NESSUNO TOCCHI CAINO - IRAN, VENEZUELA E NON SOLO. QUALCOSA DI MEGLIO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM |
Associazione Radicale Nonviolenta |
Anno 26 - n. 3 - 31-01-2026 |
| LA STORIA DELLA SETTIMANA IRAN, VENEZUELA E NON SOLO. QUALCOSA DI MEGLIO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE NEWS FLASH 1. UN’ASSEMBLEA PUBBLICA SULLA EMERGENZA CARCERARIA, OCCASIONE DI ASCOLTO DELLE VOCI DEGLI OPERATORI 2. IRAN - RAPPORTO HRANA SUL 33° GIORNO DI PROTESTE: 6.479 MORTI CONFERMATI, 17.091 IN FASE DI ACCERTAMENTO 3. CINA: GIUSTIZIATE 11 PERSONE LEGATE A CENTRI PER TRUFFE IN MYANMAR 4. TAIWAN: CONDANNA A MORTE RIDOTTA IN ERGASTOLO I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA MILANO: 2 FEBBRAIO PRESENTAZIONE DEL LIBRO ‘L’EMERGENZA NEGATA - IL COLLASSO DELLE CARCERI ITALIANE’ IRAN, VENEZUELA E NON SOLO. QUALCOSA DI MEGLIO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE Sergio D’Elia - Roberto Rampi Il nuovo anno è iniziato con un blitz che ha portato nelle prigioni americane il Presidente in carica (pur non riconosciuto) di un Paese sovrano, nel quale forze straniere hanno ucciso almeno una trentina di persone, forse di più. Non si può valutare un atto del genere sulla base della simpatia o dell’antipatia politica per chi è stato arrestato. Ma non basta nemmeno richiamarsi al diritto internazionale vigente, se è evidente che, nella migliore delle ipotesi, esso esiste solo sulla carta. Il blocco dei veti incrociati al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rende inefficace ogni azione di contrasto alle violazioni dei diritti umani, e la Corte penale internazionale non opera nella maggior parte dei Paesi perché non è riconosciuta. La crisi dello Stato nazionale si misura tutta qui. Lo Stato nasce per difendere i suoi cittadini e, nel momento in cui ne diventa il carnefice, non ha ragione di esistere. Non possiamo rifugiarci in un burocratico e pilatesco principio di non ingerenza, accettando che ciò che avviene entro i confini di uno Stato sia sottratto a qualsiasi controllo esterno. Ma non può neppure prevalere la legge del più forte, dove qualcuno si auto-nomina sceriffo del mondo e arresta o elimina fisicamente chi ritiene responsabile di violazioni dei diritti umani, magari per ragioni indicibili legate a meri interessi economici e di potenza. Una prospettiva nonviolenta e transnazionale esige qualcosa di meglio. Una corte riconosciuta dalla grande maggioranza degli Stati potrebbe avere una giurisdizione universale? E potrebbe disporre di una forza di interposizione autorizzata a intervenire per fermare le uccisioni di massa? Si può porre un limite alla sovranità nazionale e far coincidere questo limite con la garanzia di tutela della popolazione? Un approccio nonviolento e transnazionale aprirebbe certamente scenari nuovi: per Gaza, per l’Ucraina e soprattutto per l’Iran, dove le stragi di civili di questi giorni sono il proseguimento di una violenza sistematica, esercitata da sempre nel disinteresse generale, che fa di quel Paese un campione della pena di morte. A questo proposito, stupisce la confusione dell’opinione pubblica e della politica italiana sulle vicende iraniane e la divisione delle piazze italiane che sostengono i manifestanti. Non si può ridurre la lotta contro un potere assassino a una questione meramente economica. Né si può far coincidere il giudizio su un regime teocratico, che usa la religione come strumento di segregazione e di morte, con il diritto di credere di un popolo nel quale l’Islam sciita è profondamente radicato e può, anzi deve, convivere con altre etnie e religioni. Preoccupa, inoltre, che a figure emerse da un passato sconfitto si pensi di affidare il futuro di un popolo che vuole