NESSUNO TOCCHI CAINO - COME UCCIDE L’INIEZIONE LETALE, IL METODO RITENUTO ‘UMANO’ CHE PROCURA ATROCI SOFFERENZE
NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS
Anno 21 - n. 41 - 06-11-2021
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : COME UCCIDE L’INIEZIONE LETALE, IL METODO RITENUTO ‘UMANO’ CHE PROCURA ATROCI SOFFERENZE
2. NEWS FLASH: SBATTUTO AL CARCERE DURO PER FARE COMPAGNIA AL BOSS, L’APPELLO DI UN DETENUTO IN ISOLAMENTO SENZA MOTIVO
3. NEWS FLASH: ARABIA SAUDITA: GIUSTIZIATO PER ATTACCHI CONTRO LA SICUREZZA
4. NEWS FLASH: LA RESISTENZA IRANIANA CONTESTA LA MISSIONE UE IN IRAN
5. NEWS FLASH: GIAPPONE: CONDANNATI A MORTE FANNO CAUSA AL GOVERNO PER LE ESECUZIONI SENZA PREAVVISO
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :
COME UCCIDE L’INIEZIONE LETALE, IL METODO RITENUTO ‘UMANO’ CHE PROCURA ATROCI SOFFERENZE
Sergio D’Elia su Il Riformista del 5 novembre 2021
I Paesi che hanno deciso di passare dalla sedia elettrica,
l’impiccagione o la fucilazione alla iniezione letale come metodo di
esecuzione, hanno presentato questa “riforma” come una conquista di
civiltà e un modo più umano e indolore per giustiziare i condannati a
morte. La realtà è diversa.
Alcuni prigionieri ci mettono molti minuti prima di morire. Altri cadono
in preda all’angoscia. Anche se l’iniezione letale è somministrata
senza errori tecnici, i giustiziati avvertono un senso di asfissia come
se stessero per annegare o morire strozzati. L’idea convenzionale
dell’iniezione letale come una morte serena e indolore è molto
discutibile.
John Grant era nero ed era stato condannato a morte per l’omicidio di un
bianco, Gay Carter, un addetto alla caffetteria della prigione.
È stato giustiziato con un’iniezione letale nello Stato americano
dell’Oklahoma il 28 ottobre scorso. Testimoni dei media dell’esecuzione
hanno riferito che Grant ha avuto ripetute convulsioni e ha vomitato per
quasi 15 minuti dopo che gli è stato somministrato il farmaco mortale.
È stato il primo detenuto a essere messo a morte da quando una serie di
esecuzioni fallite aveva portato a una moratoria temporanea sulla pena
capitale nello Stato.
Nell’aprile 2014, un altro nero, Clayton Lockett era rimasto con la
bocca aperta e in convulsione per 43 minuti prima di morire. Un
“farmaco” gli era stato iniettato nel tessuto muscolare invece che nel
flusso sanguigno. Con Lockett che si contorceva, l’esecuzione fu
annullata ma era ormai troppo tardi, morì sulla barella in una pozza di
sangue. Nel gennaio 2015, per uccidere Charles Warner l’Amministrazione
Penitenziaria ha usato consapevolmente un farmaco diverso da quello
previsto: l’acetato di potassio al posto del cloruro di potassio come
terzo farmaco nel protocollo di iniezione letale dello Stato. “Sembra
acido… Il mio corpo è in fiamme,” l’hanno sentito dire alcuni testimoni
presenti alla sua esecuzione.
L’Oklahoma aveva poi bloccato le esecuzioni nel settembre 2015, quando
l’allora governatore Mary Fallin all’ultimo minuto ha annullato quella
di Richard Glossip dopo aver saputo che il farmaco sbagliato stava per
essere usato di nuovo.
Ma la “moratoria” di fatto è durata solo sei anni, fino alla settimana
scorsa, quando John Grant, 60 anni, è stato messo in croce sul lettino
dell’iniezione letale. L’Oklahoma Department of Corrections ha detto che
l’esecuzione di Grant è andata come previsto e “senza complicazioni”.
Il condannato ha vomitato e ha avuto convulsioni in tutto il corpo due
dozzine di volte prima di essere dichiarato morto, hanno detto invece i
testimoni sulla scena del delitto di stato.
Gli avvocati di Grant hanno sostenuto che l’uso del sedativo, il
midazolam, identificato come un potenziale fattore in una serie di
esecuzioni fallite in Oklahoma, costituiva una punizione “crudele e
inusuale”, formula che nell’esecuzione penale identifica i casi di
violazione dei diritti costituzionali dei condannati a morte.
