Nessuno tocchi Caino - DI LASCIA, TORTORA E PANNELLA, ‘COMPRESENTI’ NELL’ISPIRAZIONE E NELL’AZIONE DI NESSUNO TOCCHI CAINO
Nessuno tocchi Caino news
Anno 24 - n. 19 - 11-05-2024
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : DI LASCIA, TORTORA E PANNELLA,
‘COMPRESENTI’ NELL’ISPIRAZIONE E NELL’AZIONE DI NESSUNO TOCCHI CAINO
2. NEWS FLASH: IL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO EQUIVALE AL DISASTRO DELLO SPACE SHUTTLE CHALLENGER
3. NEWS FLASH: IRAQ: ALTRE 11 IMPICCAGIONI PER TERRORISMO
4. NEWS FLASH: ARABIA SAUDITA: CONFERMATE DUE CONDANNE A MORTE DI MINORENNI
5. NEWS FLASH: IRAN: IL REGISTA MOHAMMAD RASOULOF CONDANNATO A OTTO ANNI DI CARCERE E ALLA FUSTIGAZIONE
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : DONA IL 5X1000 A NESSUNO TOCCHI CAINO
DI LASCIA, TORTORA E PANNELLA, ‘COMPRESENTI’ NELL’ISPIRAZIONE E NELL’AZIONE DI NESSUNO TOCCHI CAINO
Mariateresa Di Lascia se n’è andata il 10 settembre del 1994. Marco
Pannella ci ha lasciati il 19 maggio del 2016. Enzo Tortora è venuto a
mancare il 18 maggio 1988. Il 17 maggio, li ricorderemo nel Carcere di
Opera a Milano, insieme ai detenuti e ai “detenenti”, nel teatro
dedicato a Marco Pannella in un evento dal titolo “Compresenza”.
Enzo Musolino
Ricorre l’ottavo anno dalla morte di Marco Pannella, vivo nel cuore nei
credenti in “Altro” dal Potere, il trentennale dall’assenza “produttiva
di valore” di Mariateresa Di Lascia e il trentaseiesimo anno “senza”
Enzo Tortora, vittima di un sistema di giustizia medievale.
Aldo Capitini diceva che i morti non ritorneranno perché non sono mai
andati via, sono nel ‘colloquio corale’ che è lo Spirito vivo della
nostra storia. Pannella, Di Lascia e Tortora sono qui, compresenti
nell’ispirazione e nell’azione di “Nessuno tocchi Caino- Spes contra
Spem”.
Non se ne sono andati via neppure i 34 suicidi in carcere dall’inizio
dell’anno. Il loro estremo gesto non li condanna all’oblio perché incide
nelle coscienze di chi non ha smarrito la strada dello Stato di
Diritto, le provoca alla prassi creativa, alla azione nonviolenta – e
quindi davvero rivoluzionaria – che prepara la strada non solo per un
diritto penale migliore e più umano ma anche e soprattutto per qualcosa
di meglio del diritto penale (cit. Aldo Moro) che affronti la violenza
nella Società. “Occhio per occhio” non ha mai funzionato e la vendetta
moltiplica i cicli di morte senza restituire la vita ad alcuno.
L’uomo è più del “fatto”, più della vitalità perduta o lasciata andare
per troppo dolore, per troppa cattiveria. “Nessuno tocchi Caino!” intima
il Dio biblico non per giustificarne le colpe – quello spetterà alla
fede nel Figlio – ma per sottrarre al fratello che si crede nella
ragione – e nel Potere – la Giustizia sommaria contro il
fratello/criminale, per soffocare il flusso degli orrori, della
violenza, anche di quella organizzata, di Stato.
E non è violenza lasciare in vigore leggi criminogene come quelle
italiane sulla droga e sull’immigrazione? Non è violenza l’ideologia di
partito? Non è violenza lo stigma contro il malato/tossico o contro il
disperato in fuga dalla fame cui è stato consegnato, all’ultimo miglio
di mare, un timone alla deriva?
Non è violenza l’esorbitante numero di detenuti in attesa di giudizio? E
il sovraffollamento? E le cure mediche negate? E l’epatite C in
carcere?