emanciparsi e che tali reliquie, spesso eterodirette, si arroghino il diritto di decidere quali interlocutori siano legittimi e quali no ai fini di un cambio democratico in Iran. Da molti anni ci occupiamo di tutto questo, e lo facciamo a partire da un principio semplice e radicale: “Nessuno tocchi Caino”. Per la vita del diritto per il diritto alla vita. Su queste basi è necessario un salto di qualità: serve qualcosa di meglio dell’attuale diritto internazionale. La nostra stella polare e la nostra bussola, che illuminano e orientano il cammino, sono la tutela dei diritti umani. I nostri testi di riferimento sono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Meglio la prima del secondo: la Dichiarazione Universale è poesia, il Patto Internazionale è prosa. La differenza è tutta tra “universale” e “internazionale”, tra l’Universo e la Nazione. A salvare il mondo non sarà la realpolitik, ma la poesia. I veri realisti, i creatori di realtà, sono i poeti e i visionari, non i politici che si definiscono “realisti”. Nella Dichiarazione Universale c’è una strofa fondamentale, l’articolo 3: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”. In queste parole c’è tutto: quel testo dovrebbe essere inciso nella mente del legislatore e campeggiare sul frontespizio di ogni legge. Non solo la vita, non solo la libertà, non solo la sicurezza, ma i tre valori insieme: la sacra e indissolubile triade vita-libertà-sicurezza. Siamo altresì convinti che, per rendere giustizia alle vittime delle guerre, dei genocidi, dei conflitti e delle repressioni in corso nel mondo, non ci si debba consegnare ai consueti tribunali penali ad hoc, rispondendo alla violenza del delitto con il castigo esemplare. È vero: non c’è pace senza giustizia. Ma quale giustizia vogliamo? Non occorre risalire alla notte dei tempi per scoprire qualcosa di meglio del diritto penale, anche quando è internazionale. In Ruanda, dopo il genocidio, e in Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid, non sono stati edificati tribunali e carceri speciali, ma corti e commissioni per la “verità e riconciliazione”. La verità, per salvaguardare la memoria delle vittime; la riconciliazione, per preservare il futuro di una comunità. Verità e riconciliazione: così il piatto della bilancia torna in equilibrio. NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH UN’ASSEMBLEA PUBBLICA SULLA EMERGENZA CARCERARIA, OCCASIONE DI ASCOLTO DELLE VOCI DEGLI OPERATORI Stefano Anastasia In questi anni, come Garante per le Regioni Lazio e Umbria (fino al 2021), ho toccato con mano cosa vuol dire la parola sovraffollamento, e non solo sulle condizioni di vita dei detenuti. Il sovraffollamento è la vera spada di Damocle che pende sull’intero sistema penitenziario del nostro Paese. Oggi abbiamo circa 64.000 detenuti, lo stesso numero che nel 2013 portò alla condanna dell’Italia nel caso Torreggiani. Ma la situazione attuale è molto più grave. Allora la popolazione detenuta stava diminuendo, grazie alle misure adottate dopo la condanna nel caso Sulejmanovic, alla dichiarazione di emergenza nel sistema penitenziario e al decreto Alfano, che istituiva una forma di detenzione speciale per i detenuti con condanne inferiori ai diciotto mesi. Oggi invece la tendenza è inversa: i detenuti aumentano. Questo dato si riflette nella vita quotidiana degli istituti. Dopo dieci anni di incarico, sto tornando a visitare uno per uno tutti i penitenziari del Lazio: sezione per sezione, cella per cella, bagno per bagno. Segnalo nuovamente tutto ciò che non funziona. Molti problemi sono noti, ma è importante ribadirli e farli conoscere. A Rebibbia penale, ad esempio – che anni fa era una delle strutture più avanzate del nostro sistema – un