Una Corte d’appello federale aveva sospeso l’esecuzione di Grant per le
preoccupazioni sul cocktail di droga usato per mettere a morte i
detenuti nello stato del Midwest, ma la Corte Suprema, divenuta a
maggioranza conservatrice dopo le nomine di giudici decisi da Donald
Trump, ha revocato la sospensione dell’ultimo minuto e ha permesso che
l’esecuzione continuasse con solo i tre giudici liberali che si sono
opposti.
Il crudele e fallimentare protocollo dell’iniezione letale dell’Oklahoma
doveva andare sotto processo nel febbraio 2022. Invece, la fretta di
uccidere ha annullato la decisione della Corte d’appello e, con la vita
di Grant, rischia anche di uccidere le speranze degli altri prigionieri
del braccio della morte che hanno sfidato il protocollo di esecuzione
dell’Oklahoma.
Il dipartimento di correzione ha affermato che l’Oklahoma continuerà a
utilizzare il protocollo che si è dimostrato “umano ed efficace” e che
non intendeva modificare le procedure di esecuzione a seguito
dell’esecuzione di Grant.
Un altro condannato a morte, Julius Jones, un afroamericano di 41 anni,
dovrebbe essere giustiziato il 18 novembre per l’omicidio di un uomo
d’affari bianco.
Grant si è assunto la piena responsabilità dell’omicidio di cui è stato
accusato e ha trascorso i suoi anni nel braccio della morte cercando di
capire ed espiare le sue azioni.
Jones ha invece costantemente proclamato la sua innocenza di cui sono
convinti anche celebrità come Kim Kardashian e il quarterback dei
Cleveland Browns Baker Mayfield.
Ma la fretta di uccidere non fa distinzioni tra colpevoli e innocenti.
Tanto il modo di uccidere è dolce e indolore. Umano, troppo umano.
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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH
SBATTUTO AL CARCERE DURO PER FARE COMPAGNIA AL BOSS, L’APPELLO DI UN DETENUTO IN ISOLAMENTO SENZA MOTIVO
Rita Bernardini su Il Riformista del 5 novembre 2021
Ricevo (con i relativi timbri della prevista censura) la lettera di un detenuto dell’area riservata del 41-bis di Parma. A.T. ha 56 anni e da tre anni si trova in questo regime di carcere duro all’ennesima potenza non perché sia un “capo dei capi”, ma perché l’Amministrazione penitenziaria ha l’esigenza di offrire una “compagnia” a un altro detenuto ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa. Senza questa “compagnia” per l’ora d’aria, la detenzione del “boss” sarebbe infatti totalmente illegittima. Precisato che nemmeno al “boss” possono essere negati i diritti umani fondamentali, mi chiedo: ma A.T. che c’entra? Tanto più che il 21 aprile scorso è stato assolto dal reato (416-bis) che lo ha portato al 41-bis e che sta aspettando da allora la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma circa la revoca del regime detentivo speciale.
Gentile A.T., mi chiedi di venirti a trovare, ma io non posso perché il DAP non me lo consente. Quel che posso fare, e lo farò, è portare alla conoscenza di mute e sorde istituzioni quelli che sono i tuoi diritti incomprimibili.
Gentilissima Rita Bernardini,
sono sottoposto al regime differenziato dell’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario dal 27 gennaio del 2018 presso il carcere di Parma. Dopo alcuni mesi, passati insieme ai detenuti del 41-bis, sono stato trasferito nella cosiddetta “area riservata”, contro la mia volontà e senza alcuna giustificazione. Non mi è stata fornita alcuna spiegazione della ragione per cui sono stato costretto con la forza a soffrire un regime detentivo ancora più duro di quello che mi è imposto nel generico decreto di applicazione del 41-bis. La legge prevede che io possa fare due ore d’aria in gruppi di socialità formati fino a un massimo di 4 persone.
Questi signori si permettono di non rispettare la legge, visto che mi tengono in area riservata dove sono in isolamento senza che nessuna autorità lo abbia deciso: mi hanno portato in questo reparto per fare compagnia a un solo detenuto senza chiedermi prima se io volessi fargli compagnia. Un inganno che subisco da 3 anni e 7 mesi. Sono stato costretto a fare lo sciopero della fame per 20 giorni solo per chiedere il rispetto dei miei diritti. Ho perso 10 kg di peso e da allora non mi sono più ripreso. Mentre facevo lo sciopero, nessuno della direzione del carcere mi ha chiamato. Mentre rischiavo di morire un ispettore ha avuto il coraggio di dire che la direzione non si sarebbe fatta intimidire… Ma come? Io metto a rischio la mia vita e loro si sentono intimiditi? Sono loro che hanno intimidito me non io a loro!
