IRAN: NESSUNO TOCCHI CAINO ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE DELL’OTTO OTTOBRE PROMOSSA DAL PARTITO RADICALE A SOSTEGNO DEL POPOLO IRANIANO E DELLE DONNE IRANIANE
Nessuno tocchi Caino news
Anno 22 - n. 37 - 08-10-2022
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : IRAN: NTC ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE
DELL’OTTO OTTOBRE PROMOSSA DAL PARTITO RADICALE A SOSTEGNO DEL POPOLO
IRANIANO E DELLE DONNE IRANIANE
2. NEWS FLASH: QUANTO COSTANO LE ARMI AGLI AMERICANI: OGNI ANNO IN FUMO 557 MILIARDI DI DOLLARI
3. NEWS FLASH: CESARE BATTISTI DIVENTA DETENUTO COMUNE, ECCO PERCHÉ NON È UNO SCANDALO
4. NEWS FLASH: TEXAS (USA): JOHN HENRY RAMIREZ, 38 ANNI, ISPANICO, È STATO GIUSTIZIATO
5. NEWS FLASH: ARABIA SAUDITA: DOMESTICA ETIOPE GIUSTIZIATA PER L’OMICIDIO DI UNA BAMBINA
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :
IRAN: NTC ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE DELL’OTTO OTTOBRE PROMOSSA DAL
PARTITO RADICALE A SOSTEGNO DEL POPOLO IRANIANO E DELLE DONNE IRANIANE
L’associazione Nessuno tocchi Caino aderisce alla manifestazione
promossa dal Partito Radicale sabato 8 ottobre alle ore 17 davanti
l’Ambasciata iraniana in via Nomentana 361 a Roma.
Saranno presenti Rita Bernardini, Presidente, Sergio D'Elia, Segretario
ed Elisabetta Zamparutti, Tesoriere, insieme ad iscritti e sostenitori
della Resistenza Iraniana.
“Saremo presenti a questa manifestazione – hanno detto i dirigenti di
Nessuno tocchi Caino – per sostenere gli iraniani che scendono in piazza
a manifestare contro il regime con le donne, tra i soggetti più
perseguitati dalla teocrazia dei Mullah, che emergono quali guida della
rivolta. Le vittime della repressione, salite ormai ad oltre 154 con
anche minorenni uccisi, secondo Iran Human Rights, ci impongono ancora
una volta di aprire gli occhi sulla natura misogina e mortifera del
regime dei mullah rispetto al quale ogni politica di accondiscendenza
deve cessare per lasciare spazio alla più rigorosa richiesta del
rispetto dei diritti umani e al sostegno di tutte quelle forze che
all’interno del Paese chiedono un cambio di regime e l’affermazione
dello Stato di Diritto quale unica garanzia di sicurezza duratura in
Iran, nella regione Medio Orientale e nel mondo”.
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QUANTO COSTANO LE ARMI AGLI AMERICANI: OGNI ANNO IN FUMO 557 MILIARDI DI DOLLARI
Sergio D’Elia su Il Riformista del 7 ottobre 2022
Radio radicale è un pozzo di conoscenza. Cercare nel suo archivio, ascoltare le sue rubriche e le sue dirette integrali, è come andare a scuola, un’alta scuola popolare di formazione politica e civile. Così l’ha pensata e fondata Marco Pannella.
L’ultima Rassegna di Geopolitica di Lorenzo Rendi ha dato un contributo straordinario al sapere quel che può accadere quando scopi giusti sono perseguiti con mezzi sbagliati. L’eterogenesi dei fini non è un mero incidente, è spesso un destino del nostro modo di agire. Le conseguenze e gli effetti secondari possono essere tali da modificare tragicamente gli scopi originari delle nostre azioni.
Lorenzo Rendi ha dato conto di uno studio di Everytown for Gun Safety Support Fund sui “costi economici della violenza armata negli Stati Uniti”.
Secondo questa grande organizzazione americana di prevenzione della violenza armata che unisce anche i sopravvissuti e le famiglie delle vittime, ogni anno, le armi da fuoco uccidono in media 40.000 persone, ne feriscono il doppio con una conseguenza economica per la nazione di 557 miliardi di dollari, pari al 2,6 per cento del prodotto interno lordo. Questo problema miliardario della violenza armata per le casse degli Stati e per i contribuenti americani include: i costi immediati che iniziano sulla scena di una sparatoria, come indagini di polizia e cure mediche; i costi successivi, come cure, assistenza sanitaria fisica e mentale a lungo termine, guadagni persi a causa di invalidità o morte e spese di giustizia penale; le stime dei costi della qualità della vita persa nel corso del tempo per il dolore e la sofferenza delle vittime e delle loro famiglie. L’analisi evidenzia che Stati con leggi severe sulla sicurezza delle armi hanno un costo annuale inferiore per la violenza ar
mata rispetto agli Stati con leggi permissive sulle armi.
