parole d'ordine, dietro le bandiere, dietro i divani che danno le spalle ai quadri.
Forse, proprio l'assenza di un'identità troppo definita è oggi la condizione più desiderabile, più aperta al futuro. Forse l'incertezza e la vertigine sono la nostra bussola migliore, l'ombra di un'identità che non sta più dietro le nsotre spalle, immobile come un monumento, ma che balugina a volte all'orizzonte, piccola luce incerta da seguire.” (pp. 108-109, tratto da “Elogio dell'incertezza”)

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