Nessuno Tocchi Caino - DI NOTTE SENTO IL RUMORE DELLE MACCHINE DELLA MORTE

NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS

Anno 22 - n. 14 - 09-04-2022

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : DI NOTTE SENTO IL RUMORE DELLE MACCHINE DELLA MORTE
2.  NEWS FLASH: LO STUDIO, IL TEATRO, I LIBRI: NON SONO QUELLO DI 30 ANNI FA
3.  NEWS FLASH: MYANMAR: LA GIUNTA MILITARE CONDANNA A MORTE ALTRI OTTO GIOVANI
4.  NEWS FLASH: STUDIO DI UNIVERSITÀ AUSTRALIANA SOSTIENE CHE I CHIRURGHI CINESI UCCIDONO I PRIGIONIERI PER PRELEVARE GLI ORGANI
5.  NEWS FLASH: USA: BIDEN RATIFICA LEGGE CHE RENDE IL LINCIAGGIO REATO FEDERALE
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :


"DI NOTTE SENTO IL RUMORE DELLE MACCHINE DELLA MORTE"
Saeed Eghbali* su Il Riformista dell’8 aprile 2022

Ero un bambino di pochi anni quando ho visto la morte dimenarsi nella piazza principale della mia città. Poi, a Rajai-shahr, ho sentito di persona cosa vuol dire l’esecuzione. Ricordo il mio caro amico e compagno di cella Behnam Mahjoubi, a cui hanno messo il cappio al collo e si è spento davanti ai miei occhi. Tuttora, quando guardo la sua foto attaccata sopra il mio letto, il mio cuore brucia; ricordo la mia solitudine e il mio pianto straziante sotto la doccia. Per le persone come me, appartenenti alla classe più bassa e dimenticata della società, in presenza dell’oppressore, è normale morire e perdere tutto: la vita, le proprietà, il lavoro, i sogni, la pace, l’amore, tutto! Nella nostra classe sociale perdi tutto, o per meglio dire ti derubano di tutto.
Nella prigione di Rajai-shahr c’è un luogo chiamato “Suite”, celle di isolamento che sono usate in modi diversi: come punizione di chi litiga, per chi sciopera e per chi commette cosiddetti “reati di carcere”. Ma la cosa più spaventosa è il trasferimento in queste celle dei condannati a morte. Prima dell’esecuzione, che avviene ogni mercoledì mattina, due o tre e, a volte, anche più di dieci prigionieri sono trasferiti in questo luogo, vicino alla nostra attuale sezione, la 4. I funzionari della prigione e il pubblico ministero partecipano a questo rito. Ogni martedì sera, dalle finestre recintate della mia cella, sento il rumore delle auto nel viavai laborioso dei celebranti il macabro rito. Voci familiari che si sono annidate nei mattoni di questa prigione dagli anni ‘80 sino a oggi.
Il suono delle macchine mi ricorda Zanyar e Loghman, dei quali nemmeno si sa dove siano stati seppelliti. Ricordo tutti i volti che ho visto nella sala delle visite e nel corridoio principale.
Ogni martedì sera mi chiedo a chi tra loro il cappio stringerà il collo. Tutti mi ricordano il mio caro Behnam. Ogni volta che con pretesti vari chiamano i loro nomi, impallidiscono e per darsi speranza, anche per un momento, scherzano e, ridendo, dicono ai loro compagni della sezione: ragazzi ci scuserete... Prima di ogni martedì, le giornate sono colme di angoscia nel timore di essere picchiati con bastoni e mazze e portati nella “Suite” ammanettati e legati, che poi il mercoledì mattina si tira una leva e fine.
Quanti esseri umani sono morti e sono tornati in vita mille volte prima della morte in un luogo solitario che trasuda fetore dalle sue mura e nel freddo di ossa bruciate! I farmaci e le pillole che i funzionari della prigione danno al condannato a morte negli ultimi istanti della sua vita per alleviarsi la coscienza non rispondono alla domanda: perché dovrei morire? Chi decide che morirò? Un uomo di 80 anni che si considera il rappresentante di Dio sulla terra?! Conosco persone che hanno passato notti attaccati muro a muro alla cella di un condannato a morte. I gemiti e le urla, il rumore delle catene alle mani e ai piedi, delle percosse ricevute dalle guardie, non sono ancora usciti dalle loro orecchie!
Ho trascorso un periodo nella sezione 209, nella cella 113, con Esmail e Khosrow, condannati a morte e alla fine giustiziati prima che io lasciassi la sezione. La radice di ogni omicidio, stupro e rapina si può scoprire nella struttura di un regime che di per sè genera povertà, ingiustizia e sopraffazione, corruzione, morte e oppressione. In ogni condannato a morte riconosco me stesso. Era della stessa classe di persone i cui sogni e aspirazioni sono stati annientati nel mondo di tenebre creato dalla Repubblica Islamica. E ora deve affrontare la morte con i piedi tremanti.
L’autore di questo racconto non è Saeed Eghbali di Rajai-shahr: è l’operaio precipitato dalla cima del palazzo o chi dorme la notte nelle tombe a Behesht Zahra o la prostituta che le hanno incendiato il corpo e l’anima o la bambina che cerca la sua infanzia nella spazzatura o il tossicodipendente che viene trovato sotto il ponte congelato con una siringa in mano o l’ambulante che ha lividi sotto gli occhi. Oppure chi ogni giorno in quest’aria che sa di morte viene giustiziato. Ecco, tutte queste persone sono io! Nonostante tutte queste esperienze che crocifiggono l’esistenza umana, sappiano i potenti impotenti, non ci pieghiamo la schiena sotto il peso di tali sofferenze; ogni cappio, ogni proiettile e bastone che riservate al nostro popolo ci rende più determinati e avvicina la vostra fine.
In memoria dei cari fratelli Hamzeh Savari, Zanyar e Loghman Moradi, Farzad Kamangar, Ali Saremi, Gholam Reza Khosravi, Ramin Hossein Panahi, Reyhaneh Jabbari e Shirin Alam Holi.

