NESSUNO TOCCHI CAINO - ENTRÒ IN CELLA CHE C'ERANO PAOLO VI E IL CAROSELLO. GRAZIATE PAPALIA!
NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS
Anno 21 - n. 37 - 09-10-2021
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : ENTRÒ IN CELLA CHE C'ERANO PAOLO VI E IL CAROSELLO. GRAZIATE PAPALIA!
2. NEWS FLASH: SE PAPALIA INVECE CHE CALABRESE FOSSE AMERICANO
3. NEWS FLASH: NIGERIA: 26 CONDANNE A MORTE COMMUTATE DAL GOVERNATORE DI ONDO
4. NEWS FLASH: BANGLADESH: DUE GIUSTIZIATI PER STUPRO E OMICIDIO
5. NEWS FLASH: MISSISSIPPI (USA): RITIRATE LE ACCUSE CONTRO SHERWOOD BROWN, CHE IL 24 AGOSTO È STATO SCARCERATO
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :
ENTRÒ IN CELLA CHE C'ERANO PAOLO VI E IL CAROSELLO. GRAZIATE PAPALIA!
Antonio Coniglio su Il Riformista dell’8 ottobre 2021
Quando Domenico Papalia varcò per la prima volta i portoni impietosi
delle patrie galere del nostro paese era il 1977. Le televisioni
trasmettevano ancora il “carosello” in bianco e nero, Presidente della
Repubblica era Giovanni Leone, sul soglio di San Pietro sedeva Paolo VI,
e gli indiani metropolitani contestavano Luciano Lama alla Sapienza.
Era un altro mondo: un salto indietro di due generazioni. Tutti i
protagonisti di allora ci hanno lasciato, gli “indiani” si sono estinti,
ma Papalia rimane ancora dentro quelle quattro mura, in una “riserva”
senza spazio e senza tempo. Mezzo secolo di carcere che non è un
avamposto della legge, un sagrato del diritto, ma assurge a quella che
Leonardo Sciascia indicava come un’ispezione di terribilità: lo stato
che, mentre pensa di combattere la mafia, si specchia, ne mutua i mezzi,
finisce per rassomigliare a essa.
Nella Ndrangheta esistono i “fiori”, le “doti”, a guisa dei gradi
dell’esercito. Papalia era considerato un generale: un
“mammasantissima”. Se era, non è. Perché, in questi quarantacinque anni
di galera, ha studiato, ha esplorato sé stesso, ha raggiunto un livello
diverso di elevazione della sua coscienza. Anche nel dolore più sordo,
la perdita di un figlio, è divenuto portatore di vita, attraverso un
gesto generoso, estremo: la donazione degli organi. A chiedere la grazia
per lui sono stati uomini come lo storico sindacalistica della Cgil
Francesco Catanzariti e il giudice Ferdinando Imposimato.
Oggi, a reiterare questa richiesta al Presidente Mattarella sono i
compagni di Nessuno tocchi Caino. Lo fa quel mondo radicale della
nonviolenza a cui Papalia ha aderito senza nulla chiedere in cambio, se
non amore e una nuova educazione sentimentale. Che Stato è quello che
tiene un uomo prigioniero quarantacinque anni attendendo che il suo
corpo inerte ritorni nella polvere? Che giustizia è quella che ammazza i
prigionieri? Non ci è stato forse insegnato come in carcere entri
l’uomo, non il reato? In questa vicenda, si assiste, attoniti e
sgomenti, al parossismo di un ribaltamento costituzionale: in carcere
entra il reato a cui restare attaccati per sempre. È un paradosso, la
stessa logica funerea che Buscetta indicò a Giovanni Falcone: «Non
dimentichi, signor giudice, che il suo conto con Cosa Nostra non si
chiuderà mai».