La storia americana è iniziata con la Bibbia e il fucile. L’antico testo ha ispirato l’idea di giustizia: occhio per occhio. L’arma da fuoco ha ispirato l’idea di sicurezza: un cittadino, un’arma.
Le “armi legittime” dello Stato, pene di morte e pene fino alla morte, non hanno fatto diminuire i reati. Le armi costituzionali di prevenzione e tutela personale non hanno garantito la sicurezza. Anzi, prevenire è stato peggio che punire. La libera circolazione delle armi ha minato l’ordine, la sicurezza e la pace sociali negli Stati Uniti. La società “legge e ordine”, il potere politico nato dalla canna del fucile per neutralizzare i delitti di sangue, per tragico paradosso, ha conosciuto la realtà dell’omicidio come crimine praticato con frequenza maggiore rispetto al resto del mondo.
È sempre una questione di cattivi pensieri. Il pensiero maligno della giustizia biblica ha generato la realtà maligna della “striscia della Bibbia” che coincide con quella della pena di morte. L’ossessione della sicurezza ha alimentato quel complesso militare-industriale che il generale Ike Eisenhower, Presidente degli Stati Uniti, già nel 1961, denunciava come un pericolo mortale per l’umanità, e per la stessa America.
È la maledizione dei mezzi che prefigurano i fini. Sul viatico manicheo di pena capitale e di “legge e ordine” anche uno Stato democratico può generare Caini o diventare esso stesso Caino! È ora di cambiare paradigma, di adottare un modo di pensare, di sentire e di agire radicalmente nonviolento. Fare leva sulla forza della parola e del dialogo, della speranza e, innanzitutto, dell’amore che è il principio attivo della nonviolenza. Perché la vittoria decisiva non consiste nell’abbattere fisicamente o umiliare moralmente il nemico, ma nel con-vincere, vincere con, trasferire al potere assassino e all’ordine costituito sul delitto, la forza dello Stato di Diritto e l’amore per lo stato della vita.
Il paradigma meccanicistico secondo la quale “al male, si risponde con il male”, a ben vedere, non corrisponde alla realtà dell’universo e all’ordine naturale delle cose, il quale non tollera confini chiusi, separazioni; al contrario, ama le relazioni, le interdipendenze, l’armonia di una vita eraclitea nella quale «tutto scorre come un fiume e non ci si bagna mai nella stessa acqua».
Quale spreco di energia nell’essere “diabolici”, nel separare, nel porre in mezzo ostacoli! Ascoltiamo la voce di fondo dell’universo, assecondiamo il principio d’ordine da cui tutto origina e a cui tutto tende. È un ordine “religioso”, che unisce, tiene insieme cose e vite diverse. Parlare al male con il linguaggio del bene, all’odio con il linguaggio dell’amore, alla forza bruta della violenza con la forza gentile della nonviolenza. Questo vuol dire “Nessuno tocchi Caino”! E non riguarda solo la pena di morte, la pena fino alla morte o la morte per pena. La missione è politica, ecologica, universale. Riguarda la vita del diritto e il diritto alla vita. Vuol dire vivere nel modo e nel senso in cui vuoi vadano le cose. Essere speranza contro ogni speranza.
CESARE BATTISTI DIVENTA DETENUTO COMUNE, ECCO PERCHÉ NON È UNO SCANDALO
Maria Brucale* su Il Riformista del 7 ottobre 2022
È giusto che una persona che ha commesso un crimine terribile ormai quarant’anni fa venga punita oggi? È costituzionalmente orientata una sanzione che interviene quando Il tempo ha reso l’artefice del delitto una persona nuova, risanata, inserita nel contesto sociale?