terzo dell’istituto è chiuso: due sezioni su sei. In molte celle destinate a detenuti con pene lunghe c’è ancora il bagno a vista, nonostante sia vietato dal regolamento penitenziario da venticinque anni. A Latina ho incontrato un detenuto che ha frequentato un corso sulla sicurezza sul lavoro e mi ha detto ironicamente di aver scoperto che, per salire sul letto a castello a tre, gli servirebbe il casco protettivo, come previsto dalla normativa: «Ma in carcere – mi ha detto – chi se ne importa». A Cassino, dove metà dell’istituto è chiuso da sei anni per un cedimento strutturale, ho scoperto invece la quadriglia della socialità: poiché le stanze dedicate a momenti comuni sono ormai usate per alloggiare altri detenuti, nelle cosiddette “sezioni ordinarie”, da cui si può uscire solo per andare a fare attività (che non ci sono) o nelle stanze di socialità (che non ci sono), gli ospiti di una cella possono uscire solo per andare in un’altra, a condizione che ci sia qualcuno che ne esca per andare nella propria. Sono episodi che mostrano un sistema alla deriva. Un sistema che, nonostante l’impegno di chi ci lavora – dirigenti, agenti, funzionari, educatori – riesce a funzionare soltanto per quello scopo costituzionalmente impronunciabile che qualcuno ha già rilevato: tenere chiusa la gente. Se l’obiettivo è solo segregare, il sistema regge: possiamo arrivare a 64.000, forse anche 70.000 detenuti, violando ogni principio di dignità umana. Ma non possiamo farlo, perché la Costituzione dice un’altra cosa, perché la legge dice un’altra cosa, e perché lo dicono le convenzioni internazionali. Per questo credo che sia ogni giorno più urgente pensare a strumenti di riduzione del sovraffollamento. Lo dico senza tabù: dobbiamo tornare a parlare di amnistia e indulto, strumenti previsti dalla Costituzione. Non è una provocazione nei confronti del governo, che pure rivendica una linea “garantista nel processo e giustizialista nella pena”. È un richiamo alla responsabilità istituzionale: ognuno può portare avanti la propria politica penale, ma lo deve fare garantendo che le pene siano umane e che le carceri siano vivibili. Se si vuole arrivare ai 70.000 posti detentivi previsti, è necessario nel frattempo creare le condizioni per assicurare una pena civile e rispettosa dei diritti fondamentali della persona. In tutto questo dibattito, però, abbiamo sentito ancora troppo poco la voce di chi nel sistema penitenziario lavora ogni giorno. Gli operatori – educatori, personale sanitario, insegnanti, polizia penitenziaria – devono poter raccontare come vivono questa crisi, liberamente, senza timori di sanzioni o ritorsioni. Per questo abbiamo promosso, insieme a Nessuno tocchi Caino, un’assemblea pubblica per il 6 febbraio. Mi auguro che non sia solo un’occasione per chi parla in nome dei detenuti, ma un momento di confronto vero, dove si ascoltino anche le voci degli operatori, le loro difficoltà, la loro esperienza. È importante che anche quella voce pesi nel dibattito pubblico, perché senza di loro, senza chi ogni giorno tiene in piedi questo sistema con dedizione e sacrificio, nessun cambiamento potrà essere possibile. IRAN - RAPPORTO HRANA SUL 33° GIORNO DI PROTESTE: 6.479 MORTI CONFERMATI, 17.091 IN FASE DI ACCERTAMENTO L'UE designa l'IRGC come organizzazione terroristica mentre la repressione persiste Secondo gli ultimi dati aggregati compilati da HRANA al 33° giorno dall'inizio delle proteste, il numero totale di morti confermate ha raggiunto le 6.479 unità. Di questi, 6.092 erano manifestanti, 118 erano minori di 18 anni, 214 erano forze affiliate al governo e 55 erano civili non manifestanti. Inoltre, 17.091 casi sono ancora in fase di indagine. Il numero di civili feriti è stato