NESSUNO TOCCHI CAINO - IO E IL SIGNOR HOOD… ‘E QUALCUNO HA PENSATO CHE FOSSE MORTO LÌ / PERÒ NON ERA VERO’

 

NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM

Associazione Radicale Nonviolenta
Transnazionale Transpartitica

Anno 26 - n. 14 - 16-05-2026

LA STORIA DELLA SETTIMANA

IO E IL SIGNOR HOOD… ‘E QUALCUNO HA PENSATO CHE FOSSE MORTO LÌ / PERÒ NON ERA VERO’

NEWS FLASH

1. PIERGIORGIO COME MARCO: RADICALE DI OGNI ESSENZA E PRESENZA
2. GESÙ, GANDHI, LUTHER KING. POI PANNELLA
3. IRAN: NARGES MOHAMMADI RILASCIATA SU CAUZIONE E TRASFERITA IN OSPEDALE
4. ISRAELE: APPROVATA L’ISTITUZIONE DI UN TRIBUNALE SPECIALE PER I PALESTINESI COINVOLTI NEL 7 OTTOBRE




IO E IL SIGNOR HOOD… ‘E QUALCUNO HA PENSATO CHE FOSSE MORTO LÌ / PERÒ NON ERA VERO’
Il 19 maggio 2026 ricorre il Decennale da quando Marco Pannella è venuto a “mancare”. Dalle ore 10 alle 20, saremo nella nuova sede di Nessuno tocchi Caino a Roma in Via della Panetteria 15, di fronte alla casa nella quale Marco ha vissuto fino all’ultimo. Per fare della sua mancanza una presenza.

Mirella Parachini

“Il signor Hood era un galantuomo / sempre ispirato dal sole / con due pistole caricate a salve / e un canestro di parole… / E qualcuno ha pensato che fosse morto lì / però non era vero.”
Bello, no? Parole, tra le altre, della canzone di Francesco De Gregori “Il Signor Hood” del 1975, dedicata a Marco Pannella: “a M. con autonomia” (N.B. lo stesso De Gregori, alla notizia della morte di Marco, il 19 maggio del 2016, disse: “Quella dedica era veramente criptica”). Nel settembre 2001 De Gregori, intervistato da Corradino Mineo, aveva dichiarato che Marco Pannella era “una delle persone che amava di più” pur affermando di non votare per i radicali. Dichiarazione, questa, che ho sentito ripetere più spesso durante la mia vita. Quando le persone venivano a sapere che io ero “la compagna storica di Marco”, inevitabilmente esprimevano un sentimento di ammirazione nei suoi confronti, ma spesso con la dovuta precisazione della non partecipazione elettorale. Aveva ragione la Bonino, quando diceva “vogliatemi un po’ meno bene, ma votatemi di più”?
Io oggi non sono qui per analisi politologiche e sociologiche, che non sono in grado di fare, ma per testimoniare dell’immenso affetto che la figura di Marco ha suscitato e suscita ancora, in modo trasversale, superando i confini ideologici tra destra, sinistra e mondo cattolico, partendo da battaglie di principio sui diritti universali e dal “metodo” con cui perseguirli, quelli dell’azione, della nonviolenza e della disobbedienza civile, nelle sue varie declinazioni.
Volendo ricordare, in modo tangibile, la “presenza fisica” di Marco, a partire dai luoghi da cui ha lanciato le sue battaglie, su suggerimento di Francesco Rutelli, ho proposto di apporre una targa a Piazza Navona, testimonianza di un luogo teatro di innumerevoli manifestazioni del Partito Radicale, trasformandosi da semplice luogo pubblico a simbolo della partecipazione civile e della disobbedienza nonviolenta. Basti ricordare Fabrizio De André, che tenne un memorabile concerto gratuito a Piazza Navona a Roma il 10 maggio 1974, esibendosi dal palco allestito dal Partito Radicale per il comizio di chiusura della campagna referendaria contro l’abrogazione della legge sul divorzio.