E muoiono suicidi pure i funzionari della Polizia Penitenziaria – cinque
dall’inizio dell’anno – a riprova che l’afflizione per pena detentiva
non è meno terribile della pena di morte, anzi è più subdola, più grave,
più terribile, colpisce carcerati e carcerieri: uno stillicidio che
annulla senza Speranza, senza reinserimento, senza scuola, senza
formazione, senza lavoro, senza futuro. È l’Istituzione galera che sta
crollando sui suoi protagonisti involontari! Donne e uomini inchiodati
al “fatto”, cristallizzati alla condanna, alla “certezza” di una
sofferenza che non serve a nulla, che non rimedia, che non ripara il
torto, che non aggiunge vita e sviluppo dove c’è solo morte, dove
regnano solo le sbarre.
Molti chiedono di Abele. Ed eccolo nei volti di Mariateresa, di Enzo e
di Marco, di chi non cede al sangue che chiede sangue; eccolo
“compresente” nella passione di un impegno d’amore politico che ha fatto
della Nonviolenza – e del Diritto – la cifra dell’azione rivoluzionaria
più produttiva di sempre: la breccia di luce, il riaffiorare carsico di
una “verità debole, umanissima” che, rinunciando alla morte come
destino e soluzione, scopre il proprio volto in quello del “nemico”, che
afferma la fratellanza comune, il sempre possibile cammino di
miglioramento nella direzione di ciò che vale, di ciò che serve, di ciò
che salva, di ciò che è bene.
Aldo Capitini diceva: chissà cosa avrei fatto io al tuo posto, magari
cose più terribili! Aprendo così la sua politica transpartitica,
liberalsocialista, omnicratica, a un Tu non più “diverso”, lontano,
incomprensibile, a un Tu-Tutti che è vicinanza intima, comunione,
pluralismo e condivisione. E anche le opere di misericordia di cui ci
parla Cristo riguardano i carcerati, quelle “visite” che, se non sono
“passerella”, non possono davvero dimenticare le gabbie dei subumani,
dei reietti, le trappole per esseri inferiori che sembrano non
coinvolgerci, non appartenerci ... almeno fino a prova contraria, fino
al prossimo “errore giudiziario”.
Sono (siamo) i tanti crocifissi della Storia pronti a essere triturati
per la realizzazione di fini più alti, strumenti di una dialettica
spersonalizzante, pronta a negare significato al Singolo, all’errore,
all’intoppo, al numero, all’innocente o al “colpevole” suicida, pur di
giustificare un meccanismo, un movimento, la “sintesi” potente di un
procedere interiorizzato come necessario. Contro questa dialettica Aldo
Capitini opponeva la prassi dell’aggiunta, del valore di ogni contributo
in un ordito più vasto, aperto, diretto a una Realtà Liberata financo
dalla morte ... la realtà di Marco, di Enzo e di Mariateresa.
------------------------------
NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH
IL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO EQUIVALE AL DISASTRO DELLO SPACE SHUTTLE CHALLENGER
Fabio Falbo*
Questo doloroso e umiliante articolo è conoscenza, servirà a far capire come le morti e i suicidi in carcere sono una strage di Stato, lo stesso che sa quello che succede e non interviene; forse pensa che non ha alcuna responsabilità in merito. La realtà ci dice che la Costituzione dietro le sbarre è maltrattata, ingannata e non rispettata. Il professor Giuliano Amato in occasione del “Viaggio in Italia della Corte costituzionale nelle carceri” del 4 ottobre 2018 affermava: “Non si deve morire in carcere perché non ci sono state cure adeguate; ma perbacco questo è inammissibile; ci battiamo perché non accada in Africa e l’Africa ce l’abbiamo nelle nostre carceri; questo non è ammissibile, non può succedere”.
Vogliono far credere che il sistema carcere per alcuni versi è stato trasformato in una clinica medica universitaria o in un ospizio o in un centro di salute mentale o finanche in una comunità terapeutica, ma tutti sappiamo che il carcere non cura e non è in grado di guarire un semplice raffreddore o un’allergia. Sono tanti i nomi delle persone con dei mali incurabili che non ricevono cure adeguate alle patologie. Queste persone allo stato di fatto moriranno qui, in carcere.