* La lettera del prigioniero politico Saeed Eghbali, tradotta da Esmail Mohades, è uscita dalla prigione di Rajai-shahr il 24 marzo e il giorno dopo è stata pubblicata sul sito di Iran Human Rights Monitor

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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LO STUDIO, IL TEATRO, I LIBRI: NON SONO QUELLO DI 30 ANNI FA
Filippo Rigano* su Il Riformista dell’8 aprile 2022

Sono stato tratto in arresto nel lontano 1993 e condannato in via definitiva alla pena dell’ergastolo di tipo ostativo per reati di criminalità organizzata. Pertanto, sono detenuto ininterrottamente da quasi 29 anni. Al momento dell’arresto avevo lasciato a casa una moglie e due figlie ancora bambine. Pensando proprio a loro, ho incominciato a riflettere sul mio passato e sul mio futuro e, dopo alcuni anni, ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Ho sentito dentro di me che quel malefico passato altro non era stato che fumo, null’altro che una notte buia e triste. Ho compreso che se volevo veramente cambiare, per prima cosa, dovevo trovare la forza e il coraggio di uscire da quella spirale di violenza figlia snaturata dell’ignoranza beata navigante in questa palude infetta e malefica che è il carcere. Attraverso una profonda e dolorosa introspezione, mi sono reso conto che la vera libertà consiste nell’obbedire alle leggi che ci siamo dati.
Non mi vergogno di dire che quando 29 anni fa ho varcato le porte del carcere, come titolo di studio avevo solo la seconda elementare, sapevo a malapena leggere e scrivere. Nel carcere di Catania Bicocca, ho incominciato a frequentare la scuola e, giorno dopo giorno, sono arrivato a conseguire la licenza di terza media. Nel carcere di Fossombrone, dopo cinque anni di scuola superiore mi sono diplomato come ragioniere. Nel 2011 sono stato trasferito nel carcere di Rebibbia e mi sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Tor Vergata.
Il 23 ottobre 2019, a 63 anni, sono diventato dottore in legge nella sala teatro del carcere di Rebibbia, davanti ai miei professori, ai compagni di sventura dell’Alta Sicurezza, a mia moglie Giuseppina che da 29 anni aspetta il mio ritorno a casa e davanti a Venera e Cristina, le mie adorate figlie che sono state la mia forza per andare avanti. Con una tesi di laurea in Diritto costituzionale dal titolo “Sopra la Costituzione... l’ergastolo ostativo: per chi ha sete di diritti”, ho preso 110 e anche una “lode” che considero il mio personale riscatto dall’infamia del “fine pena mai” che mi aveva tolto il sonno e cancellato il futuro.
Oltre all’università, per cinque anni ho frequentato insieme ad altre persone detenute un corso di pratica filosofica dal quale è nato il libro “Naufraghi in cerca di una stella”, un profondo lavoro di scavo interiore che ha fatto emergere il mio essere autentico seppellito sotto le macerie della mia prima vita. Ho frequentato anche un corso di giornalismo e da sette anni sono attore di teatro nella compagnia di Fabio Cavalli, che ha realizzato “Rebibbia Lockdown”, un film documentario che racconta il carcere ai tempi della pandemia. Da ultimo, ho dato il mio contributo alla stesura di un altro libro, “La ferita della pena e la sua cura”, pubblicato di recente.
Ho completato gli studi e portato avanti la mia revisione interiore. Così, in questi anni passati in carcere in cui mi sono abbeverato e nutrito di cultura, ho conquistato la mia personale “liberazione”. E, vi assicuro, non è stato facile nella prospettiva di una pena che non finisce mai. Se penso alla mia vita passata in “libertà”, neanche con la fantasia più felice avrei potuto mai immaginare un futuro come quello che vedo oggi, che è di una luce e uno splendore indicibili.
Nessun uomo è uguale a quello di venti o trent’anni prima, perciò è doveroso che il giudizio su di lui sia oggi diverso. Si dice: tanto questi non cambiano mai, sempre delinquenti sono. Non è vero, anche la scienza dice che il tempo è un grande scultore, che il cervello si evolve e le persone cambiano. Io non ho nessun contatto con nessuna criminalità, ho avuto il coraggio di recidermi totalmente dalle logiche di un passato maledetto. Sarebbe bello e giusto ascoltarci, perché se nessuno ci ascolta si può pensare che siamo sempre quelli del passato. Mi rivolgo soprattutto ai nostri giudici di sorveglianza: non siate sempre ancorati al passato della persona, guardate alla persona quale essa è oggi, abbiate il coraggio di metterci alla prova.
Io non sono più un ragazzino, ho compiuto da poco 65 anni, la mia vita sta finendo. Ma qui si pena sempre e non si vede mai uno sbocco di libertà. Perciò ascoltateci, solo cosi potete capire il nostro cambiamento, come hanno fatto in questi anni tutti gli operatori dell’area educativa, i nostri professori e le nostre tutor di Tor Vergata. Un aiuto non si nega a nessuno, specialmente quando uno ha capito gli errori del passato e dal male si è convertito al bene. Io, personalmente, ringrazio tutte quelle persone che mi hanno aiutato e che continuano a darmi fiducia, una fiducia che – vi prometto – non deluderò.