Oggi Domenico Papalia è gravemente malato, “con un cancro alla prostata
con in più metastasi ossee”, secondo il clinico che lo ha visitato. I
suoi avvocati hanno chiesto il differimento della pena, sulla base
dell’art. 147 del codice penale. Si tratta di una norma partorita nella
temperie di un regime: finanche, negli anni del fascismo, di Alfredo
Rocco, ci si poneva il problema di non tenere in carcere gli ammalati e i
moribondi. Se i giudici di sorveglianza dovessero rigettare questa
istanza, vorrebbe dire che lo stato liberale e democratico è più
illiberale e liberticida di una stagione di negazione della libertà.
Quale mafia si combatte tenendo in galera Papalia? Quale monopolio
legittimo della forza si esercita?
Quando è stato incarcerato quest’uomo di Platì – un paese della Calabria
segnato dal marchio di Caino – il presidente degli Stati Uniti era
Jimmy Carter e, in Cecoslovacchia, duecento intellettuali firmavano la
Charta 77. C’era ancora il muro di Berlino, l’Urss e Breznev. Oggi, di
tutta questa narrazione, è rimasto solo Domenico Papalia. Ristretto in
quel luogo anacronistico, fuori dalla storia, che si chiama carcere, ove
gli orologi sono rotti e si infligge soltanto sofferenza. Come dice
Sergio D’Elia, il carcere è diventato un manicomio, un nosocomio, un
lazzaretto: si perde la testa, la vista, l’udito, finanche i denti.
Nulla a che vedere con la sicurezza sociale che imporrebbe una
restrizione breve, limitata al tempo in cui si è pericolosi. Il carcere è
proprio un luogo di pena, nel quale ci si ammala, si muore. Troppo
semplice dire «Chi sta lì ha sbagliato: è giusto che paghi». È questa la
prima regola della mafia, il suo statuto ontologico, non dello Stato.
Noi Le chiediamo, Presidente Mattarella, la grazia per Domenico Papalia.
Grazia è benevolenza, bellezza, diritto. La chiediamo a Lei perché è il
garante di quel principio di umanità e di cambiamento sancito dalla
nostra Costituzione. Perché, di quelli del ‘77, di quel mondo che non
esiste più, è rimasto solo Papalia. Non ha munizioni, doti, gradi. È
malato, disarmato, inerme. Solgenitsin diceva che “un petto inerme può
resistere anche ai carri armati, se al suo interno batte un cuore puro”.
Sarebbe triste se il cuore di Papalia, convertito alla nonviolenza,
allontanatosi dalla mafia, resistesse a tutto. Eccetto ai “carri armati”
del nostro regime penitenziario.
SE PAPALIA INVECE CHE CALABRESE FOSSE AMERICANO
Valerio Fioravanti
Nella settimana in cui Nessuno tocchi Caino riporta l’attenzione sul caso Papalia, gli Stati Uniti prendono atto che un regime penitenziario troppo duro è iniquo e controproducente, anche per i detenuti nel braccio della morte.
Di là dall’oceano un detenuto, anche il peggiore, anche Caino, se si rivolge a un giudice ha qualche speranza di essere ascoltato. Eppure, a differenza di un giudice italiano, la cui “autonomia e indipendenza” è addirittura scritta nella Costituzione, negli Stati Uniti il giudice è “politicizzato”.
Quando, in inglese, cerchi informazioni su un giudice statunitense, il primo risultato che ti da Google è sempre una pagina di “Ballotpedia”, a cui ne segue una di “Wikipedia”. Ballot in inglese significa voto, e Ballotpedia è una strepitosa fonte dove sono riportate senza omissioni le biografie di tutte le persone che negli Stati Uniti ricoprono un incarico per il quale sono stati eletti, oppure nominati da qualcuno che a sua volta è stato eletto e che quindi deve rispondere agli elettori delle nomine che ha effettuato.
Entrambe le “enciclopedie” ti dicono a quale schieramento politico appartiene un giudice. Alcuni si sottraggono, e si autodefiniscono “Nonpartisan“, ma basta leggere due righe più sotto e le “enciclopedie” ti dicono quale politico (Presidente per i giudici federali, Governatore per quelli dei singoli stati) ha effettuato la nomina, e si capisce la loro collocazione. Una volta esplicitata la loro, come dire, “inclinazione politica”, i giudici americani sanno però dimostrarsi indipendenti. Recentemente una serie di giudici federali ha “ordinato” a diversi Stati di migliorare le condizioni di detenzione nei bracci della morte.