Tale richiesta è stata avanzata dai primi trenta firmatari, oltre a me: Barbara Alberti, Renzo Arbore, Corrado Augias, Fausto Bertinotti, Goffredo Bettini, Emma Bonino, Edith Bruck, Renato Brunetta, Pierferdinando Casini, Don Luigi Ciotti, Benedetto Della Vedova, Vittorio Feltri, Giuliano Ferrara, Gianfranco Fini, Roberto Giachetti, Gianni Letta, Luigi Manconi, Dacia Maraini, Claudio Martelli, Paolo Mieli, Clemente Mimun, Achille Occhetto, Andrea Orlando, Barbara Palombelli, Giovanna Reanda, Melania Rizzoli, Vasco Rossi, Francesco Rutelli, Adriano Sofri, Gaia Tortora.
Sono solo i primissimi nomi di un elenco di più di 700 persone che mi hanno chiesto di aggiungersi all’appello rivolto al Comune di Roma. L’immediatezza e lo slancio con cui ho ricevuto, e continuo a ricevere, l’adesione a questo appello, mi hanno commossa. Non mi aspettavo una tale reazione alla mia iniziale richiesta, e questo mi ha restituito la sensazione, da me troppe volte vissuta, dell’amore che Marco suscitava. Stiamo parlando di un vero e proprio “sentimento”, espresso da personalità appartenenti all’intero scenario politico. Ciò deriva dal riconoscimento della sua figura, dalla modalità umana con cui Marco Pannella intendeva e praticava la politica, come una forma di “spiritualità laica” che coinvolgeva il corpo, le emozioni e la vita quotidiana in modo totale.
Avendo vissuto con Marco posso testimoniare di come fosse autentico il suo usare il proprio corpo come strumento politico, senza nessuna separazione tra l’espressione della propria azione e quella della propria vita privata. Ricordo tutta la fatica che questo comportava per chi gli stava accanto, anche se Marco non ha mai tradotto quei momenti, a volte anche drammatici, in azioni di ricatto. Voglio richiamare qui come, nei primi scioperi della fame – protratti a lungo – e della sete, eravamo impreparati ad affrontare l’evolversi delle cose. Io ero giovane medico e registravo in modo molto grossolano i parametri che sembravano significativi: il peso corporeo, la pressione, le quantità di calorie introdotte. Negli anni ‘70, in un colloquio con Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, che ottenemmo come MLD (Movimento di liberazione della Donna) per richiedere la calendarizzazione della discussione della legge sull’aborto, che venne approvata solo nel 1978, lui racco ntò che non credeva ai digiuni di Pannella ed era convinto che “di notte si mangiava le bistecche”. Io, testimone diretta, accusai il colpo!
Se, nel ricordare Marco oggi, possiamo poter dire ancora “E qualcuno ha pensato che fosse morto lì / però non era vero” dipende da ognuno di noi. Grazie a Nessuno tocchi Caino.
Per chi volesse aderire all’appello per una targa che ricordi Marco a Piazza Navona basta scrivere a marcopannellapiazzanavona@gmail.com



NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

PIERGIORGIO COME MARCO: RADICALE DI OGNI ESSENZA E PRESENZA
Mina Welby

Piergiorgio, ovunque lo legga, trovo rispetto verso i suoi lettori, anche dicendo la verità. Oggi lui si trova da nessuna parte e contemporaneamente dappertutto dove viene nominato o anche solo pensato. Le sue parole, i suoi pensieri sempre spontanei, senza fronzoli, ci vengono inviati, anche soltanto ricordandolo.
Per me era già importante Marco Pannella. Avevo letto e sentito di lui prima che conoscessi Piergiorgio. Condividevo le sue idee di politico per me “fuori norma”, mi facevano riflettere moltissimo.
Conobbi Welby Piergiorgio e la sua famiglia, seppi che era portatore di grave disabilità per distrofia muscolare progressiva. L’amicizia con il tempo diventò amore e ci sposammo nel 1980. Inizialmente non voleva sposarmi, sapendo che la sua malattia lo avrebbe potuto rendere gravemente disabile. Ma l’ho convinto e ci siamo organizzati insieme ai suoi genitori a convivere, aiutandoci a vicenda. Insegnavo la lingua tedesca in una scuola privata non lontano da casa e davo lezioni private. Anche Piergiorgio aiutava dei ragazzi. Il resto del tempo si ascoltava Radio Radicale. Sì, anche Piergiorgio era simpatizzante di Marco Pannella. Certo non potevamo muoverci nella città piena di gravi ostacoli per persone in carrozzina. Si seguiva la politica e mi accorsi che era un gran letterato con particolare interesse per la filosofia. Nel tempo libero si andava a pesca con papà Alfredo e si discuteva sul poco o nullo interesse per persone con disabilità.
Piergiorgio si stava aggravando e lui mi parlava di preferire la morte anziché sottoporsi alla Tracheotomia ed essere attaccato a un ventilatore che lo avrebbe mantenuto in vita. Una notte mi chiese di chiamare il pronto intervento medico. Piero chiese di addormentarlo e lasciarlo morire. Il medico prescrisse un urgente ricovero. Piergiorgio rifiutò. Per 12 ore l’ho tenuto seduto in carrozzina e nel pomeriggio chiamai l’ambulanza che lo portò in ospedale, dove venne intubato. Io desideravo solo che non si svegliasse più. Ero confusa. Dopo sei settimane in rianimazione è stato dimesso, tracheotomizzato e arrabbiatissimo con me.
Ci aiutò molto l’infermiera Stefania che mi insegnava a farlo stare il meglio possibile. Non poteva più parlare, a causa della tracheotomia e la malattia dei muscoli distrofici della gola e del collo. Appena poté di nuovo alzarsi con il suo amico Aldo andammo a comprare un computer. Ora era possibile comunicare con chi voleva. Stava diventando un’attività compulsiva. Quasi non riuscivo a seguirlo. Cominciò a scrivere suoi pensieri, a leggere libri sul pc. Sentiva Marco Pannella e Radio Radicale fino a tarda notte. Volle subito Internet e Aldo gli insegnava a utilizzarlo al meglio. Aveva tanta fretta! Sapeva che la sua malattia gli rendeva la vita limitata anche nella durata. Piergiorgio ha preso, diciamo così, da Pannella. La sua radicalità era sbocciata e fu nominato consigliere della appena fondata Associazione Luca Coscioni. Aveva aperto un forum sul sito dei Radicali italiani: “tutto fermo? Altro che deserto dei tartari… mentre si scruta l’orizzonte… i terminal i come me… invidiano gli Olandesi… SVEGLIAAAAA”. Su questa pagina si è sviluppata una discussione su vita fino a fine vita durata oltre la sua morte.
Su internet Piero trova i vari siti radicali e mi confida il piacere che ci siano associazioni come Nessuno tocchi Caino. Segue con interesse la cura di coloro che spesso vengono incarcerati troppo lontani dalla propria famiglia. Un giorno mi disse: “Quando non ci sarò più, potresti anche andare a visitare queste persone abbandonate in galera.”
La sua appartenenza ed essenza da radicale era stata profonda, con una capacità multiforme di interpretare ogni mossa: da Caino, da Coscioni, per dirla in breve: da radicale di ogni essenza e presenza. Credo che il suo segreto intimo fosse una spiritualità elaborata nelle lunghe notti di solitudine, accompagnato dallo sbuffo del ventilatore che lo teneva in vita. Nell’ultimo pomeriggio del 20 dicembre 2006 ho percepito il suo volerci
dire che siamo tutti una cosa sola. Errori nostri consapevoli sono impurità come la sabbia nell’oro. Abbiamo tutti il dovere di valutare le nostre coscienze e trovare nella verità la nostra unione. Ogni associazione con il suo intento essenziale e ognuno rispettoso dell’altro e – perché no – di aiuto e rispetto vicendevole. Ci amava appassionatamente e voleva che il nostro amore fosse davvero universale a iniziare da ognuno di noi.



GESÙ, GANDHI, LUTHER KING. POI PANNELLA
Sergio D’Elia su l’Unità del 13 maggio 2026