La punizione, la necessità di infliggere una sofferenza che sia monito ed emenda, l’esigenza di restituire il male arrecato, spinte umanamente comprensibili, rispondono esclusivamente a una pulsione remunerativa, restitutiva, in ultima analisi, di vendetta sociale. Ma ha senso una pena che non tende a rieducare, a reinserire ma che interrompe un percorso, una vita di relazione ordinata e produttiva? È legittimo commisurare la privazione della libertà al nostro bisogno che chi ha arrecato ferite alla società sia privato della libertà, conosca il dolore e la sofferenza? Il concetto di Giustizia riflette quello della mitezza, della grazia, dell’umanità, dell’utilità sociale. È l’imperativo costituzionale di ogni pena che ne disegna la finalità ultima del restituire e apre le porte all’oblio.
Battisti è in carcere dal 2019 per reati commessi quarant’anni prima, terribili, certo. Ma come si fa a legittimare la compressione della libertà individuale che interviene su una persona ormai anziana che ha vissuto un tempo così lungo senza mai più incorrere nel delitto?
I primi anni della sua carcerazione sono trascorsi in un indebito isolamento in sezioni di alta sicurezza. È giunta in questi giorni finalmente la notizia della declassificazione in un regime detentivo ordinario. Un provvedimento che interrompe una situazione di illegalità.
I reati ascritti a Battisti, in astratto inalveabili nell’art. 4 bis o.p., non possono determinare le compressioni di diritti stabilite da tale norma che è stata introdotta soltanto nel 1991, oltre dieci anni dopo la commissione dei reati per cui è stato condannato. La legge non dispone che per l’avvenire, non ha effetto retroattivo; nessuno può essere punito se non in virtù di una legge entrata in vigore prima della commissione del reato. Sono principi costituzionali posti a cardine del diritto penale liberale che salvaguardano chi commetta un crimine da una punizione imprevedibile e, perciò stesso, ingiusta.
L’art. 4 bis è una previsione che determina gravi compressioni dei diritti soggettivi della persona e un regime carcerario oltremodo privativo disegnando preclusioni difficilmente superabili all’accesso alle misure alternative al carcere. Deve essere, pertanto, iscritta nel diritto penale sostanziale poiché incide non solo sulla qualità dell’esecuzione della pena ma sulla sua stessa natura. Per quasi trent’anni questo concetto, nella sua vistosa semplicità, non è riuscito ad imporsi. Le indebite restrizioni attingevano, infatti, autori di delitti (associazioni mafiose, terroristiche, finalizzate al commercio di sostanza stupefacente) che per la loro intrinseca gravità lasciavano vincere, con buona pace di tutti o quasi, le spinte della punizione ad ogni costo, anche quando ingiusta, anche quando illegale. Il dissennato ampliamento dell’art. 4 bis a reati, quali quelli contro la pubblica amministrazione, che nulla avevano a che vedere con le esigenze emergenziali che a
vevano indotto il legislatore dei primi anni ‘90 a prevedere fattispecie derogatorie, ha prodotto, quale effetto certamente non voluto, una serie di pronunce di illegittimità costituzionale, a partire dalla n. 32 del 2020.
La Consulta ha chiarito che il principio sancito dall’articolo 25 della Costituzione, secondo cui nessuno può essere punito con una pena non prevista al momento del fatto o con una pena più grave di quella allora prevista, individua “uno dei limiti al legittimo esercizio del potere politico, che stanno al cuore stesso del concetto di Stato di diritto”. La normativa sopravvenuta non può, dunque, trovare applicazione "allorché non comporti mere modifiche delle modalità esecutive della pena prevista dalla legge al momento del reato, bensì una trasformazione della natura della pena e della sua concreta incidenza sulla libertà personale del condannato”.
Il potere dell’amministrazione penitenziaria di stabilire speciali restrizioni può essere esercitato solo in presenza di motivate, specifiche e attuali ragioni di pericolo per la sicurezza sociale che oggi, a quarant’anni dai fatti criminosi in esecuzione, risulta del tutto inesistente. Illegittimo, dunque, infliggere a Battisti una carcerazione oltremodo restrittiva che scaturisce dal tipo di reato o dal tipo di autore secondo una disciplina normativa nata dopo le condotte criminose in espiazione. La sua collocazione in un circuito detentivo ordinario è solo un piccolissimo passo verso la legalità nelle carceri, principio guida di tutta la vita pubblica di Marco Pannella e che anima le azioni politiche di lotta nonviolenta di Rita Bernardini. Dovremmo gioirne.
