"Infanzia" di Tovle Ditlevsen (Fazi, traduzione di Alessandro Storti) e le mani che fanno male

 

"Alzo lo sguardo su di lei e mi rendo conto di diverse cose simultaneamente; è più piccola delle altre donne adulte, più giovane delle altre madri, e al di fuori della via in cui abitiamo c'è un mondo che la spaventa. E quando ci spaventa entrambe, lei mi pugnala alla schiena. Ora che siamo lì, davanti alla strega, noto anche che le mani di mia madre sanno di bucato. Lo detesto, quell'odore, e mentre in perfetto silenzio usciamo dalla scuola, il mio cuore si riempie di quel caos di rabbia, dolore e compassione che da oggi in poi, per tutta la vita, mia madre desterà sempre in me." (pag. 19)

"Chi riceveva i sussidi di povertà perdeva il diritto di voto. Non abbiamo mai patito al punto di non avere un boccone da mettere sotto i denti, però ho conosciuto la fame che si prova quando si sente il profumino della cena trapelare dal portone di una famiglia meno disagiata, dopo una giornata in cui ci si è nutriti soltanto di caffè e paste danesi stantii, delle quali si può riempire la cartella di scuola per venticinque centesimi." (pp. 24-25)

"L'infanzia è lunga e stretta come una bara, e non si può uscirne da soli. È sempre presente, tutti la vedono con la stessa chiarezza, allo stesso modo in cui è visibile il labbro leporino di Ludvig Bello. Anche lui è come Lili Bella: è talmente brutto che non si riesce a immaginare che abbia mai avuto una madre. Tutte le cose brutte o disgraziate le chiamiamo belle, e nessuno sa perché. All'infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore. La si sente sugli altri bambini, e ognuno ha un aroma tutto suo. La si sente sugli altri bambini, e ognuno ha un aroma tutto suo. Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello altrui. Siamo lì, intenti a  parlare con una bambina, la cui infanzia odora di cenere e carbone, e all'improvviso lei arretra di un passo perché ha sentito il fetore della nostra. Osserviamo di nascosto gli adulti, la cui infanzia è sepolta in loro, lacera e sforacchiata come un tappeto consunto e tarmato, al quale nessuno pensa e che non serve più. A guardarli non si direbbe che ne abbiano avuta una, e non si osa chiedere come abbiano fatto a superarla senza riportarne profonde cicatrici in viso. Viene il sospetto che abbiano preso una scorciatoia segreta e indossato la loro forma adulta prima del tempo. L'hanno fatto un giorno in cui erano soli in casa, e la loro infanzia è come tre anelli di ferro stretti attorno al loro cuore, come quelli di Enrico nella fiaba "Il principe ranocchio", che si spezzano solo quando il suo signore viene liberato. Ma se non si conosce la scorciatoia, l'infanzia va patita e superata con fatica ora dopo ora, per un inconcepibile numero di anni. Solo la morte può liberarcene, ecco perché pensiamo tanto a essa, immaginandola come un angelo biancovestito e gentile, che una notte ci bacerà le palpebre affinché non si aprano mai più." (pp. 35-36)

Davvero bello e intenso "Infanzia" (Fazi, traduzione di Alessandro Storti) di Tovle Ditlevsen (una vita incandescente la sua: quattro matrimoni e quattro divorzi, alcool, droga e infine il suicidio nel 1976), primo capitolo della trilogia di Copenaghen, composta anche da "Gioventù" e "Dipendenza" che verranno pubblicate prossimamente. Un intenso libro di formazione, sull'infanzia, sulla voglia di essere altro da quello a cui sei costretta perché sei donna, sei povera, sei circondata da alcolizzati e vorresti solo scrivere poesie tutto il giorno e per sopravvivere devi indossare una maschera e fingere che lo schifo che sei costretto a ingoiare ti sta bene, che ti sta bene stare al tuo posto e diventare una donna delle pulizie piuttosto che frequentare il ginnasio. Un libro commovente, a tratti esilarante, feroce e soprattutto costruito su uno stile e una lingua che restituisce tutte le ansie, i dubbi, lo stupore, le paure, le parole dell'infanzia.

Sto scrivendo queste poche parole con le dita rotte dopo una mattina d'inferno a causa dell'evento di ieri che ha riempito il cinema e tanto per dirvi oggi ho pulito, fra le altre cose, 1300 poltrone. Tutti i posti a sedere del cinema e in testa riflettevo su questo libro e alle donne della mia famiglia (l'ho già scritto parecchie volte) e a come odiassero quando le persone riampengevano i bei tempi andati, la vita nei campi, l'assenza di tecnologia, il dialetto, la vita di paese. Quando ancora fumava mia madre, nata in una famiglia poverissima e che fece la fame da bambina, sentiva partire questi discorsi su quanto si stava bene allora, sui bottegai, sui rapporti umani andava in cucina e si accendeva una sigaretta e la si sentiva tamburellare sulla mensola sopra il lavandino. E se il discorso andava avanti sui giovani d'oggi e bla bla bla lei cominciava a tamburellare sempre piu' forte e se lo stronzo o la stronza in questione non aveva ancora capito che era meglio cambiare idea allora si appoggiava allo stipite della porta della cucina e cominciava a fissare con ferocia chi stava pronunciando quei discorsi per lei inaccettabili. 

Nei mesi di malattia era quasi contenta di andare nell'ospedale a Lecco e incontrare persone di tutti i tipi e nazionalità. Non si è mai fatta alcun problema davanti a tutti i ragazzi e ragazze strani che ho portato in casa. Ricordo ancora quando la mia amica Elisabetta venne a trovarmi in sottoveste di pizzo nero trasparente, un paio di ballerine bianche, le labbra rosse e la Marlboro sempre accesa. Cominciarono a parlare di vestiti e mia madre che le diceva, Vai a Parigi, vai, devi andare, cosa ci stai a fare qui. Marzia, l'infermiera venezuelana che si occupava di lei, mi racconta ancora oggi che era felice di assistere mia madre perché aveva una mente aperta, curiosa, insofferente alla vita di paese, ai pettegoli. 

Non è stato facile essere suo figlio, per niente e le ho fatto due promesse prima che lei morisse. Le sto rispettando tutte e due. E non perché mi sento obbligato. Ma perché sono promesse piene d'amore.

 




 

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