Quest’anno ricorre il Decennale da quando Marco Pannella è venuto a “mancare”. Marco è stato non solo il fondatore del Partito Radicale, ma anche di Nessuno tocchi Caino, insieme a me, a Elisabetta Zamparutti e a una persona che non c’è più, Mariateresa Di Lascia, morta a 40 anni dopo aver costituito Nessuno tocchi Caino, il suo capolavoro civile, e aver scritto un romanzo straordinario, Passaggio in ombra, il suo capolavoro letterario, che nel 1995 vinse il Premio Strega.
Questi primi dieci anni “senza”, sono stati per noi anni “con” Marco Pannella. Una “compresenza” la sua che Nessuno tocchi Caino ha voluto celebrare anche simbolicamente con la decisione di stabilire la nuova sede di Nessuno tocchi Caino a Roma in Via della Panetteria 15, proprio di fronte alla casa nella quale Marco ha vissuto fino all’ultimo.
Gli incontri nella vita di ognuno possono essere decisivi per cambiare rotta rispetto a una strada che pensiamo di dover percorrere per coerenza o per necessità. Per me è stato decisivo l’incontro con Marco. Nel mondo, se si parla di nonviolenza, si pensa al Mahatma Gandhi, a Martin Luther King. Per me, Marco Pannella è un’icona universale della nonviolenza al pari di loro. Ha concepito un’organizzazione politica – il Partito Radicale – che doveva essere universale, transnazionale e fondata sulla nonviolenza se voleva tentare di salvare il mondo dalla tragica illusione della sicurezza dei confini e delle sovranità nazionali. Ha fondato un’Associazione – Nessuno tocchi Caino – che doveva essere radicalmente nonviolenta e orientata ai valori umani universali se voleva essere d’esempio per tentare di salvare il Potere dal rischio mortale di diventare Caino nel nome e per conto di Abele.
La nonviolenza è la chiave per decidere se la propria coerenza è un valore. La vera coerenza non risiede nella presunzione di chi non cambia mai modo di pensare, modo di sentire, modo di agire. La coerenza è tutta nella compatibilità tra i mezzi che si usano – nella vita politica e nella vita quotidiana – e i fini che si vogliono raggiungere. Il fine può essere distrutto dal mezzo che si usa per conseguirlo. La coerenza sta nell’insieme sostenibile, armonico, intimamente connesso di pensiero, sentimento, azione. Un’idea sconnessa dalla commozione (ciò che ti spinge ad agire) è una mera astrazione. Una passione disarmonica col pensiero, è coraggio fine a se stesso. L’azione non sostenuta da una visione, è solo un passatempo. Io c’ho messo una vita, la mia prima vita, a capirlo, e l’ho capito solo dopo averne fatto l’esperienza.
Nella esistenza di ognuno di noi scorrono più “vite”: una prima, una seconda, una terza, forse una quarta vita. Le generazioni segnano questi passaggi: ogni venticinque anni una nuova generazione, una rinascita, nella stessa vita di una persona. Dire “sono sempre stato così, ho sempre pensato così, ho sempre fatto questo” è un’assurdità: la natura non è così. Il mutamento è la legge dell’universo e di ogni cosa, anche di ognuno di noi. Perché possiamo dire, con Giordano Bruno, letteralmente che “tutte le cose sono nell’universo e l’universo è in tutte le cose”, in perfetta armonia. E il mistero della creazione e della rinascita, è proprio questo: la comunione diretta tra l’uomo e l’universo. Ed è comprensibile: per il solo fatto di “aver mutato intento”, l’uomo risorge a una nuova vita, diventa cosciente, responsabile di sé, e per ciò stesso capace di creare un nuovo mondo.
La mia prima vita è stata segnata dalla violenza. Negli anni Settanta pensavo, come tanti, che per la giustizia, la libertà, la rivoluzione, fosse necessario annunciare un mondo nuovo attraverso la violenza. Non lo pensavamo solo noi: anche grandi filosofi e intellettuali hanno scritto che la violenza è la “levatrice della storia” e che “il fine giustifica i mezzi”. Io ho fatto esperienza della menzogna di questa “verità”. Con la violenza non ho fatto nascere una nuova storia: l’ho distrutta. Il reato più grave che ho commesso è aver ucciso le mie stesse idee attraverso il mezzo che usavo per affermarle.
Eppure proprio in quegli anni c’era qualcuno, Marco Pannella, che lottava per conquistare al nostro Paese il diritto al divorzio, all’aborto, all’obiezione di coscienza al servizio militare, e lo faceva con la nonviolenza: scioperi della fame, scioperi della sete. E vinceva perché i mezzi erano coerenti con i fini. Lui si rivolgeva a noi chiamandoci “compagni assassini”. Io capivo, e mi irritavo. “Compagno” non lo accettavo perché lui era un nonviolento e io “un rivoluzionario”; “assassino” ancora meno, perché il sacro fuoco della rivoluzione ardeva in me. Ma cosa voleva dire Marco? Che violenti e nonviolenti non sono nemici: sono fratelli, entrambi rivoluzionari. La differenza è che i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti per amore.
