Nessuno tocchi Caino - LA REPUBBLICA CENTRAFRICANA DICE ADDIO ALLA PENA DI MORTE, ANCHE LO ZAMBIA PRONTO A SEGUIRLO

 Nessuno tocchi Caino news:

Anno 22 - n. 22 - 04-06-2022

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : LA REPUBBLICA CENTRAFRICANA DICE ADDIO ALLA PENA DI MORTE, ANCHE LO ZAMBIA PRONTO A SEGUIRLO
2.  NEWS FLASH: LA VICENDA DI NINO RIZZO, SBATTUTO IN CARCERE DAI ‘BUONI’ E SALVATO DAI ‘CATTIVI’
3.  NEWS FLASH: TOTÒ CUFFARO ESCE DAL CARCERE, MA RESTA ANCORA PRIGIONIERO
4.  NEWS FLASH: IRAN: OTTO UOMINI GIUSTIZIATI LO STESSO GIORNO NELLA PRIGIONE DI RAJAI SHAHR
5.  NEWS FLASH: OKLAHOMA (USA): SECONDO I REFERTI AUTOPTICI I DETENUTI RECENTEMENTE GIUSTIZIATI AVEVANO TUTTI LIQUIDO NEI POLMONI
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : DESTINA IL TUO 5X1000 A NESSUNO TOCCHI CAINO


LA REPUBBLICA CENTRAFRICANA DICE ADDIO ALLA PENA DI MORTE, ANCHE LO ZAMBIA PRONTO A SEGUIRLO
Elisabetta Zamparutti su Il Riformista del 3 giugno 2022

