"Le colline della morte" di Chris Offutt (Minimum Fax, traduzione di Roberto Serrai)
“Sottoveste Kissick rifaceva il letto ogni mattina,attenta a non impilare i cuscini l'uno sull'altro per evitare quell'immagine evocasse una condotta sessuale. Lo faceva ancora, per abitudine, anche se suo marito era morto da quasi dieci anni. Aveva cinque figli grandi, compresa una femmina che si era trasferita nel Michigan quando il marito aveva trovato lavoro in uno stabilimento della Ford. I familiari andavano a trovarla una volta l'anno ma lei non riusciva a capacitarsi del rifiuto dei nipoti a uscire di casa. Preferivano restare sul divano e guardarsi a vicenda giocare su minuscoli schermi piatti. Durante la loro ultima visita lei aveva messo alcuni ciuffi d'erba in tre vasetti a cui aveva bucato i tappi. Corrompendoli con dei biscotti, aveva radunato i nipoti all'esterno, al crepuscolo, aveva catturato una lucciola e l'aveva messa in uno dei vasetti per poi darlo alla bambina. I due ragazzi più grandi cominciarono a cacciare quegli insetti imprevedibili per tutto il cortile e lei ricordò di aver guardato i suoi figli fare lo stesso. Quando il didietro della lucciola si illuminava, i suoi figli lo schiacciavano tra le dita per spalmarsi sul viso il liquido fosforescente. Le saltavano addosso nel buio e lei fingeva di spaventarsi. Era un bel ricordo, e sperava che i nipoti provassero lo stesso trucco con lei. Per incoraggiarli si sporcò le dita di quella sostanza verde e luminosa spalmandosela sul naso con un gesto aggraziato. Subito, i bambini lasciarono cadere le lucciole e scapparono in casa. Uno di loro piangeva. “È un essere vivente”, disse. “Hai ucciso un essere vivente”. Per un giorno intero il bambino non si fidò della nonna e poi dimenticò l'accaduto, ma lei non si fidò mai più di lui. Era arrabbiata, anzi, perché la figlia aveva cresciuto dei figli del genere. E non sapeva nemmeno di che genere si trattasse – ragazzi di città, pensava. Un altro po' e si sarebbero messi a rubare le borchie dalle ruoto e a portare in tasca coltelli a serramanico.” (pp. 35-36)
“Le colline della morte” (MinimumFax, traduzione di Roberto Serrai) è il quinto libro di Chris Offutt che leggo e ogni volta mi accade la stessa cosa: entro in una specie di trance e lo leggo fino alla fine. Sembrano tutte opere semplicissime, apparentemente semplici da ideare e scrivere e invece dietro questa semplicità si intravede una sapiente opera di levigatura di ogni singola frase, di cesellatura dei tempi della storia, di descrizione di queste colline, foreste, famiglie del Kentucky. Ci troviamo sempre da quelle parti, in un Kentucky spezzato in due fra passato e progresso, fra povertà e desiderio di prendere tutto e andarsene, in quelle colline bellissime ma che nascondono angoli bui fatti di droga, vendette, faide familiari, case abbandonate, in quegli Appalachi dove risuonano ancora i suoni dei fucili e delle asce dei colonizzatori.
La trama di questo romanzo è semplice, quasi ridotta all'osso, con Mick Hardin, un veterano di guerra e poliziotto militare tornato a casa in licenza per cercare di recuperare il rapporto con la moglie incinta, che si trova ad aiutare la sorella vicesceriffo a risolvere l'omicidio di una donna trovata morta in un bosco da un vecchio della zona. L'indagine diventa ben preso un'esplorazione e rincontro con un mondo pieno di segreti da cui Mick ha tentato per anni di allontanarsi. Un mondo di faide che si protraggono da decenni se non da secoli e dove non si fa distinzione fra colpevoli e innocenti (bellissimi i personaggi secondari), di ragazzini che si autodistruggono di oppioidi, di vecchi che conoscono palmo a palmo questi boschi pieni di vita e storie e suoni, di uomini e donne senza futuro e di altri che hanno radici ben piantate in questi paesi senza futuro e nemmeno un presente decente ma che non vogliono per alcun motivo abbandonare, di strette di mano che valgono una promessa di vita o di morte.
Un noir denso, dolorosissimo, feroce nelle sue esplosioni di violenza, inaspettato nel dipanarsi della storia, che si fa affresco delle umane debolezze, senza mai diventare scontato e consolante, che diventa urlo di perdono e dolore, un biglietto per il carcere, per la tomba, per il nulla o per una flebile speranza in una vita lontana dal dolore e dalla noia.


Commenti
Posta un commento