Sono entrato in carcere con l’eco delle sue parole – fratelli, rivoluzionari, gli uni per odio, gli altri per amore – e lì inizia la mia liberazione. Inizia la mia seconda vita. Oggi sono nella terza vita. Non mi piace dire “pacificato”, ma sono in armonia: con me stesso, con tutti, perfino con i miei nemici, con quelli che negano diritti umani fondamentali nelle carceri, con il potere penitenziario, carnefice e vittima allo stesso tempo. Altro che rieducazione! È impossibile rieducare qualcuno in quei luoghi. Sono luoghi fatti per diseducare. Si cita Dostoevskij, Voltaire, Tolstoj: “Se vuoi conoscere la civiltà di un Paese, entra nelle sue carceri”. Dopo esserci stato, oggi dico: la civiltà di un Paese si misura uscendo da quei luoghi. Bisogna superarli. Abbiamo abolito la schiavitù, la tortura, la pena di morte, i manicomi, ma manteniamo luoghi di tortura e schiavitù, manicomiali e mortiferi. Dove non è praticata la pena di morte, ma è praticata la pena fino a lla morte e la morte per pena.
Io ho questa visione: non un carcere migliore, ma qualcosa di meglio del carcere; non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale. Come in Sudafrica dopo l’apartheid, ho in mente commissioni “verità e riconciliazione”, quelle che hanno salvato il futuro di quel Paese. Verità, per onorare le vittime; riconciliazione, per dare un futuro alla comunità. È la giustizia senza la spada, è la giustizia dell’equilibrio, della nonviolenza e dell’armonia tra mezzi e fini: così, verità da un lato e riconciliazione dall’altro, i piatti della bilancia risultano in pareggio.
Nel calendario di Nessuno tocchi Caino di quest’anno a lui dedicato ci sono alcune frasi potenti di Marco Pannella. Negli anni Settanta si diceva: “La fantasia al potere”. E lui rispondeva: «Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo». Ma allo stesso tempo Marco diceva che «ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico”, per pensare a eliminarlo». La nonviolenza si misura nei rapporti con il nemico, non con il fratello. Lo diceva Mariateresa Di Lascia: l’unico coraggio che bisogna avere nella vita è quello di amare. La nonviolenza significa amore, soprattutto verso il proprio nemico. Gesù, poi Gandhi, poi Martin Luther King, poi Marco, poi Mariateresa. È lì che si vede se si è nonviolenti. E so quanto sia difficile, soprattutto da giovani: l’odio era il mio sentimento, la violenza il metodo.
Io oggi, a 74 anni, posso dire di aver raggiunto quel livello di coscienza orientata ai valori umani che porta fino ad amare il tuo nemico. In carcere, il primo giorno, ricordo il letto piantato al pavimento, le lenzuola ruvide, la coperta marrone dell’amministrazione penitenziaria. Ho dormito tre giorni di fila: era il sonno e anche il sogno della liberazione. È lì che è iniziata la mia rinascita. Ma solo oggi, dopo mezzo secolo, posso dire di essere diventato nonviolento: non nutrire odio nemmeno verso chi ti fa del male. Ogni esperienza, anche la più terribile, può essere preziosa. Se sono ancora qui, sempre vivo, a testimoniare la forza rivoluzionaria della nonviolenza, lo devo a Marco Pannella.
Marco mi ha insegnato la nonviolenza, questa forza sottile e invisibile come un quanto, eppure dura e durevole come l’acciaio, letteralmente “religiosa”, che tiene insieme, lega indissolubilmente persone e cose le più diverse. La nonviolenza è la forza della coscienza, del dialogo, dell’amore, la forza che ha connotato la vita di Marco Pannella. Spes contra spem, il motto di Paolo di Tarso, è stata la cifra della sua vita: il dover essere speranza contro l’avere speranza, proprio quando ovunque – nel mondo che ci circonda e nel proprio mondo interiore – sembrano prevalere disperazione, indifferenza e rassegnazione. Cioè, vivere come soggetto attore della speranza, vivere nel modo e nel verso in cui si spera vadano le cose, essendo noi stessi proposta, prova e corpo del cambiamento. Mai ‘contro’ qualcosa o qualcuno, ma sempre ‘per’ e ‘con’. Col suo esempio – spirituale e corporale – quanti giovani Marco ha educato alla nonviolenza!
Il 19 maggio, dalle 10 di mattina alle 20 della sera, a Roma, in via della Panetteria 15, continueremo a farlo “vivere” insieme a coloro che lo hann0 conosciuto e stimato, a coloro che lo hanno amato e avversato. La “panetteria” di Marco Pannella è stata il forno che ha sfornato sempre un pane buono che ha dato da mangiare agli affamati, la fonte da cui è sgorgata un’acqua cristallina che ha dato da bere agli assetati. La fame di amore e conoscenza, la sete di giustizia e libertà, la fame e la sete che ancora soffre il mondo.