La settimana scorsa, l’Assemblea Nazionale della Repubblica Centrafricana ha abolito, per acclamazione, la pena di morte. Lo ha annunciato Simplice Mathieu Sarandji, Presidente dell’Assemblea.
Ci sono voluti dieci anni per arrivare a questo successo. Era l’ottobre 2012 quando, in missione per conto di Nessuno tocchi Caino, con Sergio D’Elia e Marco Perduca sono andata a Bangui, la capitale, per sostenere la causa abolizionista. Ci accolse la notizia che il Consiglio dei Ministri aveva approvato, pochi giorni prima e proprio in vista del nostro arrivo, un disegno di legge per cancellare la pena capitale dal codice penale. Il testo, da lì a poco, sarebbe stato trasmesso all’Assemblea Nazionale. Intendevano così, ci disse con fierezza l’allora Ministro della Giustizia Jacques M’Bosso, esprimere la volontà di iscriversi a pieno titolo tra i protagonisti del processo abolizionista in corso nel mondo.
Secondo una teoria di fatti d’impronta radicale, la RCA aveva istituito un Comitato di riflessione per l’abolizione della pena di morte – comprendeva magistrati, avvocati, direttori generali di ministeri ed esponenti delle tre principali confessioni religiose – dopo aver partecipato alla grande conferenza sulla pena di morte in Africa che Nessuno tocchi Caino organizzò, con il Presidente del Ruanda Paul Kagame e il sostegno dell’Unione Europea, l’anno prima a Kigali. Questo Comitato sostenne la nostra richiesta di voto a favore della Risoluzione delle Nazioni Unite sulla Moratoria Universale della pena di morte che il Governo espresse, per la prima volta, al Palazzo di Vetro nel 2012.
Di lì a poco, una guerra civile avrebbe dilaniato il Paese, nel cuore più povero dell’Africa. Un cuore al centro esatto, geografico e simbolico, di un continente ricco di natura ma immiserito dallo sfruttamento coloniale e poi dallo sterminio per fame e per guerra. Come un virus letale il conflitto interno ha causato morte per tortura, stupri e altre inaudite violenze. Un male che, protratto nel tempo, avrebbe potuto cancellare ogni speranza per l’abolizione della pena di morte e legittimare reazioni punitive durissime. Invece, la storia ha preso un corso diverso, l’abolizione è stata acclamata dal Parlamento e ora la legge attende solo la promulgazione da parte del Presidente Faustin Archange Touadéra. Da questo Paese, secondo al mondo per povertà in base alle classifiche delle Nazioni Unite, emerge un senso di vitalità e di prosperità a cui dovremmo guardare con fiducia. È la prosperità e la vitalità che manifesta chi vuole essere parte della ricchezza costituita dai processi globali improntati allo sviluppo dei diritti umani universali e vuole definitivamente liberarsi dal retaggio di un passato di dolore.
È un bisogno che attraversa l’intero continente. Tant’è che l’abolizione nella Repubblica Centrafricana è giunta dopo pochi giorni da un’altra importante notizia. Il 24 maggio, il Presidente dello Zambia Hakainde Hichilema ha annunciato di voler abolire la pena di morte. È particolarmente significativo che lo abbia detto in occasione dell’Africa Freedom Day. “Questa giornata” – ha dichiarato Hichilema – è un simbolo del nostro impegno collettivo per garantire un futuro migliore per tutti.” Per l’occasione il Presidente ha graziato 2.045 prigionieri, di cui 2.012 detenuti ordinari e 33 detenuti anziani e ha commutato le sentenze di altri 607. Secondo Ambrose Lifuna, Ministro ad interim degli Affari Interni, il governo ha già iniziato a metter mano al sovraffollamento degli istituti penitenziari. Vale così, anche per lo Zambia del Presidente Hichilema, la teoria di fatti per la quale il suo annuncio abolizionista si aggiunge al costante rifiuto di firmare i decreti di esecuzione e alla consuetudine di commutazioni di massa dei suoi predecessori negli ultimi vent’anni. Il primo in ordine di tempo a inaugurare questo ciclo virtuoso è stato il Presidente Levy Mwanawasa a cui Nessuno tocchi Caino conferì nel 2004 il Premio l’Abolizionista dell’Anno. “Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli e finché sarò Presidente non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia!”, aveva detto il Presidente. Seguirono le sue orme i Presidenti Rupiah Banda, Michael Sata ed Edgar Lungu.
Guardando l’Africa, il senso d’ansia, depressione e povertà – non solo materiale – insito nella malattia insidiosa della giustizia retributiva, di cui sembriamo tutti affetti, lascia spazio alla calma, all’energia e alla ricchezza propria di chi sa interrompere il circolo vizioso per cui il male va combattuto con altro male. Insomma, un invito a riabilitare la grazia.

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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LA VICENDA DI NINO RIZZO, SBATTUTO IN CARCERE DAI ‘BUONI’ E SALVATO DAI ‘CATTIVI’
Antonio Coniglio su Il Riformista del 3 giugno 2022