Oreste Squillaci è un ultrasettantenne affetto da una aggressiva patologia neoplastica che imporrebbe una terapia altrettanto aggressiva, che si è interrotta per il suo recente rientro in carcere. Franco Gizzi ha un’incompatibilità con il regime carcerario eppure è qui in carcere a perire nel silenzio assordante di chi deve tutelare la vita umana. Francesco Venezia è gravemente infermo, cardiopatico, ha rischiato la vita per sottoporsi a un semplice intervento chirurgico odontoiatrico. Federico De Cupis è affetto da tre tumori e ha bisogno di cure urgenti, ma ad oggi è qui nel reparto senza alcuna cura adeguata. Le patologie di Stefano Monteferri sono molteplici. Il quadro clinico complessivo di Roberto Canulli è gravemente compromesso, anche dallo stato avanzato della sua età.
Sono tanti gli altri casi che meritano ascolto, attenzione. Ho già scritto su questa pagina dei “nonnetti” in carcere, ma da allora non si è fatto niente; anzi, ho assistito al rigetto della richiesta di differimento pena e della grazia per Antonio Russo, un uomo di 86 anni. Che senso ha l’esecuzione di una pena su persone quasi novantenni? questo sistema collettivo di responsabilità lo si trova nelle tante certificazioni mediche dell’area sanitaria che il più delle volte indicano le “condizioni generali mediocri” senza tener conto che sono relative alla sola sopravvivenza, senza pronunciarsi in merito al riacquisto della salute.
Paragono il sistema carcerario italiano al disastro dello Space Shuttle Challenger perché tutti sono a conoscenza dei suicidi, delle morti, di tutti gli ultrasettantenni in carcere e nessuno interviene. Nel disastro dello Shuttle il Premio Nobel per la fisica Richard Feynman indicava quella cosiddetta “cecità organizzativa”, intendendo con questa una situazione in cui un fatto ritenuto certo dai singoli componenti di un’organizzazione non viene considerato a livello collettivo. Nel caso di specie, Feynman, che è un fisico e non un ingegnere del settore, rivelò che tutti i tecnici erano di fatto consapevoli dell’estremo rischio di autorizzare il lancio in quelle condizioni, ma da una parte autoconvincendosi che il rischio non era nel proprio perimetro di responsabilità, dall’altra confidando erroneamente che i livelli superiori disponessero di informazioni a loro non note e fossero in grado di assumere decisioni corrette.
In sintesi, lo scaricabarile e l’eccessiva fiducia nell’autorità superiore spesso sono la ricetta più sicura per il disastro. La mia formazione ha ben impresso il contenuto dell’articolo 40 coma 2 del codice penale; forse a qualcuno è meglio ricordarlo, anche
perché le persone detenute sono sotto le responsabilità dello Stato e quindi “non impedire un evento che sia ha l’obbligo giuridico d’impedire equivale a cagionarlo”. La perdita di una vita umana in carcere è un fatto che più delle volte ha delle responsabilità collettive. Chiudo con questa frase di Richard Feynman: “Non so che cosa non va nella gente; non imparano usando l’intelligenza, imparano in altri modi, meccanicamente o giù di lì. Il loro sapere è così fragile!”
* detenuto nel carcere di Rebibbia
IRAQ: ALTRE 11 IMPICCAGIONI PER TERRORISMO
Le autorità irachene il 6 maggio 2024 hanno giustiziato mediante impiccagione 11 persone condannate per “terrorismo”, hanno riferito all'AFP fonti sanitarie e della sicurezza, il secondo gruppo di persone messo a morte con questa accusa dalla fine di aprile.
Un funzionario della sicurezza ha confermato, a condizione di anonimato, che le esecuzioni hanno avuto luogo nella prigione di Al-Hut, nella città meridionale di Nassiriyah, nella provincia di Dhi Qar, dove il mese scorso sono state giustiziate altre 11 persone riconosciute colpevoli di "terrorismo".