IRAN: NARGES MOHAMMADI RILASCIATA SU CAUZIONE E TRASFERITA IN OSPEDALE
L'attivista iraniana per i diritti umani Narges Mohammadi è stata trasferita dal carcere a un ospedale di Teheran a causa delle preoccupazioni per il deterioramento delle sue condizioni di salute.
Le autorità iraniane hanno concesso a Mohammadi «una sospensione della pena dietro pagamento di una cauzione molto elevata», ha dichiarato il 10 maggio una fondazione gestita dalla sua famiglia.
La scorsa settimana la famiglia e i sostenitori di Mohammadi avevano avvertito che sarebbe potuta morire in prigione dopo aver subito due presunti attacchi cardiaci all'inizio di quest'anno.
Mohammadi, 54 anni, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2023 per il suo attivismo contro l'oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani.
Dopo le richieste della sua famiglia affinché fosse trasferita dalla prigione, Mohammadi si trova “ora al Tehran Pars Hospital per essere curata dal proprio team medico”, ha dichiarato in un comunicato la Fondazione Narges Mohammadi.
Aveva trascorso 10 giorni ricoverata a Zanjan, nel nord dell'Iran, dove stava scontando la pena.
Il marito di Mohammadi, residente a Parigi, ha dichiarato nel fine settimana che “le sue condizioni generali non sono buone” e che “il suo stato rimane instabile”.
Si ritiene che l'attivista abbia perso circa 20 kg durante la detenzione, abbia difficoltà a parlare e sia quasi irriconoscibile, secondo quanto riferito dal suo avvocato Chirinne Ardakani.
Nel 2021, Mohammadi ha iniziato a scontare una pena di 13 anni con l'accusa di aver commesso “attività di propaganda contro lo Stato” e “collusione contro la sicurezza dello Stato”, accuse che lei ha negato.
Nel dicembre 2024, le è stata concessa una liberazione temporanea dalla famigerata prigione di Evin a Teheran per motivi di salute.
Mohammadi è stata arrestata lo scorso dicembre per aver fatto “commenti provocatori” durante una cerimonia commemorativa, hanno dichiarato all'epoca le autorità iraniane. La sua famiglia ha riferito che è stata portata in ospedale dopo essere stata picchiata durante l'arresto.
All'inizio di febbraio, Mohammadi è stata condannata da un Tribunale rivoluzionario a ulteriori sette anni e mezzo di prigione dopo essere stata riconosciuta colpevole di “raduno e collusione” e “attività di propaganda”, ha dichiarato il suo avvocato.
Il mese scorso, il fratello di Mohammadi, Hamidreza, ha dichiarato che sua sorella era stata trovata priva di sensi dalle compagne di cella nella prigione di Zanjan dopo aver subito un sospetto infarto.
La dichiarazione della fondazione di domenica afferma che “una sospensione non è sufficiente” e che l'attivista per i diritti umani necessita di “cure permanenti e specializzate”.
“Dobbiamo garantire che non torni mai più in prigione per scontare i restanti 18 anni della sua pena”, si legge.
“È giunto il momento di chiedere la sua libertà incondizionata e l'archiviazione di tutte le accuse. Nessun attivista per i diritti umani e delle donne dovrebbe mai essere arrestato per il proprio lavoro pacifico”, ha affermato.
(Fonte: BBC)