* Ergastolano, detenuto a Rebibbia

MYANMAR: LA GIUNTA MILITARE CONDANNA A MORTE ALTRI OTTO GIOVANI
Un tribunale militare del Myanmar il 30 marzo 2022 ha condannato a morte altri otto giovani accusati di aver attaccato obiettivi della giunta a Yangon, portando a oltre 110 il numero totale dei condannati a morte dopo il colpo di stato. Sono stati condannati in base alla Legge Antiterrorismo.
Uno degli otto è stato condannato in contumacia mentre gli altri sette erano presenti in tribunale.
La giunta ha comunicato il 31 marzo che gli otto, tra cui due donne, avrebbero ucciso un presunto informatore nel distretto di North Okkalapa e sarebbero coinvolti in attacchi con armi da fuoco ed esplosivi alla stazione di polizia del distretto.
La giunta sostiene che i giovani fossero entrati in gruppi terroristici.
Nonostante la condanna internazionale, sono state emesse condanne a morte nei confronti di manifestanti anti-regime nelle township attualmente soggette alla legge marziale. Il regime militare ha imposto la legge marziale nelle township di Hlaing Tharyar, Shwepyithar, South Dagon, North Dagon, Dagon Seikkan e North Okkalapa a Yangon, nonché nelle township di Mandalay.
Secondo l'Associazione per l’Assistenza dei Prigionieri Politici, alla fine di marzo erano 98 le persone condannate a morte dalla giunta, tra cui due minorenni, per presunti reati di alto tradimento; sedizione; ostacolo al personale militare e dipendenti pubblici nell'esercizio delle loro funzioni; legami con organizzazioni illegali.
La giunta il 31 marzo ha anche emesso condanne detentive nei confronti di più di una dozzina di giovani oppositori.
Tra loro c'erano Ko Khant Thu Aung, presidente e tesoriere dell'Unione studentesca dell'Università di Economia di Yangon, Ma Yin Myat Noe Oo, Ko Phyo Kyawt Naing e Ko Min Hein Khant della stessa università. I quattro sono stati condannati il 31 marzo a tre anni di reclusione con lavori forzati dal tribunale della Prigione di Insein a Yangon con l'accusa di aver passato informazioni a un giornalista straniero.
Ma Yin Myat Noe Oo, 22 anni, in precedenza era stato condannato a tre anni di reclusione per aver affisso manifesti contro la giunta.
Lo studente della Dagon University Ko Kyaw Linn Htut; Ma Su Yee Lin, membro di un sindacato studentesco con sede a Yangon; e anche il giornalista freelance Ko Zaw Linn Htut sono stati condannati a tre anni di reclusione.
Nella città di Dawei, nella regione di Tanintharyi, tre giovani: Ma Soe Mie Mie Kyaw, che in precedenza aveva tentato il suicidio dopo essere stato torturato, Ko Soe Pyae Aung e Ma Shar Pyae Khin, il 31 marzo sono stati condannati dal tribunale carcerario di Dawei ad altri cinque anni di reclusione in aggiunta alle precedenti condanne a due anni.
Dal colpo di stato, la giunta ha ucciso almeno 1.723 persone e arrestato più di 13.000 persone tra leader eletti, legislatori, attivisti, medici, studenti e minori, principalmente per essersi opposti al suo governo.
(Fonti: The Irrawaddy, 01/04/2022)