Sul caffè, Eduardo De Filippo, scrisse un monologo. Capace di resuscitare finanche Lazzaro, di salvare una vita. Nino Rizzo da Catania, medico con la passione della scrittura, il caffè lo prendeva amaro. Non sappiamo se per un omaggio al gusto o per un ossequio deontologico alla glicemia. Lo assaporava amaro, il suo caffè, fino alla mattina in cui una gazzella dei carabinieri lo ha accompagnato in carcere, da presunto innocente, in custodia cautelare, ristretto con la matricola 60731. “Lo gradisce un caffè?”, chiosò un agente. Nino lo assaporò, anche se quel caffè, per la prima volta nella sua vita, era zuccherato. Lo gustò, in un momento di sopraffazione, quando l’esistenza ti sembra franare addosso, e basta poco per sentirti, foss’anche per un attimo, nuovamente uomo.
La giustizia, nel nostro Paese, soffoca, strozza, annichilisce il senso di umanità, a guisa di una rete fitta, all’interno della quale qualsiasi movimento aggrava il dolore e toglie la speranza. Nino Rizzo, in carcere, è rimasto 25 giorni. Ha conosciuto il “Niceto”, il “Simeto piano terra” e il “Simeto primo piano”. Non sono corsi d’acqua ma le sezioni della casa circondariale di Piazza Lanza a Catania. Un fiume di dolore e buoni sentimenti che racconta nel suo “25 giorni”: uno scritto che è omaggio ai suoi fratelli detenuti. Gli stessi – nella vulgata i cattivi – che gli hanno invece salvato la vita. Con quegli uomini, privati della libertà, ha condiviso ansie, speranze, delusioni, aneliti di futuro. Uno di loro gli ha cucinato un piatto da chef stellato Michelin; un altro, in una barberia organizzata alla buona, gli ha tagliato i capelli, riconsegnandogli perfino uno scampolo di giovinezza. C’è stato pure chi ha aperto il suo cuore, irretendolo nella
 sua struggente storia d’amore. Con loro, ha guardato anche “Le avventure di Pinocchio” di Comencini e ha festeggiato un compleanno in cella: un abbraccio, uno scambio di auguri autentico e anticonvenzionale che ti fa comprendere le vertigini interiori della vita. In uno di quei tanti giorni, nei quali la televisione è sempre accesa. Per non pensare, non misurare il tempo.
Il caffè, Nino, ha continuato a prenderlo zuccherato. Da quell’attimo in cui i compagni di cella “te lo offrono e non puoi non accettare”. Perché, in quella pozione magica, che inonda del suo aroma quattro mura, in quel fondo di un bicchiere di plastica, c’è tutta la solidarietà, la benignità, di un mondo che un sistema giustizia infermo e una opinione pubblica fuorviata concepisce come il terreno del male. Di “male” in quei venticinque giorni Rizzo ne ha conosciuto, ma è la “banalità del male” di uno Stato che, nel nome delle ragioni di Abele, diviene esso stesso Caino. È una questione che va oltre l’essere ristretti da colpevoli o da innocenti.
Che senso ha consegnarti, appena entrato, un cuscino di gomma piuma giallastro, ridurre la vita di un uomo a un “modulo 392”, una domandina per chiedere ciò che è scontato, frustrando la tua anima quotidianamente in una condizione di inferiorità? Che senso ha una illuminazione opprimente e inquietante, costringere l’essere umano nell’ angustia di qualche metro quadrato, cucinare laddove vai in bagno, limitare i contatti con i tuoi familiari? Che senso ha in fondo il carcere stesso, una struttura anacronistica, fuori dalla storia, che ti spezza il fiato? Nel quale ci si ammala e, per prendere sonno, non bastano calmanti e ansiolitici?
“25 giorni”, il libro di Rizzo, diventa allora una denuncia sociale. Quello che è “un colletto bianco”, un medico affermato della società catanese, comprende ciò che un tempo non poteva immaginare. Lui è un “detenuto per caso” e scrive un diario, a futura memoria, per quei ragazzi ristretti che “gli hanno voluto bene più di quello che lui ha potuto dimostrare loro”. Quelli che dispongono di una “buca” che non può superare i 20 chili al mese e la cui esistenza è soffocata dal “sopravvitto” e dagli “spesini”. Quelli che fanno “una partitella” per far passare un tempo che ti schiaccia come un macigno. Che attendono con ansia una lettera scritta a mano, a lume di candela, e tengono ancora una foto in bianco e nero per ricordarsi chi sono, per non consegnare la loro vita alla terribilità di un numero di matricola.
Nino Rizzo scrive per loro, per coloro che, quando è andato via, lo hanno applaudito. Per quel “caffè galeotto” che è il più buono di sempre. L’unico caffè amaro è quello dello Stato. Abbiamo creato un sistema – quello carcerario – che è un luogo concepito per infliggere strutturalmente dolore e sofferenza. Un grande lazzaretto, nel quale – privati di significativi contatti umani – si perdono i sensi umani fondamentali, si diventa muti, sordi, ciechi, si consumano le proprie esistenze, da sepolti vivi.
L’unico caffè amaro è quello dello Stato. Che, nel nome della giustizia del taglione, dimentica le ragioni dell’uomo.