riportato a 11.020, insieme a 281 casi di confessioni forzate e 11.027 convocazioni presso le istituzioni di sicurezza. Inoltre, è stato registrato un totale di 660 incidenti legati alle proteste in 203 città di 31 province. Oggi si sono verificati due sviluppi paralleli. Da un lato, le reazioni e le pressioni esterne, in particolare in Europa, si sono intensificate, con un focus sulla designazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche come organizzazione terroristica e sull'imposizione di sanzioni per i diritti umani. Dall'altro lato, la repressione è continuata a livello nazionale dopo la fase di strada delle proteste, sotto forma di arresti continui, presenza di istituzioni di sicurezza nelle scuole e aumento della pressione nei centri di arresto e nelle strutture mediche. Designazione dell'IRGC come organizzazione terroristica e pacchetti di sanzioni Negli ultimi giorni, l'Unione Europea ha esercitato pressioni sull'apparato repressivo iraniano attraverso due strumenti paralleli: l'inserimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) nell'elenco delle organizzazioni terroristiche e l'estensione di sanzioni mirate per i diritti umani contro persone ed entità coinvolte nella repressione. Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri, ha annunciato che i ministri degli Esteri dell'UE hanno compiuto un passo “decisivo” designando il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche come organizzazione terroristica, sottolineando che la repressione dei manifestanti non rimarrà senza risposta. Contemporaneamente, l'Unione Europea ha sanzionato 15 persone e 6 entità iraniane per il loro “coinvolgimento o responsabilità nelle violazioni dei diritti umani e nella repressione dei manifestanti”. Secondo HRANA, queste sanzioni includono il congelamento dei beni, il divieto di viaggiare nell'Unione Europea e il divieto di fornire risorse finanziarie o economiche alle persone ed entità elencate. Tra i casi annunciati ci sono i nomi di diverse figure e istituzioni chiave. Tra questi, Eskandar Momeni (Ministro degli Interni), Mohammad Movahedi Azad (Procuratore Generale) e Iman Afshari (giudice della sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran), che il Consiglio d'Europa ha collegato a ruoli di “repressione violenta delle proteste” e “arresti arbitrari”. Nei pacchetti di sanzioni supplementari legati alla repressione digitale, l'Organizzazione per la Regolamentazione dei Media Audiovisivi (SATRA), il Centro per l'Esame dei Crimini Organizzati (Centro Seraj) dell'IRGC e il Gruppo di Lavoro per la Determinazione dei Contenuti Criminali sono stati nominati come entità che svolgono un ruolo diretto nel “controllo, censura e soppressione delle comunicazioni e del cyberspazio”. Gli esperti ritengono che a livello politico queste misure vadano oltre le semplici “sanzioni”. La ridefinizione formale dell'IRGC come attore terroristico in Europa ha implicazioni più ampie: aumenta i rischi di impegno finanziario e legale con le strutture affiliate, rafforza la base giuridica per le iniziative di responsabilità e, allo stesso tempo, aumenta il costo politico della normalizzazione delle relazioni con le istituzioni responsabili della repressione. Le reazioni indicano che questo processo in Europa è andato oltre una posizione puramente ‘simbolica’ o guidata dai media. Roberta Metsola, Presidente del Parlamento Europeo, ha espresso il suo sostegno alla decisione dell'UE di designare l'IRGC come organizzazione terroristica, definendola “la decisione giusta” e sottolineando la necessità di “rimanere fermi”. Nel frattempo, Hadja Lahbib (Commissario UE) ha fatto riferimento alla decisione di imporre nuove sanzioni alle persone coinvolte nella