Secondo la legge irachena, i reati di terrorismo e omicidio sono punibili con la morte e i decreti di esecuzione devono essere firmati dal Presidente.
L’esecuzione, avvenuta il 22 aprile, di 11 persone condannate per “terrorismo” ha suscitato preoccupazione tra i gruppi per i diritti umani, con Amnesty International che ha condannato una “allarmante mancanza di trasparenza”.
Al-Hut è una famigerata prigione a Nassiriya il cui nome arabo significa "la balena", poiché gli iracheni credono che coloro che sono rinchiusi lì non ne usciranno mai più vivi.
Il funzionario della sicurezza ha affermato che gli 11 giustiziati il 6 aprile erano stati condannati ai sensi dell’articolo 4 della legge antiterrorismo irachena.
Un responsabile sanitario di Dhi Qar ha detto che il suo dipartimento ha ricevuto 11 corpi di uomini da consegnare ai parenti più prossimi, e che tutti erano cittadini iracheni.
Il funzionario della sicurezza e quello sanitario non sono stati tuttavia in grado di chiarire con quali accuse specifiche siano stati giustiziati gli 11 detenuti.
Inoltre, non è chiaro se siano stati condannati sulla base della loro affiliazione all’Isis o ad Al-Qaeda.
Negli ultimi anni i tribunali iracheni hanno emesso centinaia di condanne a morte e all'ergastolo nei confronti di persone giudicate colpevoli di appartenenza a un "gruppo terroristico", un reato che comporta la pena di morte indipendentemente dal ruolo di combattente o meno dell’imputato.
(Fonte: AFP, 06/05/2024)
ARABIA SAUDITA: CONFERMATE DUE CONDANNE A MORTE DI MINORENNI
La Corte d’appello dell’Arabia Saudita nell’aprile 2024 ha approvato le condanne a morte di due sauditi per “reati” legati a delle proteste, presumibilmente commessi quando erano minorenni.
Lo hanno reso noto Human Rights Watch e altre 26 organizzazioni il 29 aprile 2024, in una dichiarazione congiunta.
La Corte d'appello specializzata ha confermato le condanne a morte di Yousif al-Manasif e Ali al-Mabyook, per presunti crimini commessi quando avevano tra i 14 e i 17 anni e ha deferito i casi alla Corte Suprema per l'approvazione finale.
Al-Manasif e al-Mabyook, entrambi originari della Provincia Orientale, dove vive la maggior parte della minoranza sciita del Paese, sono stati arrestati tra aprile 2017 e gennaio 2018 e sono comparsi davanti a un tribunale nel 2019.
“L’Arabia Saudita sta investendo miliardi di dollari in grandi eventi di intrattenimento ed eventi sportivi per distrarre dalla sua repressione sui diritti, mentre le persone accusate di crimini da minori rimangono nel braccio della morte”, ha affermato Joey Shea, ricercatore sull’Arabia Saudita presso Human Rights Watch.
“L’Arabia Saudita dovrebbe annullare la decisione di giustiziare al-Manasif e al-Mabyook e iniziare a mantenere la sua promessa di porre fine alla pena di morte sui minori”.
Le accuse per le quali i giovani sono stati condannati erano quasi interamente basate sulle loro confessioni.
Human Rights Watch ha documentato estesi abusi nel sistema di giustizia penale dell’Arabia Saudita, comprese confessioni forzate ai danni di minori successivamente condannati a morte, che rendono altamente improbabile che al-Manasif e al-Mabyook abbiano ricevuto un giusto processo.
Almeno cinque persone condannate a morte da minorenni rischiano da un momento all'altro di essere giustiziate nel Paese.
(Fonte: HRW, 29/04/2024)
IRAN: IL REGISTA MOHAMMAD RASOULOF CONDANNATO A OTTO ANNI DI CARCERE E ALLA FUSTIGAZIONE
Il regista iraniano Mohammad Rasoulof è stato condannato a otto anni di carcere, alla fustigazione, a una multa e alla confisca dei beni, come ha confermato il suo avvocato.
Scrivendo su X l’8 maggio, Babak Paknia, un avvocato per i diritti umani che rappresenta Rasoulof, ha dichiarato che la sentenza è stata confermata da una corte d'appello e il caso è stato ora inviato per l'esecuzione.