TOTÒ CUFFARO ESCE DAL CARCERE, MA RESTA ANCORA PRIGIONIERO
Sergio D’Elia su Il Riformista del 3 giugno 2022

Voglio parlare di Totò Cuffaro, del giudicabile, impresentabile, irredimibile ex presidente della Regione Sicilia. Perfetto e perenne tipo d’autore, di lui non si dice che reato abbia fatto, contro di lui si continua a “fare giustizia”. Pagato il suo debito con la società, non si può presentare in società, perché un marchio di infamia con la scritta indelebile “non cambierai mai” rimane impresso sulla sua pelle. Ha scontato la sua pena fino all’ultimo giorno, ma per lui non vi può essere redenzione, il suo fine pena è mai.
È stato condannato a essere un reo per sempre, non come Caino a cui pure, in un altro senso dell’errare, è accaduto di attraversare terre desolate e da radice del male divenire padre fecondo di nuove discendenze e beato costruttore di città. La sua colpa? Quella di voler continuare a fare politica. In terra di mafia e con lo scudo crociato. Eppure, nella corsa elettorale al Comune di Palermo, Totò Cuffaro non concorre di persona. Il suo è un concorso esterno, non in un’associazione di stampo mafioso, reato che non esiste nei codici, che è di stampo giudiziario, che è stato inventato nei tribunali e per il quale Cuffaro non è mai stato condannato, ma in un’associazione politica denominata “democrazia cristiana”. Per questo, in questi giorni, è stato messo in croce, criminalizzato e processato sulla pubblica piazza perché “da fuori” ispira, dirige, condiziona i giochi della politica dei partiti e del potere mafioso sulla città.
In Italia, a partire almeno dagli anni 90, è avvenuto un capovolgimento totale di principi e regole dello stato di diritto, del giusto processo e della giusta detenzione, se giusta può essere mai definita la pratica barbara di chiudere in gabbia una persona. È accaduto che il tribunale sia ormai divenuto un carcere e il carcere un tribunale. Accade che ti fanno espiare una pena in attesa del giudizio e continuano a giudicarti anche durante l’espiazione della pena. In tribunale non entra il reato, il fatto di reato, entra l’uomo, il tipo d’autore. Viceversa, in carcere entra il reato, mentre l’uomo resta fuori; il reato, poi, è sempre ostativo e la pena infinita. Per Totò Cuffaro, il diritto è stato capovolto dalla parte del torto oltre ogni umana percezione dello spazio e del tempo. Il condannato rimane colpevole anche fuori dal luogo del delitto e del castigo, anche dopo la fine del processo e della pena.
Totò Cuffaro sta subendo un processo per un reato che non gli è mai stato contestato e sta scontando un ergastolo che non gli è stato mai comminato. Cuffaro ha onorato la sentenza che lo ha condannato, ha scontato la sua pena tutta d’un fiato, con dignità e senza tregua, senza un attimo di respiro, senza un giorno di ristoro, senza un atto di condono. Gli è stata negata persino la minima manifestazione di umana, cristiana pietà di una visita a casa della madre anziana e in gravi condizioni di salute. Il “fine pena mai” è terribile e inumano per chi è stato condannato all’ergastolo, è particolarmente odioso quando viene applicato vita natural durante anche a chi all’ergastolo non è mai stato condannato. Racconto la storia di Cuffaro perché è la storia di un detenuto noto che ci deve far riflettere sul destino di migliaia di “detenuti ignoti” che, una volta espiata la pena, sono costretti alla clandestinità dei rapporti sociali, sono indotti a vergognarsi di essere stati carcerati, sono marchiati a vita per il loro passato.
Hanno scontato per intero la loro pena? Anche se è stata lieve, su di loro continua a pesare il fatto di essere stati “carcerati”. Non hanno diritto a un reinserimento sociale pieno e incondizionato. Sono interdetti da diritti civili e politici fondamentali: di parola, di opinione, di associazione, di partecipazione alla vita sociale. Uscito dal luogo deputato per la pena alla fine del tempo stabilito dal giudizio, in realtà, Cuffaro dal carcere non è mai uscito e rimane sempre uno in attesa di giudizio: prigioniero è stato nel passato, prigioniero rimane nel presente, prigioniero sarà per il futuro. Per il solo fatto di essere stato processato, condannato, carcerato. Allora, se io devo scegliere di chi fidarmi, mi fido più di un condannato che non di un innocente. Perché del condannato so tutto, cosa ha fatto, cosa non ha fatto. Dell’innocente non so nulla. È, come si dice, “innocente fino a prova contraria”, anche fino alla prova del contrario di ciò che appare.
Del condannato, invece, sono certo: è un “colpevole fino a prova contraria”, che può essere la prova della sua innocenza, della sua estraneità al reato, ma anche, meglio, la prova della innocenza ritrovata, della sua diversità rispetto al tempo del reato.
Io ho conosciuto il condannato Cuffaro quando era detenuto a Rebibbia. Con Marco Pannella e Rita Bernardini lo andavamo trovare, lui e i suoi compagni di sventura, la notte di San Silvestro per augurare, allo scoccare della mezzanotte, un buon anno, diverso da quello appena passato. Il carcere è il luogo della pena, ma anche il momento della verità, della conoscenza della persona, della scoperta del suo essere autentico. Lì, nel luogo di privazione della libertà e del potere, ho conosciuto e stimato Cuffaro nella sua nuda identità, per la sua grande umanità e la sua infinita bontà. Quando era a Rebibbia, detenuto, colpevole, condannato. Credo di non averlo mai incontrato quando era libero, innocente e potente governatore di regione. Io mi fido di Totò Cuffaro perché è stato detenuto a Rebibbia e, oggi, lo difendo da chi lo considera ancora un detenuto. Lo difendo, innanzitutto, dai sepolcri imbiancati, da coloro che lo hanno conosciuto, frequentato e votato quando era innocente come un angelo e potente come un imperatore.
Mentre, oggi, caduto dall’alto dei cieli e finito all’inferno della condizione umana, lo condannano – senza processo e senza pena – all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, e gli negano finanche il diritto di parola, il diritto di associazione, il diritto di aggregazione e di partecipazione alla vita politica democratica. Io difendo l’umanità di Totò Cuffaro, i suoi diritti umani, civili e politici, e indico il suo vissuto come un esempio che plasticamente descrive e, nello stesso tempo, invoca il superamento della realtà, che fa letteralmente pena, di uno Stato anti-Diritto, anti-Costituzione, anti-Convenzione europea sui diritti umani. Chiunque l’abbia detto – Voltaire, Tolstoj o Dostoevskij – non basta più dire che la civiltà di un Paese si misura entrando nelle carceri. Occorre dire che la si misura uscendo dalle carceri, da un sistema di giustizia penale che pregiudica anche dopo il giudizio, che condanna oltre ogni punizione e imprigiona anche fuori dal muro di cinta del luogo di detenzione.