Ultima in ordine di tempo è stata la giudice Shelly Dick, in Louisiana.
Nel marzo 2017 un gruppo di avvocati, supportati da importanti organizzazioni per i diritti civili, aveva iniziato una causa contro “il disumano isolamento in celle minuscole” che veniva applicato “in automatico” a tutti i detenuti del braccio della morte. Il 29 settembre la giudice federale ha ratificato l’accordo che gli avvocati difensori avevano raggiunto con l’Amministrazione Penitenziaria: non più isolamento, ma la possibilità di consumare almeno 2 pasti giornalieri in compagnia, possibilità di riunirsi fino a 16 persone 2 ore al mattino e 2 ore al pomeriggio, almeno cinque ore di attività ricreative all’aperto ogni settimana con altri detenuti. Anche le funzioni religiose potranno essere seguite in gruppo, e lezioni.
Prima di questi cambiamenti i detenuti potevano andare all’aperto da soli, in una “piccola gabbia all’aperto simile a un recinto per cani”. Potevano lasciare le loro celle, uno alla volta, per un’ora al giorno, per fare la doccia, telefonare, e camminare in un corridoio. Tali condizioni protratte per anni, hanno sostenuto gli avvocati, hanno messo a repentaglio la salute fisica e mentale dei detenuti.
Una degli avvocati, Betsy Ginsberg, che è anche direttrice di una prestigiosa Ong basata nella Yeshiva University di New York, ha aggiunto un dettaglio: “I detenuti hanno chiesto una cosa a cui probabilmente gli avvocati non avrebbero mai pensato da soli”. L’accordo sancisce uno spostamento della recinzione del cortile di passeggio affinché sia inclusa una striscia di circa 90 metri quadrati di “erba”. “Una delle cose che abbiamo sentito più e più volte, una delle cose che volevano davvero era toccare l’erba, sentirla sotto i piedi”, ha detto Ginsberg.
Cause simili a quella della Louisiana hanno avuto successo anche in altri stati.
Un giudice federale della Pennsylvania ha imposto cambiamenti nell’aprile 2020, così come, nello stesso mese, ha fatto un giudice federale della Carolina del Sud. Qui il braccio della morte è stato spostato in una nuova prigione per dare modo ai detenuti di avere un lavoro e di mangiare e pregare insieme per la prima volta dopo decenni di prassi dell’“isolamento automatico”.
Identico percorso in Virginia e in Missouri. La Florida è sulla stessa strada, con un giudice federale che ha riconosciuto l’incostituzionalità di un regime carcerario che non solo non mira a nessuna forma di rieducazione, ma addirittura, secondo tutti gli esperti consultati, peggiora le condizioni sia fisiche che mentali del detenuto.
Negli Usa i giudici usano il loro prestigio per imporre quelle modifiche “garantiste” che la politica, per non perdere voti, non vuol fare. In Italia, quanti giudici usano allo stesso modo la loro “autonomia e indipendenza”?
NIGERIA: 26 CONDANNE A MORTE COMMUTATE DAL GOVERNATORE DI ONDO
Il governatore dello stato nigeriano di Ondo ha concesso la grazia a 18 detenuti e ha commutato in ergastolo le condanne capitali di altri 26 prigionieri del braccio della morte, ha dichiarato il 1° ottobre 2021 il suo addetto stampa.
La decisione del governatore Rotimi Akeredolu è giunta in occasione del 61° anniversario dell'indipendenza della Nigeria, ha precisato Richard Olatunde.
“Esercitando i poteri conferitigli dal paragrafo (d) del comma (1) della Sezione 212 della Costituzione della Repubblica Federale di Nigeria, 1999 come emendata, il Governatore dello Stato di Ondo, Arakunrin Oluwarotimi Akeredolu, SAN, ha concesso la grazia di Stato a 18 detenuti.