repressione e ha parlato del sostegno dell'Unione Europea alle indagini e ai meccanismi di accertamento dei fatti sull'uccisione dei manifestanti. Repressione e arresti Presenza di agenti di sicurezza nelle scuole e situazione difficile nei centri di arresto di Mashhad. Nonostante l'attenuazione della fase di strada delle proteste, i rapporti sul campo indicano che gli arresti e i procedimenti giudiziari continuano, e in alcune aree sono stati accompagnati da nuove ondate di arresti di massa. Secondo HRANA, almeno 706 cittadini sono stati arrestati nelle ultime 24 ore nelle città di Dezful, Yazd, Borujen, Borujerd e Nur. Inoltre, la Polizia di Pubblica Sicurezza di FARAJA ha riferito l'arresto di 327 manifestanti a livello nazionale dal 28 dicembre, mentre la Direzione Generale dell'Intelligence della Provincia di Hormozgan ha annunciato l'arresto di 65 cittadini in relazione alle proteste. Gli arresti individuali da parte delle forze di sicurezza seguono la repressione a livello di strada. HRANA ha riferito dell'arresto e della continua mancanza di informazioni su diverse persone arrestate: Maedeh Dowlatabadi (21 anni) a Urmia, che è detenuta in un centro di arresto di sicurezza; così come Farhad Jangi-Zehi (Minab) e Ehsan Nedaei-Hour (Ramsar), che sono stati arrestati in date diverse e rimangono in custodia. Allo stesso tempo, sono continuati anche gli arresti di studenti. HRANA ha riferito dell'arresto di Amin Norouzi e Ilya Bakhshaie (due studenti di Yazd), nonché di Yousef Yousefi, studente dell'Università di Tecnologia Kharazmi di Teheran, durante le proteste. Un indicatore della continuazione della repressione è il trasferimento della pressione della sicurezza nelle scuole. I rapporti indicano che gli agenti di sicurezza sono stati inviati nelle scuole e hanno parlato con gli studenti nel tentativo di imporre la narrazione ufficiale delle proteste. Uno studente di 18 anni di Bandar Abbas ha dichiarato che negli ultimi giorni, gli agenti sono stati inviati nelle scuole e stanno cercando di promuovere il racconto ufficiale del Governo. Presi insieme, questi dati suggeriscono che la politica di controllo si è spostata dalla “strada” alle università, alle scuole e ai centri di arresto, con l'obiettivo di prevenire il riemergere delle proteste attraverso una pressione sostenuta e la coltivazione di una paura duratura. Repressione nelle strutture mediche I rapporti relativi al trattamento dei feriti riflettono più chiaramente l'intensità della pressione e della repressione, dove la ricerca di cure mediche può trasformarsi in un rischio di arresto. Secondo il resoconto di una fonte di Teheran, un gran numero di cittadini con ferite agli occhi causate da pistole a pallini ha cercato di farsi curare in un ospedale specializzato in oftalmologia della città. Dopo la fine delle proteste, i rappresentanti dell'università di scienze mediche e delle istituzioni di sicurezza hanno visitato l'ospedale, hanno estratto i nomi di tutte le persone ricoverate tra l'8 e il 12 gennaio e hanno portato con sé le informazioni. Il delegato per gli Affari Infermieristici presso il Ministero della Salute iraniano ha affermato che se le persone si fanno curare e forniscono un nome diverso, “nessuno effettua un'ispezione” e che la verifica dell'identità è richiesta solo se si utilizza l'assicurazione, un'affermazione che riconosce effettivamente la presenza della paura e il problema dei controlli dell'identità, anche se non fa riferimento diretto alle forze di sicurezza che entrano negli ospedali. Abbas Abadi, vice del Ministero per gli Affari Infermieristici, ha anche messo in guardia sulle conseguenze di un trattamento ritardato, affermando che il rinvio può portare a infezioni delle ferite e