Un mese fa ho parlato con un altro ispettore per dirgli che non voglio stare in questo reparto perché sono sempre da solo, che l’amministrazione doveva rispettare quello che è scritto nel decreto del 41 bis, che stavano esagerando e che dopo aver sopportato così a lungo avrei fatto un casino. L’ispettore mi ha risposto che avrei potuto essere spostato in un reparto peggiore e di avere un altro po’ di pazienza perché stanno cercando di risolvere il problema. Una presa in giro, se penso che avevo parlato con il direttore che mi aveva risposto nello stesso modo. Ho parlato anche con il Garante nazionale dei detenuti che è venuto a trovarmi e sa tutto di quello che sto patendo. Anche lui mi ha risposto “stiamo vedendo di trovare una soluzione” … Ma che soluzione si sta cercando di trovare? Devono solo applicare la legge che stanno violando!
Ho scritto diverse volte all’ex Ministro Bonafede e anche alla Ministra Cartabia senza ricevere risposta. Non so quante lettere ho mandato al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, diverse con richiesta di colloquio: nessuna risposta, silenzio assoluto. Stesso silenzio è stato riservato alle denunce che ho presentato in Procura per sequestro di persona, violenza, tortura e abuso di potere...
Le faccio presente un’altra cosa: il 27 aprile del 2021 sono stato assolto dal 416 bis dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, proprio quel 416 bis per il quale mi hanno applicato il 41 bis, ma come lei sa i tempi della giustizia sono lunghi e sto aspettando la camera di consiglio al Tribunale di Sorveglianza di Roma per discutere la revoca. La mia posizione giuridica e i miei profili soggettivi non legittimano l’attuale allocazione detentiva e anche a volere ipotizzare che ciò sia stato determinato dall’opportunità di garantire una compagnia o una assistenza a un detenuto speciale, di fatto da oltre tre anni nessuno fa compagnia a me stesso. Solo in poche occasioni e per periodi di tempo brevi ho potuto condividere le ore d’aria e socialità con un solo ristretto in area riservata; da oltre tre anni e sette mesi sono costretto a soffrire illegittimamente la carcerazione in stato di totale isolamento. A ciò si aggiunga la mancanza di igiene della cella infestata da scarafaggi e altri insetti. A circa 1 metro dalla finestra c’è un grande contenitore così che la mia vista non può spaziare.
Tale inumana condizione di detenzione ha determinato l’insorgere di una grave forma depressiva; da mesi non sono in grado di alimentarmi e presento un allarmante calo ponderale che ha come conseguenza un inarrestabile deperimento fisico e psichico incompatibile con l’umanità della pena e il divieto di trattamenti inumani e degradanti dettati dalla Costituzione e dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani.
Il sottoscritto chiede alla Signoria vostra di prendere in considerazione questa mia missiva e di ricevere un suo scritto ma ancora meglio una sua visita in questo reparto cosiddetto area riservata. Colgo l’occasione per inviarle i miei più sinceri saluti.
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ARABIA SAUDITA: GIUSTIZIATO PER ATTACCHI CONTRO LA SICUREZZA
L'Arabia Saudita il 1° novembre 2021 ha giustiziato un uomo che era stato riconosciuto colpevole di aver aperto il fuoco contro agenti della sicurezza e di traffico di armi. La notizia è stata riportata dai media sauditi, secondo cui l’uomo era legato a persone accusate di attività terroristiche.
L’esecuzione è avvenuta a Dammam, nella Provincia Orientale, in cui dal 2011 si registrano proteste da parte della minoranza sciita.
I manifestanti sciiti chiedono la fine di quella che hanno definito una discriminazione da parte del governo, espressione dei sunniti, un'accusa che Riyadh nega.
L'uomo giustiziato, che era cittadino saudita, "ha preso parte a due sparatorie contro le forze di sicurezza con l'intenzione di uccidere" oltre al "traffico e detenzione di armi", ha detto il ministero dell'Interno.
Era "legato a persone ricercate per attività terroristiche", ha aggiunto il ministero nella sua dichiarazione, diffusa dall'agenzia di stampa ufficiale saudita.
Amnesty International ha dichiarato lo scorso agosto che almeno 40 persone sono state giustiziate tra gennaio e luglio in Arabia Saudita, più che in tutto il 2020.
Più di 60 persone sono state giustiziate finora nel Regno nel 2021, secondo un conteggio tenuto dall'AFP sulla base di notizie ufficiali.