“Il Governatore ha anche commutato in ergastolo le condanne capitali di altri 26 prigionieri, che erano state emesse da vari tribunali di Ondo.
"I 18 detenuti sono stati rilasciati dopo aver mostrato rimorso e dopo aver tenuto una buona condotta nei centri correzionali", si legge nella nota.
Il Governatore ha esortato i detenuti graziati a comportarsi bene e a vivere una vita libera dalla criminalità.
Ha anche esortato l’opinione pubblica a non discriminare i detenuti graziati che si reintegrano nella società.
(Fonti: THEWILL, 02/10/2021)
BANGLADESH: DUE GIUSTIZIATI PER STUPRO E OMICIDIO
Due detenuti sono stati giustiziati in Bangladesh la sera del 4 ottobre 2001 in relazione agli stupri e omicidi di due donne, avvenuti nel 2003 nel distretto di Chuadanga.
L'esecuzione dei due uomini - Mintu alias Kalu, 50 anni, e Aziz alias Azizul, 50, del villaggio di Railaxmipur nel sotto-distretto di Alamdanga - è avvenuta nel Carcere Centrale di Jessore intorno alle 22:45, hanno comunicato le autorità.
Il 27 settembre 2003, Azizul e Mintu avrebbero partecipato nel villaggio di Railaxmipur allo stupro di due donne, poi strangolate con delle sciarpe.
Il giorno successivo, le famiglie delle vittime presentarono denunce alla stazione di polizia di Alamdanga a Chuadanga.
Il 26 luglio 2007, un giudice del Tribunale per i Crimini contro Donne e Minori di Chuadanga aveva condannato a morte Azizul e Mintu, multandoli inoltre per 200.000 Taka ciascuno.
La sentenza era stata confermata dall'Alta Corte l'11 novembre 2012 e dalla Sezione d’Appello della Corte Suprema il 26 luglio di quest'anno.
Anche le richieste di grazia erano state respinte dal Presidente l'8 settembre.
Secondo l'accusa, Kamela Khatun, 30 anni, e la sua amica Finge Begum, 32 anni, del villaggio di Jorgachha ad Alamdanga, furono trovate morte in un campo nei pressi del villaggio di Railaxmipur il 27 settembre 2003.
Durante le indagini, la polizia concluse che le vittime erano state strangolate dopo lo stupro. Anche la gola delle due donne era stata tagliata.
Il giorno successivo furono denunciate quattro persone - Mintu, Azizul, Mahi e Sujon - presso la stazione di polizia di Alamdanga.
Mahi è morto durante il processo mentre Sujon è stato assolto dalla Sezione d'Appello della Corte Suprema.
(Fonte: Dhaka Tribune, 05/10/2021)
MISSISSIPPI (USA): RITIRATE LE ACCUSE CONTRO SHERWOOD BROWN, CHE IL 24 AGOSTO È STATO SCARCERATO
Sherwood Brown il 24 agosto 2021 è stato scarcerato, dopo essere stato prosciolto da tutte le accuse, ha riportato il Death Penalty Information Center il 30 settembre.
Brown era stato condannato a morte in Mississippi nel 1995. Si tratta del 186° "esonerato" negli Stati Uniti dal 1973.
Brown, che oggi ha 53 anni, nero, era stato accusato di aver ucciso, il 7 gennaio 1993, una ragazzina di 13 anni, Evangela Boyd, e la madre e la nonna della giovane, Verline Boyd, 48 anni, e Betty Boyd.
Brown fu condannato a morte per il primo omicidio, e all’ergastolo per gli altri due.
Il 26 ottobre 2016 la Corte Suprema di Stato aveva annullato il verdetto di colpevolezza. Come Nessuno tocchi Caino aveva riportato, diversi commentatori avevano definito quella sentenza “straordinaria e rara”, in quanto di solito la Corte Suprema rimanda il caso alla Corte d’Appello perché riesamini il ricorso dell’imputato. Invece la Corte aveva annullato sia il verdetto di colpevolezza che la condanna a morte e aveva rimandato il caso direttamente alla DeSoto County Circuit Court perché il processo venisse ripetuto.