alla necessità di interventi chirurgici complessi. A livello internazionale, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che, in mezzo alla repressione diffusa dei manifestanti, ha confermato un attacco a un ospedale in Iran e ha sottolineato la necessità di proteggere le strutture sanitarie e di garantire un accesso senza ostacoli ai servizi medici. Presi insieme, questi rapporti indicano che anche lo ‘spazio dell'assistenza medica’ è diventato parte dell'arena della sicurezza, dall'estrazione dei nomi dei feriti all'aumento della paura di richiedere cure, fino a molteplici segnalazioni di rapimento o arresto di persone ferite. Dichiarazione degli insegnanti e uccisione di diversi educatori Il Consiglio di Coordinamento delle Associazioni Sindacali degli Insegnanti dell'Iran ha dichiarato in un comunicato che, oltre ai riferimenti alle crescenti pressioni sulla sicurezza, diversi insegnanti sono stati uccisi durante le proteste: Kamran Akbari, Karamali A'laei e Reza Karimi-Far (Ansari-Far). Statistiche - Totale luoghi/incidenti di protesta nelle città: 660; - Numero di città: 203; - Numero di province: 31; - Civili feriti: 11,020; - Minori, adolescenti e studenti arrestati: 326; - Studenti arrestati: 70; - Confessioni forzate: 281; - Convocazioni: 11,027; - Totale manifestanti uccisi: 6,092; - Compresi i minori: 118; - Forze militari/associate al governo: 214; - Civili non manifestanti: 55; - Totale morti: 6.479; - Casi in esame: 17.091 casi. Sintesi Il 33° giorno delle proteste è stato caratterizzato dalla continuazione della repressione post-crackdown, compresi gli arresti in corso, l'aumento della presenza della sicurezza nelle scuole e la pressione sostenuta sui centri di arresto e sulle strutture mediche. Allo stesso tempo, gli sviluppi internazionali, in particolare la designazione dell'IRGC come organizzazione terroristica e l'imposizione di sanzioni europee mirate, sottolineano che il dossier della repressione rimane attivo e sta entrando in una fase di intensificazione della pressione diplomatica e sui diritti umani. (Fonte: Hrana, 29/01/2026) CINA: GIUSTIZIATE 11 PERSONE LEGATE A CENTRI PER TRUFFE IN MYANMAR Le autorità cinesi il 29 gennaio 2026 hanno giustiziato 11 persone legate a centri per truffe online situati in Myanmar, secondo quanto riportato dai media statali, mentre Pechino inasprisce la repressione delle attività illegali. Gli 11 erano stati condannati a morte a settembre da un tribunale della città di Wenzhou, nella Cina orientale, ha reso noto l’agenzia ufficiale Xinhua, aggiungendo che il tribunale ha anche eseguito le condanne. I reati commessi dalle persone giustiziate includevano "omicidio volontario, lesioni volontarie, detenzione illegale, frode e gestione di casinò", ha aggiunto Xinhua. Centri dai quali i truffatori attirano gli utenti di Internet in false relazioni sentimentali e investimenti in criptovalute sono fioriti in tutto il Sud-est asiatico, comprese le zone di confine del Myanmar. Prendendo di mira principalmente persone di madrelingua cinese fin dall'inizio, i gruppi criminali dietro questi complessi hanno esteso le operazioni in più lingue per derubare e frodare le vittime in tutto il mondo. Coloro che conducono le truffe a volte sono truffatori volontari, altre volte cittadini stranieri costretti a svolgere queste attività. Negli ultimi anni, Pechino ha intensificato la cooperazione con Thailandia e Myanmar per reprimere i centri, e migliaia di persone sono state rimpatriate per essere processate. Le condanne a morte per le 11 persone giustiziate sono state approvate dalla Corte Suprema del Popolo di Pechino, secondo cui le prove prodotte relative ai crimini commessi dal 2015 sono "conclusive e sufficienti", ha