(Fonti: The New Arab, 01/11/2021)
LA RESISTENZA IRANIANA CONTESTA LA MISSIONE UE IN IRAN
L'Inviato Speciale dell'Unione Europea, Enrique Mora, si è recato in Iran il 14 ottobre 2021 per incontrare i dirigenti iraniani in vista della ripresa dei colloqui per rilanciare l'accordo nucleare del 2015. La visita è avvenuta nonostante le preoccupazioni sollevate dalla comunità internazionale in una recente riunione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra in merito alle brutali violazioni dei diritti umani in Iran e al numero crescente di esecuzioni dall'ascesa alla presidenza di Ebrahim Raisi.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha affermato che il viaggio di Mora "segue consultazioni tra le due parti su questioni di reciproco interesse, comprese le relazioni tra l'Iran e l'Unione, l'Afghanistan e l'accordo nucleare".
Il Consiglio Nazionale della Resistenza dell'Iran (CNRI) contesta questa iniziativa. “Secondo rapporti credibili, almeno 125 persone sono state giustiziate in Iran da quando Ebrahim Raisi è stato insediato come presidente, tre mesi fa. Quel numero è più del doppio del numero di esecuzioni nel trimestre precedente".
Durante una conferenza stampa tenuta il 13 ottobre dalla Resistenza Iraniana, è stato annunciato che in Scozia è stata intentata una causa contro Raisi per il suo ruolo nel massacro di 30.000 prigionieri politici del 1988, al fine di ritenerlo responsabile dei suoi crimini contro l'umanità.
Questo annuncio arriva dopo che è stato annunciato che Raisi non parteciperà alla conferenza sul cambiamento climatico COP26 delle Nazioni Unite a Glasgow il mese prossimo.
Il CNRI ha dichiarato: “Le vittime del regime iraniano e un ex eurodeputato, Struan Stevenson, hanno presentato una richiesta formale per l'arresto di Raisi. Questa richiesta formale è stata fatta sulla base della storia oscura di violazioni dei diritti umani di Raisi”. Il quotidiano Times ha riferito che le richieste per l'arresto di Raisi sono state inoltrate alla polizia scozzese, esortandola ad aprire un'indagine sui precedenti penali di Raisi sotto il concetto di giurisdizione universale.
"Significa che i violatori dei diritti umani di qualsiasi nazionalità possono essere accusati in qualsiasi paese, indipendentemente da dove sono stati commessi i crimini".
La visita di Mora in Iran, indipendentemente dal motivo del viaggio, è a dir poco un insulto per il popolo iraniano che ha dovuto soffrire sotto il brutale giogo della repressione e della punizione. Il viaggio probabilmente darà il messaggio sbagliato a Teheran, rafforzando la loro convinzione che si possa continuare con le loro attività maligne e i crimini contro l'umanità senza il timore di essere arrestati. Il popolo iraniano, sia in patria che all'estero, era già indignato per la precedente visita di Mora a Teheran ad agosto per l'insediamento di Raisi. Il CNRI ha affermato: "È tempo che l'Unione Europea e i suoi Stati membri siano dalla parte giusta e deferiscano il caso del massacro del 1988 e delle violazioni dei diritti umani in Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in modo che i leader di questo regime possano essere perseguiti per genocidio e crimini contro l'umanità”.
(Fonte: Iran News Update)
GIAPPONE: CONDANNATI A MORTE FANNO CAUSA AL GOVERNO PER LE ESECUZIONI SENZA PREAVVISO
Due condannati a morte in Giappone hanno intrapreso un’azione legale contro le esecuzioni praticate senza neanche un giorno di preavviso.
I prigionieri nel braccio della morte vengono informati solo poche ore prima della loro esecuzione, che viene praticata mediante impiccagione.
Il loro avvocato ha affermato che un preavviso così breve è "estremamente disumano", hanno riportato i media locali.
I gruppi per i diritti da molto tempo criticano la pratica sostenendo che abbia un pesante impatto sulla salute mentale dei detenuti.
"I prigionieri del braccio della morte vivono ogni mattina nella paura che quel giorno sarà l'ultimo", ha detto l'avvocato dei due condannati a morte, Yutaka Ueda, riportato da Reuters.
"Il governo centrale ha detto che questa pratica ha lo scopo di evitare che i prigionieri soffrano prima della loro esecuzione, ma questa non è una spiegazione. All'estero, i prigionieri hanno il tempo di riflettere sulla loro fine e prepararsi mentalmente".
I prigionieri hanno intentato la causa presso il tribunale distrettuale della città di Osaka il 4 novembre 2021, in quello che si ritiene essere il primo caso del genere, sostenendo che il breve preavviso non dà loro neanche il tempo di presentare un'obiezione.
I due condannati hanno chiesto 22 milioni di yen ($ 193.500) di risarcimento, ha detto il loro avvocato.
Ci sono più di 100 persone nel braccio della morte in Giappone, ma nessun detenuto è stato giustiziato negli ultimi due anni.
(Fonti: bbc, 05/11/2021)

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