STUDIO DI UNIVERSITÀ AUSTRALIANA SOSTIENE CHE I CHIRURGHI CINESI UCCIDONO I PRIGIONIERI PER PRELEVARE GLI ORGANI
Un nuovo studio australiano afferma di aver portato alla luce prove che i chirurghi in Cina hanno espiantato cuori dei condannati a morte prima della loro morte cerebrale.
Lo studio dell'Università Nazionale Australiana, pubblicato il 5 aprile 2022 sull'American Journal of Transplantation, ha preso in esame migliaia di articoli medici cinesi pubblicati nel corso di decenni, concludendo che i chirurghi sono stati impiegati dallo stato per uccidere prigionieri usando interventi di espianto d'organo.
I documenti ufficiali cinesi certificano che i prigionieri fossero cerebralmente morti prima della rimozione degli organi, tuttavia i ricercatori dell’università australiana affermano che il loro modello di calcolo abbia portato a conclusioni diverse.
Nel 2015 la Cina ha dichiarato di aver fermato l’espianto degli organi dai prigionieri giustiziati, che secondo i gruppi per i diritti umani includevano minoranze perseguitate come il Falun Gong e i musulmani Uiguri.
Tuttavia, questo è il primo studio sistematico a sostenere che i prigionieri fossero ancora vivi sul tavolo operatorio negli ospedali statali e militari cinesi quando i loro cuori e polmoni sono stati rimossi. Secondo queste conclusioni, i chirurghi hanno agito come boia al posto dei plotoni di esecuzione, in violazione dell'etica medica.
"Abbiamo scoperto che i medici sono diventati carnefici per conto dello stato e che il metodo di esecuzione era la rimozione del cuore", ha detto il coautore dello studio e ricercatore PhD Matthew Robertson.
"Questi interventi chirurgici sono altamente redditizi per i medici e per gli ospedali che li praticano".
Lo studio ha utilizzato analisi computazionali dei testi per condurre una revisione forense di 2838 documenti tratti da un insieme di 124.770 pubblicazioni relative a trapianti in lingua cinese. Un algoritmo ha cercato dichiarazioni dubbie di morte cerebrale e ha trovato che in 71 rapporti la morte cerebrale non era stata correttamente dichiarata.
Ciò significa che la rimozione del cuore durante la procedura è stata la causa medica del decesso, rendendo gli stessi chirurghi dei boia.
Robertson ha detto all'Australian Financial Review che è probabile che i numeri siano molto più alti di 71, dato che le evidenze sono scaturite da un piccolo campione, inoltre i risultati incompleti sono stati omessi e sono stati coinvolti 56 ospedali e più di 300 operatori sanitari in Cina.
“Probabilmente ci sono molti più casi non rilevati. Questo risultato viene da un piccolo campione", ha detto.
Il dottor Jacob Lavee, un cardiochirurgo israeliano, che ha anche una collaborazione con l'Università di Tel Aviv, è un coautore dell'articolo.
Robertson ha affermato che gli interventi chirurgici sono stati condotti su prigionieri del braccio della morte e su "prigionieri di coscienza", che potrebbero includere prigionieri politici o di etnia uigura.
"Anche se non sappiamo esattamente come questi prigionieri finiscano sul tavolo operatorio, possiamo ipotizzare che ci siano molteplici scenari preoccupanti su come ciò avvenga", ha affermato Robertson.
"Questi includono un proiettile alla testa del prigioniero prima di essere immediatamente portato d'urgenza in ospedale, o l'iniezione di una sostanza che paralizza il prigioniero".
Non è chiaro se qualcuno dei prigionieri fosse cosciente durante l’intervento di prelievo degli organi, sebbene questo non fosse l'obiettivo dello studio.
La regola universale del donatore morto afferma che il prelievo di organi non deve iniziare fino a quando un donatore non viene formalmente dichiarato morto.
I dati raccolti riguardano le procedure cliniche relative all'intubazione e alla ventilazione dei donatori, la dichiarazione di morte cerebrale e l'inizio dell'intervento chirurgico di prelievo degli organi.
Robertson è anche coautore di un documento del 2019 in cui suggerisce che il governo cinese potrebbe aver utilizzato una semplice equazione matematica per falsificare i suoi numeri di donazioni volontarie di organi.
La Cina ha ripetutamente negato le accuse di essere coinvolta nell'espianto di organi. Tuttavia, ha quello che si ritiene essere il più vasto programma di donazione volontaria di organi al mondo.
Lo studio afferma che la Cina prevede di eseguire 50.000 trapianti entro il 2023, formalmente da donatori volontari, il che costituirebbe il programma di trapianti volontari di maggior successo al mondo.
(Fonte: The Australian Review, 05/04/2022)