IRAN: OTTO UOMINI GIUSTIZIATI LO STESSO GIORNO NELLA PRIGIONE DI RAJAI SHAHR
Secondo informazioni ottenute da Iran Human Rights, otto uomini sono stati giustiziati nella prigione di Rajai Shahr la mattina del 25 maggio 2022.
Sei degli uomini sono stati identificati come Ramin Arab, Abbas Bitarafan, Gholamhossein Zeinali, Ali Nosrati, Vahid Mianabadi e Ali Montazeri.
Ramin Arab era stato condannato a morte con l'accusa di moharebeh (inimicizia contro Dio) per rapina a mano armata e gli altri sette uomini per omicidio.
Una fonte ha detto a Iran Human Rights: “Karim Bagheri, il noto giocatore di football, era in prigione e stava cercando di ottenere il perdono per Abbas Bitarafan dalla famiglia della vittima, ma loro si sono rifiutati. Karim Bagheri ha anche cercato di parlare con le altre famiglie e alla fine due delle dieci persone di cui era prevista l’esecuzione sono state riportate nelle loro celle”.
“Ramin Arab si era procurato da solo gravi lesioni prima dell'esecuzione ed è stato trasferito in ospedale. Lo hanno portato al patibolo dall'ospedale", ha aggiunto la fonte.
Il procuratore di Teheran Ali Salehi ha annunciato che un prigioniero con la sigla R.A è stato giustiziato. Sebbene non abbia specificato in quale carcere, sembrava si riferisse a Ramin Arab.
Al momento di scrivere, le esecuzioni degli altri sette prigionieri non sono state riportate dai media in Iran.
Karim Bagheri è considerato uno dei migliori giocatori iraniani di sempre. Ha smesso di giocare nel 2010, dopo 87 presenze in nazionale.
(Fonte: IHR)