riportato Xinhua. Tra i giustiziati c'erano membri del "gruppo criminale della famiglia Ming", le cui attività hanno contribuito alla morte di 14 cittadini cinesi e al ferimento di "molti altri". Le operazioni di frode concentrate nelle regioni di confine del Myanmar hanno sottratto miliardi di dollari da tutto il mondo attraverso truffe telefoniche e online. Gli esperti affermano che la maggior parte dei centri sia gestita da organizzazioni criminali guidate dalla Cina che collaborano con milizie del Myanmar che hanno approfittato dell'instabilità del Paese e della guerra in corso. Il governo militare del Myanmar è stato a lungo accusato di aver chiuso un occhio sui centri, ma ha annunciato una repressione da febbraio dopo essere stato oggetto di pressioni da parte della Cina, uno dei suoi principali sostenitori militari, affermano gli esperti. Secondo diversi osservatori, alcuni raid effettuati dalle autorità del Myanmar rientrano in un'operazione di facciata, organizzata per attenuare la pressione di Pechino senza danneggiare gravemente i profitti che arricchiscono le milizie alleate del governo militare. A ottobre, l'esercito ha arrestato più di 2.000 persone in un raid al KK Park, un famigerato centro di truffe al confine con la Thailandia. Oltre alle sentenze che hanno portato alle 11 esecuzioni del 29 gennaio, altre cinque persone a settembre sono state condannate a morte con due anni di sospensione della pena. Ancora altri 23 imputati sono stati condannati a pene detentive che vanno dai cinque anni all'ergastolo. A novembre, le autorità cinesi hanno condannato a morte cinque persone per il loro coinvolgimento in frodi avvenute nella regione di Kokang, in Myanmar. I loro crimini avrebbero causato la morte di sei cittadini cinesi, secondo quanto riportato dai media statali. Le Nazioni Unite stimano che fino a 120.000 persone potrebbero lavorare in centri per truffe online in Myanmar. Secondo le Nazioni Unite, altre 100.000 persone potrebbero essere intrappolate in Cambogia, mentre altre migliaia si trovano in strutture simili nel Sud-est asiatico. Le truffe online sono proliferate in Cambogia a partire dalla pandemia di COVID-19, quando il lockdown globale ha visto molti casinò e hotel di proprietà cinese nel Paese trasformarsi in centri per attività illecite. Operando da centri truffa su scala industriale, decine di migliaia di lavoratori realizzano truffe sentimentali online note come "pig-butchering", spesso prendendo di mira persone in Occidente in un'industria estremamente redditizia, responsabile del furto di decine di miliardi di dollari ogni anno. L'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine ha lanciato l'allarme ad aprile, segnalando che l'industria delle truffe online si sta diffondendo in tutto il mondo, inclusi Sud America, Africa, Medio Oriente, Europa e diverse isole del Pacifico. A ottobre, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno annunciato sanzioni drastiche contro la rete Prince Group, con sede in Cambogia, per aver gestito una catena di "centri truffa" in Cambogia, Myanmar e in tutta la regione. (Fonte: Al Jazeera, 29/01/2026) TAIWAN: CONDANNA A MORTE RIDOTTA IN ERGASTOLO Al termine di un nuovo processo, la sezione di Kaohsiung dell'Alta Corte di Taiwan il 29 gennaio 2026 ha ridotto in ergastolo la condanna a morte che era stata emessa nei confronti di Liang Yu-chih in relazione allo stupro e omicidio di una studentessa universitaria malese, avvenuti nel 2020. Nella motivazione della sua decisione, l'Alta Corte ha affermato che l'intento originario di Liang era quello di rapina e violenza sessuale, piuttosto che omicidio. L’Alta Corte ha condannato Liang all'ergastolo per stupro con esito mortale e ha aggiunto una