ISRAELE: APPROVATA L’ISTITUZIONE DI UN TRIBUNALE SPECIALE PER I PALESTINESI COINVOLTI NEL 7 OTTOBRE
Il parlamento israeliano (Knesset) ha approvato una legge che istituisce un tribunale militare speciale per processare i cittadini palestinesi accusati di atti terroristici nel contesto del 7 ottobre 2023.
Secondo quanto riportato dal quotidiano “Times of Israel”, la proposta è passata con 93 voti a favore e nessuno contrario.
I promotori dell’iniziativa erano Simcha Rotham, del partito Sionismo religioso della coalizione di governo, e Yulia Malinovsky, del partito di opposizione Israel Beitenu, in una rara iniziativa “bipartisan”.
La legge prevede l’istituzione di una corte speciale nel sistema di giustizia militare per condurre i processi ai circa 300 presunti terroristi catturati dalle forze di sicurezza israeliane durante l’invasione del 7 ottobre.
Il tribunale avrà potere di accusare gli imputati di tutti i reati pertinenti, tra cui il genocidio ai sensi della Legge israeliana del 1950 per la prevenzione del genocidio, il danneggiamento della sovranità israeliana, l’aver causato una guerra, l’assistenza al nemico in tempo di guerra e i reati di terrorismo ai sensi della legge israeliana del 2016 per la lotta al terrorismo.
In base alla nuova legge, se riconosciuto colpevole di genocidio, un imputato potrebbe essere condannato a morte.
Secondo “Times of Israel”, l’attuazione della legge potrebbe subire ritardi a causa dei costi previsti per il funzionamento del tribunale speciale, che potrebbero causare disaccordi tra i ministeri della Giustizia e delle Finanze. Secondo stime riportate dai media israeliani, il ministero della Difesa prevede un costo di circa 5 miliardi di shekel (1,72 miliardi di dollari), principalmente a causa della costruzione di un complesso giudiziario dedicato e di uno staff di circa 400 militari e dipendenti civili.
Per il ministero delle Finanze, invece, il budget è di circa 2 miliardi di shekel (689 milioni di dollari), una cifra comunque elevata ma inferiore sia alle stime che alle proposte della Difesa.
Secondo quanto previsto dalla legge, il tribunale sarebbe composto da un totale di 15 giudici, scelti tra coloro che sono qualificati per far parte della Corte suprema, e giuristi internazionali ritenuti in possesso delle qualifiche appropriate.
Un singolo caso verrebbe esaminato da tre giudici, uno dei quali sarebbe un giudice distrettuale in pensione, mentre un collegio di cinque giudici si occuperebbe dei procedimenti che coinvolgono più imputati. Gli appelli verrebbero esaminati da tutti e 15 i giudici.
Il ministro della Giustizia Yariv Levin ha definito l’approvazione della legge “uno dei momenti più importanti dell’attuale Knesset”. E ha aggiunto: “Si percepisce che stiamo facendo la cosa giusta trovando un modo per unirci in questo momento, anche se siamo alla vigilia delle elezioni e nonostante tutti i disaccordi esistenti”. Secondo Rothman, l’approvazione della legge istituisce un “quadro storico volto a rendere giustizia e a processare i terroristi che hanno perpetrato il peggior massacro nella storia dello Stato”.
Malinovsky ha affermato che “questi saranno i processi ai nazisti dei nostri giorni e passeranno alla storia”, promettendo che i processi saranno “filmati e trasmessi”. La parlamentare ha dedicato la legge “alle vittime di omicidio, agli ostaggi e alle loro famiglie”, dichiarando: “È il nostro spirito e la nostra capacità di affrontare e resistere a un dolore immenso che ci rende grandi”. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich si è congratulato con Rothman per aver portato avanti il progetto di legge “con un raro consenso unanime, sia della coalizione che dell’opposizione”.
Il 7 ottobre 2023, tra 5mila e 6mila miliziani palestinesi, per lo più appartenenti al movimento islamista Hamas ma anche ad altri gruppi islamisti, hanno invaso Israele via terra, aria e mare, in diversi punti del confine con la Striscia di Gaza. In quel contesto furono uccise circa 1.200 persone.
Gli aggressori hanno anche rapito 251 persone prendendole in ostaggio e portandole nella Striscia di Gaza, commettendo una serie di altre atrocità, tra cui stupri e torture, documentando la brutalità con le telecamere indossate dagli aggressori durante l'attacco e pubblicando i filmati online e in messaggi ai familiari delle vittime.
La legge stabilisce che chiunque sia sospettato, accusato o riconosciuto colpevole in relazione ai crimini del 7 ottobre 2023 non può essere rilasciato tramite accordi di liberazione dei detenuti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione per la mancanza di un giusto processo a coloro che sono accusati di aver preso parte a quell’attacco.
Malinovsky, co-promotrice della legge, ha sottolineato che Israele è "uno stato di diritto" e che gli accusati "saranno processati in tribunale, secondo tutte le norme, e i giudici emetteranno le loro sentenze. Ci sarà un processo legale ordinato, filmato e trasmesso".
I processi saranno pubblici e trasmessi su un sito web creato appositamente.
(Source: Times of Israel, 12/05/2026; Agenzia Nova, 12/05/2026)



I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA

Commenti