OKLAHOMA (USA): SECONDO I REFERTI AUTOPTICI I DETENUTI RECENTEMENTE GIUSTIZIATI AVEVANO TUTTI LIQUIDO NEI POLMONI
Secondo i rapporti delle autopsie, i 4 uomini giustiziati in Oklahoma negli ultimi sette mesi avevano tutti un eccesso di liquido nei polmoni.
Il dottor Ross Miller ha notato un edema polmonare di moderata entità nell'autopsia di Gilbert Postelle, giustiziato il 17 febbraio.
I polmoni di Postelle pesavano 1.220 milligrammi, mentre mediamente il peso dei polmoni di un adulto è compreso tra 900 e 1.000 grammi.
Precedenti resoconti dei media hanno notato che anche le autopsie di John Grant, Bigler Stouffer e Donald Grant riportavano edemi polmonari.
Oklahoma Watch ha ottenuto il rapporto dell'autopsia di Postelle attraverso una richiesta di accesso agli atti.
L'edema polmonare, che è tipicamente causato da insufficienza cardiaca, è una condizione in cui il liquido si accumula nei polmoni e rende difficile respirare.
I sintomi variano da lievi a gravi e pericolosi per la vita.
Gli avvocati che rappresentano i detenuti nel braccio della morte dell'Oklahoma affermano che l'edema polmonare si sviluppa pochi minuti dopo la somministrazione del sedativo midazolam, il primo dei tre farmaci nel protocollo di iniezione letale dello stato. Sostengono che è probabile che il prigioniero rimanga cosciente e provi un forte dolore mentre il liquido si accumula nei polmoni.
Il dottor Mark Edgar, un patologo della Emory University, ha testimoniato a marzo durante un processo sulla costituzionalità del protocollo di iniezione letale dell'Oklahoma. Ha detto alla corte che c'è almeno l'85% di possibilità di edema polmonare nelle esecuzioni in cui viene somministrato il midazolam. Nella maggior parte dei casi esaminati dal dottor Edgar l'edema polmonare era 'grave', ed è quindi presumibile che quei detenuti abbiano provato 'un senso di morte imminente per asfissia, di annegamento, di terrore, tutte queste cose'", hanno scritto gli avvocati in un atto depositato all'inizio di questo mese.
Gli avvocati dello stato (la pubblica accusa) sostengono che il midazolam renda un detenuto ‘adeguatamente insensibile al dolore’. Notano anche che l'edema polmonare non produce sempre sintomi acuti ed è comune che venga riscontrato nelle autopsie per overdose di droga. "Anche se i detenuti erano consapevoli dell'edema polmonare riscontrato in seguito nelle loro autopsie, le prove sono ancora insufficienti per dimostrare che erano sicuramente o molto probabilmente in stato di forte sofferenza", hanno scritto i procuratori nella loro memoria.
Un verdetto del giudice federale Stephen Friot potrebbe arrivare in qualsiasi momento. La sua decisione avrà implicazioni immediate per la pena capitale in Oklahoma.
(Fonte: oklahomawatch.org, 25/05/2022)


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