pena detentiva di otto anni per rapina. Ha inoltre ordinato la privazione a vita dei diritti civili. La sentenza ha annullato tre precedenti sentenze che avevano imposto la pena capitale per l'omicidio. Il caso può ancora essere oggetto di appello. Secondo i pubblici ministeri, il 28 ottobre 2020, Liang avrebbe rapito la studentessa malese, iscritta alla Chang Jung Christian University di Tainan, mentre tornava a piedi al suo dormitorio. L'accusa ha affermato che Liang avrebbe stretto una corda al collo della vittima sotto una ferrovia sopraelevata vicino al campus, poi l'ha costretta a salire su un veicolo e l'ha aggredita sessualmente. Dopo che la vittima ha opposto resistenza, Liang l'ha uccisa prima di abbandonarne il corpo in una zona montuosa del distretto di Alian a Kaohsiung, hanno dichiarato i pubblici ministeri. Pur riconoscendo che Liang aveva preparato gli strumenti utilizzati per il crimine, la Corte ha affermato che tale preparazione da sola non sia sufficiente per stabilire l'omicidio premeditato secondo gli attuali standard legali. Sebbene i reati di Liang siano "brutali", non raggiungono la soglia dei "reati più gravi" richiesta per la pena capitale ai sensi di un'interpretazione della Corte Costituzionale del 2024 e del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, ha affermato la Corte. Citando valutazioni psichiatriche e del carcere, la Corte ha affermato che Liang mostra un potenziale di riabilitazione e che una lunga pena detentiva combinata con un trattamento psicologico potrebbe ridurre il rischio di recidiva. Ha aggiunto che i detenuti condannati all'ergastolo devono scontare almeno 25 anni di carcere e dimostrare sincero rimorso prima di poter beneficiare della libertà vigilata. Nel processo originale, il Tribunale distrettuale di Ciaotou aveva condannato Liang a morte dopo averlo dichiarato colpevole di molteplici reati, tra cui stupro con conseguente omicidio volontario, rapina con conseguente morte, abbandono di cadavere e tentato stupro in un caso non correlato che coinvolgeva un'altra vittima. Nonostante l'Alta Corte di Taiwan, sezione di Kaohsiung, avesse confermato la condanna a morte in appello, la Corte Suprema ha annullato la colpevolezza per stupro con conseguente omicidio e ha ordinato un nuovo processo per le accuse di stupro e omicidio, stabilendo condanne separate di due anni e due anni e 10 mesi rispettivamente per abbandono di cadavere e tentato stupro. La sezione di Kaohsiung dell'Alta Procura di Taiwan ha dichiarato che presenterà ricorso contro la sentenza del 29 gennaio. (Fonte: CNA, 29/01/2026) I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA MILANO: 2 FEBBRAIO PRESENTAZIONE DEL LIBRO ‘L’EMERGENZA NEGATA - IL COLLASSO DELLE CARCERI ITALIANE’ Presentazione libro L’EMERGENZA NEGATA - Il collasso delle carceri italiane di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Presso Biblioteca Ambrosoli 2 febbraio 2026 ore 14.30 - 17.30 SALUTI ISTITUZIONALI IGNAZIO LA RUSSA*, PRESIDENTE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA ANTONINO LA LUMIA, PRESIDENTE ORDINE AVVOCATI MILANO GIUSEPPE ONDEI, PRESIDENTE CORTE APPELLO MILANO FEDERICO PAPA, PRESIDENTE CAMERA PENALE MILANO INTERVENGONO ANNA ROSSOMANDO, VICEPRESIDENTE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA ATTILIO FONTANA*, PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA BEATRICE SALDARINI, COORDINATRICE COMMISSIONE CARCERE ORDINE AVVOCATI MILANO CLAUDIO GALOPPI, GIUDICE CORTE D’APPELLO DI MILANO RITA BERNARDINI, PRESIDENTE NESSUNO TOCCHI CAINO MASSIMO ARLECHINO, PRESIDENTE MOVIMENTO INDIPENDENZA COORDINA VALENTINA ALBERTA, CAMERA PENALE MILANO *INVITATI A PARTECIPARE |



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