* Avvocato, Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino
TEXAS (USA): JOHN HENRY RAMIREZ, 38 ANNI, ISPANICO, È STATO GIUSTIZIATO
John Henry Ramirez, 38 anni, ispanico, è stato giustiziato la sera del 5 ottobre 2022 da un'iniezione letale nel penitenziario di Huntsville, in Texas.
Era stato condannato a morte nel 2008 per aver rapinato e ucciso, il 19 luglio 2004, assieme a due complici donne, Pablo Castro, 45 anni, commesso di un minimarket. All’epoca Ramirez e le sue complici erano tossicodipendenti, e la rapina aveva fruttato solo 1 dollaro e 25 centesimi.
L’esecuzione di Ramirez in origine era fissata per l’8 settembre 2021, ma venne sospesa (come altre in quel periodo in diversi stati) per una questione “religiosa”. Nel periodo di covid alcune amministrazioni penitenziarie, nel tentativo di snellire le procedure di esecuzione e aggirare le limitazioni della pandemia, avevano limitato il numero di persone che avevano accesso alla camera della morte, tra cui i “consiglieri spirituali”. Ramirez chiedeva che il suo pastore protestante (battista), Dana Moore, fosse fisicamente accanto a lui durante l’iniezione letale, potesse toccarlo, e potesse pregare con lui a voce alta. L’esecuzione del 2021 venne sospesa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, e la stessa Corte Suprema il 24 marzo 2022, con la sentenza “Ramirez v. Collier”, votata 8-1, ha riconosciuto che le richieste dovessero essere accolte ai sensi delle libertà religiose, e l’esecuzione è stata rimessa in calendario.
Come è noto, da alcuni anni in Texas il detenuto se vuole fare un’ultima dichiarazione non può più farla “a voce” davanti al pubblico dell’esecuzione, ma la fa a tende ancora chiuse a un funzionario della prigione che la metterà per iscritto e la leggerà a morte avvenuta. Nel caso di Ramirez il Texas Department of Criminal Justice ha reso noto questo testo: "Voglio solo dire alla famiglia di Pablo Castro, apprezzo tutto ciò che avete fatto per cercare di comunicare con me attraverso il programma di Difesa della Vittima (Victim’s Advocacy program). Ho provato a rispondere, ma non c'è nulla che avrei potuto dire o fare che vi avrebbe aiutato.
“Ho rimpianto e rimorso, questo è un atto così atroce. Spero che questo vi sia di conforto, se questo vi aiuta allora sono felice. Spero che in qualche modo questo vi aiuti a trovare una chiusura.
“A mia moglie, ai miei amici, a mio figlio, alla cavalletta, a Dana e ai miei amici, vi amo tutti. Sappiate solo che ho combattuto una buona battaglia, e ora sono pronto ad andare. Sono pronto, Direttore.»
È stato dichiarato morto alle 18:41 ora locale (24:41 GMT), 14 minuti dopo l'inizio dell'iniezione di pentobarbital.
Dopo l'esecuzione, il figlio di Pablo Castro, Aaron Castro, ha rilasciato una dichiarazione che, tra le altre cose, diceva: "Alla fine, per tutti noi, Dio è l'unico giudice, giuria e verdetto. Chi siamo noi per tenere nella mente odio, rabbia e vendetta?”
Ramirez diventa il 3° detenuto messo a morte quest'anno in Texas e il 576° in assoluto da quando lo stato ha ripreso le esecuzioni il 7 dicembre 1982.
Ramirez diventa l’11° detenuto messo a morte quest'anno negli Stati Uniti e il 1.551° in totale da quando la nazione ha reintrodotto la pena di morte nel 1976 e ripreso le esecuzioni il 17 gennaio 1977.
(Fonte: CNN, 05/10/2022)
ARABIA SAUDITA: DOMESTICA ETIOPE GIUSTIZIATA PER L’OMICIDIO DI UNA BAMBINA
Le autorità dell'Arabia Saudita il 2 ottobre 2022 hanno giustiziato una domestica di origine africana riconosciuta colpevole dell'omicidio di una bambina saudita.
Il Ministero dell'Interno saudita ha rilasciato una dichiarazione in cui precisa che la condanna a morte è stata eseguita nella regione di Riyadh.
La cameriera etiope avrebbe ucciso Nawal Al Bishi, di 12 anni, accoltellandola più volte mentre dormiva.
Dopo l’omicidio, la donna era stata arrestata in quanto sospettata, le indagini avevano poi portato alla sua condanna capitale.
(Fonti: Gulftoday, 02/10/2022)

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