Ha proseguito affermando che le ragioni principali della condanna sono le dichiarazioni pubbliche di Rasoulof e il suo continuo coinvolgimento nella realizzazione di film e documentari, che il tribunale ha descritto come “esempi di collusione con l'intenzione di commettere un crimine contro la sicurezza del Paese”.
Rasoulof, 52 anni, è uno dei principali registi iraniani, il cui ultimo film, The Seed of the Sacred Fig, sarà presentato in anteprima al Festival di Cannes la prossima settimana.
Da quando è stata annunciata la sua inclusione il mese scorso, il regista e il festival hanno subito notevoli pressioni da parte delle autorità iraniane per ritirare il film dalla competizione.
I produttori del film hanno riferito di aver subito molestie da parte della polizia di Stato, come Paknia ha riferito in precedenza su X, e gli attori sono stati convocati per essere interrogati e gli è stato vietato di lasciare il Paese.
Paknia ha confermato gli ultimi sviluppi in una e-mail, aggiungendo: “È accusato di aver realizzato il film senza aver ottenuto l’autorizzazione dalle autorità competenti, di aver fatto indossare alle attrici l'hijab in maniera non corretta, e di averle riprese senza hijab. A tutti i membri chiave del film è stato vietato di lasciare il Paese e sono stati indagati dalle forze di sicurezza del Ministero dell'Intelligence”.
La sentenza dell’8 maggio è la più severa finora inflitta al regista. Nel 2010 è stato condannato a sei anni di carcere, poi ridotti a un anno, dopo l'accusa di aver girato senza il permesso corretto. Nel 2017 gli è stato confiscato il passaporto, e gli è stato vietato di lasciare l’Iran.
Due anni dopo, il tribunale rivoluzionario islamico lo ha condannato a una pena detentiva di un anno e al divieto di lasciare il Paese per due anni e di partecipare ad attività sociali o politiche. Questo provvedimento è stato motivato dal suo film del 2017, A Man of Integrity, un dramma sulla corruzione endemica in Iran, che ha vinto la sezione Un Certain Regard a Cannes.
Nel 2020 è stato condannato a un altro anno di carcere e al divieto di girare film per due anni per “propaganda contro il sistema”, il che significa che non ha potuto partecipare al Festival di Berlino nel febbraio 2020, dove il suo film There Is No Evil - un dramma sulla pena di morte in Iran - ha vinto il primo premio, l'Orso d'oro.
Un'altra incarcerazione è seguita nel luglio 2022, dopo che Rasoulof ha pubblicato un appello in cui esortava le forze di sicurezza iraniane a smettere di usare le armi durante le proteste provocate dal crollo di un edificio nella città sud-occidentale di Abadan.
Nel febbraio successivo è stato rilasciato per motivi di salute, ma gli è stato impedito di partecipare al Festival di Cannes, dove avrebbe dovuto far parte della giuria di Un Certain Regard.
I film di Rasoulof si affiancano a quelli dei connazionali Abbas Kiarostami, Asghar Farhadi e Jafar Panahi nell'apprezzamento della critica al di fuori dell'Iran.
Di questi, Panahi è stato in passato il più costantemente perseguitato dallo Stato iraniano, oggetto di numerose incarcerazioni e arresti domiciliari.
L'ultima incarcerazione di Panahi, avvenuta nel luglio 2022, si è conclusa nel febbraio 2023 dopo uno sciopero della fame. Poco dopo ha lasciato l'Iran per la prima volta dopo 14 anni.
(Fonte: The Guardian)
------------------------------
I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA
5x1000 A NESSUNO TOCCHI CAINO
Firma nel riquadro “Sostegno degli enti del terzo settore iscritti nel RUNTS di cui all’art. 46, c. 1, del d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117, comprese le cooperative sociali ed escluse le imprese sociali costituite in forma di società, nonché sostegno delle Onlus iscritte all’anagrafe”.
E riporta il codice fiscale di Nessuno tocchi Caino 96267720587
Commenti
Posta un commento