La Corte Suprema aveva riconosciuto che nel processo del 1995 contro Brown erano state usate prove biologiche in seguito smentite da nuove analisi del Dna e testimonianze di esperti forensi in seguiti rivelatesi “forzate”.
Il 24 agosto 2021, il giudice della DeSoto County, Jimmy McClure, ha ratificato una mozione dell'accusa per archiviare le accuse contro Brown, che è stato rilasciato più tardi quel giorno dopo aver trascorso un totale di 28 anni in prigione, di cui 22 anni nel braccio della morte, e altri 4 anni nella prigione della contea con la prospettiva di un nuovo processo capitale.
"Siamo estremamente grati di vedere Sherwood uscire di prigione da uomo libero", ha affermato John R. Lane, dello studio legale Fish & Richardson, che ha difeso Brown pro bono. “Dopo tutto questo tempo, non abbiamo mai perso la speranza e siamo soddisfatti che finalmente sia stata fatta giustizia”. Brown è stato anche rappresentato pro bono dal co-consulente del Mississippi Innocence Project e dallo studio legale Weil, Gotshal & Manges.
Le prove portate contro Brown al processo del 1995 si basavano in parte sostanziale su testimonianze di esperti forensi in seguito rivelatesi “forzate” quando non false, e sulla testimonianza di un detenuto/informatore che aveva dichiarato che Brown gli avesse confessato gli omicidi.
I pubblici ministeri avevano sostenuto che il sangue trovato sulla suola di una delle scarpe di Brown proveniva dalle vittime e due analisti forensi di segni di morsi avevano affermato falsamente che un taglio sul polso di Brown era un segno di morsi che corrispondeva al modello del morso della ragazza.
Le prove del DNA che dopo il processo i difensori sono riusciti a far effettuare hanno indicato che le impronte insanguinate dentro e intorno alla scena del delitto contenevano solo DNA femminile, e la macchia di sangue sulla scarpa di Brown conteneva solo DNA maschile. Il test del DNA su un tampone di saliva di Evangela Boyd non conteneva il DNA di Brown, confutando l'affermazione secondo cui la ragazza aveva morso Brown. I test del DNA sul kit di aggressione sessuale raccolto durante l'autopsia non hanno trovato DNA di Brown, ma hanno mostrato che i peli pubici di Evangela Boyd e il suo reggiseno contenevano DNA di maschi non identificati.
Uno scienziato forense del Mississippi Crime Laboratory ha scoperto che nessuna delle prove sui capelli recuperate dai vestiti e dai corpi delle vittime aveva caratteristiche microscopiche simili ai capelli di Brown, e un analista di impronte digitali del laboratorio ha scoperto che nessuna delle impronte digitali trovate sulla scena apparteneva a Brown.
Nonostante le nuove prove tutte favorevoli a Brown, l’uomo è rimasto in custodia mentre i pubblici ministeri cercavano di istruire un nuovo processo.
Dopo l’annullamento del 2016, altri quattro laboratori hanno ripetuto i test del DNA, sempre confermando i risultati favorevoli a Brown. Alla fine, la pubblica accusa ha comunicato che non aveva intenzione di perseguire nuovamente Brown, ed ha chiesto l’archiviazione del caso.
Brown è il centesimo afroamericano negli Stati Uniti dal 1973 ad essere prosciolto (esonerato) dopo una condanna a morte. Secondo i dati raccolti dal Death Penalty Information Center, dal 1973 ad oggi sono 186 le persone che sono state condannate a morte ingiustamente, sette nel Mississippi. Brown è il terzo ex condannato a morte del Mississippi esonerato nell'ultimo anno. Curtis Flowers è stato esonerato il 4 settembre 2020 e Eddie Lee Howard è stato esonerato l'8 gennaio 2021.
(Fonte: DPIC, 30/09/2021)

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