USA: BIDEN RATIFICA LEGGE CHE RENDE IL LINCIAGGIO REATO FEDERALE
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden il 29 marzo 2022 ha ratificato una legge contro il linciaggio.
Affiancato dalla vicepresidente Kamala Harris in una cerimonia sul prato della Casa Bianca, Biden ha firmato l'Emmett Till Antilynching Act, definendo ufficialmente il linciaggio un crimine d'odio federale, prevedendo pene fino a 30 anni.
La legge equipara al “linciaggio” anche reati diversi, come i rapimenti, gli abusi sessuali aggravati o i tentati omicidi, se motivati da “odio”.
"Il linciaggio era puro terrore, usato per rafforzare la menzogna che non tutti sono Americani allo stesso modo, che non tutti sono creati uguali", ha detto Biden dopo aver firmato la legge. Citando recenti episodi di violenza, ha avvertito che il razzismo rimane "un problema persistente" negli Stati Uniti.
Il disegno di legge prende il nome da Emmitt Till, un adolescente di Chicago che fu linciato nel Mississippi nel 1955. Till, che all'epoca aveva 14 anni, era in visita ai parenti quando una donna bianca lo accusò di averle fischiato. Fu rapito, picchiato, brutalmente ucciso, e il corpo zavorrato e gettato in un fiume. Due uomini vennero accusati dell’omicidio, ma vennero poi assolti da una giuria tutta bianca e tutta maschile.
Al funerale di Till, sua madre, Mami Till, aveva insistito perché la bara venisse lasciata aperta, per esporre pubblicamente la violenza inflitta a suo figlio.
Alla cerimonia della firma, la vicepresidente Harris, che ha co-sponsorizzato la legislazione anti-linciaggio quando era senatrice degli Stati Uniti, ha parlato della legge come “una questione che era rimasta in sospeso".
“Oggi siamo riuniti per riconoscere l'orrore, e questa parte della nostra storia, per affermare inequivocabilmente che il linciaggio è ed è sempre stato un crimine d'odio e per chiarire che il governo federale può ora perseguire questi crimini in quanto tali, ha detto Harris.
“Il linciaggio non è una reliquia del passato. Gli atti di terrore razziale si verificano ancora nella nostra nazione e, quando si verificano, dobbiamo tutti avere il coraggio di nominarli e ritenere responsabili i colpevoli”.
La Ong “Equal Justice Initiative” ha documentato più di 6.500 linciaggi razziali negli Stati Uniti tra il 1865 e il 1950. Il rapporto del novembre 2020 del Death Penalty Information Center, Enduring Injustice: the Persistence of Racial Discrimination in the US Death Penalty, traccia la relazione storica tra linciaggi e la pena di morte negli Stati Uniti.
Durante la schiavitù, la pena capitale è stata utilizzata come strumento per controllare le popolazioni nere e frenare le ribellioni. Dopo l'emancipazione, i linciaggi sono proliferati. Per scoraggiare i linciaggi, i funzionari pubblici avevano promesso esecuzioni legali, spesso dopo processi farsa. Con la diminuzione dei linciaggi all'inizio del XX secolo, le esecuzioni hanno iniziato a prendere il loro posto in circostanze che in precedenza avrebbero attirato la folla dei linciaggi.
In tutto il sud, uomini e ragazzi afroamericani sono stati condannati e giustiziati per il presunto stupro o tentato stupro di donne o ragazze bianche. Nessun uomo bianco è mai stato giustiziato per aver violentato una donna o una ragazza nera.
(Fonte: DPIC)

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