NESSUNO TOCCHI CAINO - CARO ALEMANNO, SPIEGA A VANNACCI COS’È IL CARCERE: NEL NOME DI ABELE PUÒ DIVENTARE CAINO

NESSUNO TOCCHI CAINO – SPES CONTRA SPEM

Associazione Radicale Nonviolenta
Transnazionale Transpartitica

Anno 26 - n. 19 - 27-06-2026

LA STORIA DELLA SETTIMANA

CARO ALEMANNO, SPIEGA A VANNACCI COS’È IL CARCERE: NEL NOME DI ABELE PUÒ DIVENTARE CAINO

NEWS FLASH

1. LE LETTERE DALL’INFERNO A SUOR GERVASIA, LA RINASCITA DI DOMENICO PAPALIA
2. LA PATRIA DEI DIRITTI DELL’UOMO VIETA DI MANIFESTARE CONTRO LA PENA DI MORTE E SI MOSTRA SUCCUBE DEL REGIME IRANIANO
3. GIORDANIA: SEI GIUSTIZIATI PER TERRORISMO E NARCOTRAFFICO
4. KUWAIT: CINQUE GIUSTIZIATI PER OMICIDIO

I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA

GENOVA: 3 LUGLIO ASSEMBLEA SUL CARCERE




CARO ALEMANNO, SPIEGA A VANNACCI COS’È IL CARCERE: NEL NOME DI ABELE PUÒ DIVENTARE CAINO
Sergio D’Elia su l’Unità del 25 giugno 2026

Caro Gianni, appena uscito da Rebibbia, ti affido subito un compito: spiega a Vannacci cos’è il carcere. Parlagli delle gabbie e delle chiavi, che ingoiano e serrano esseri umani. Fagli capire che il carcere è un luogo di privazione non solo della libertà ma anche di quelli che sono i sensi umani fondamentali, della salute e della stessa vita.
Raccontagli le malattie “professionali” dei carcerati: quelle dei polmoni, del cuore e della mente. Digli della perdita dell’aria e della luce, della vista e del respiro, dell’udito e dei denti. Digli, invece, dell’enorme guadagno che i carcerati incassano in termini di infezioni intestinali, di scabbia, di cimici. Parlagli degli infarti e dei tumori, delle ferite da taglio e dei suicidi. Fagli sentire il fetore di urina e di feci e del cibo mai consumato che avvolge tutto e tutti, detenuti e “detenenti”, colpevoli e innocenti, condannati e in attesa di giudizio.
Digli che se vuole conoscere la vera feccia deve andare lì, in carcere, a Rebibbia. Però, digli anche che lì, dove hanno scaricato il letame della società, la feccia della feccia, tu hai conosciuto Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, avvocato legale e difensore civico, ancora di salvezza di tanti disperati.
Parlagli di te, del “legislatore di Rebibbia” che sei stato, raccontagli come nel luogo dei fuorilegge e della pena hai concepito riforme della legge penale. Digli dei Laboratori Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino che hanno riunito a Rebibbia le commissioni Giustizia congiunte di Camera e Senato, il CSM, Presidenti e vicepresidenti delle Camere, Magistrati di sorveglianza. Digli come il luogo della pena ha supplito alle mancanze del Parlamento.
Raccontagli anche la vera storia di Caino e Abele. Che sono sempre fratelli, vittima e carnefice, indissolubilmente legati nel male e nel lutto. Ricordagli che il Signore pose su Caino un segno perché non lo toccasse chiunque l’avesse incontrato, e perciò divenne costruttore di città e genitore di nuove discendenze. Digli che sei iscritto a Nessuno tocchi Caino da almeno venticinque anni, ininterrottamente, e che non sei diventato garantista solo entrando a Rebibbia.
Digli che le vittime meritano ascolto, rispetto, verità e riparazione. Ma che meritano anche uno Stato di Diritto capace di difenderle innanzitutto prevenendo i delitti e non semplicemente e ferocemente punendo i delinquenti. Che la forza di uno Stato di Diritto si misura nella capacità di difendere Abele senza essere disumano con Caino. Che il rischio mortale per lo Stato è diventare, in nome di Abele, esso stesso Caino.



NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LE LETTERE DALL’INFERNO A SUOR GERVASIA, LA RINASCITA DI DOMENICO PAPALIA
Pubblichiamo anche questa settimana un altro contributo alla conoscenza di Domenico Papalia, ergastolano di 81 anni, in carcere da mezzo secolo, gravemente ammalato. A breve, il Tribunale di sorveglianza dovrà decidere sulla sua sorte: cioè, se la sua “rieducazione” sia ancora esigibile, se la sua età e la sua salute siano compatibili con lo stato di detenzione, se la sua pena, divenuta ormai anche corporale, non sia contraria al senso di umanità. S.D.


Francesco Kostner

Sono andato indietro di trent’anni in un baleno, leggendo Una suora all’inferno, il libro curato da Gabriele Moroni ed Emanuele Roncalli e pubblicato per i tipi di Marietti. Un bellissimo omaggio a più voci – numerose lettere di carcerati, pluriomicidi, ex terroristi, detenuti eccellenti – a Suor Gervasia Asioli, un’orsolina delle Figlie di Maria Immacolata che ha speso la sua vita negli istituti penitenziari. La stessa religiosa che, il 5 agosto 1993, sul settimanale L’Inserto di Calabria, ricordava Domenico Papalia, di cui si parla nel volume, come un figlio della miseria e della sofferenza, al quale la vita aveva riservato dolori e privazioni, fino a registrare il suo sconfinamento nei meandri dell’illegalità e della delinquenza, cause prima di reiterati periodi in carcere per reati anche gravi, infine della sua condanna all’ergastolo per una vicenda rispetto alla quale, però, Papalia si era sempre dichiarato innocente.
La testimonianza di Suor Gervasia si era unita ai numerosi contributi favorevoli alla riabilitazione di Papalia, apparsi sulla stessa testata a partire dal mese di gennaio 1993, dopo che il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma, Ferdinando Imposimato, si era platealmente pentito durante una puntata del “Maurizio Costanzo Show” di averlo rinviato a giudizio per l’uccisione del boss Antonio D’Agostino, avvenuta nel 1976 a Roma, decisione che di fatto aveva spalancato a Papalia le porte del carcere a vita. Erano seguiti interventi a favore dell’ergastolano di Platì da parte di avvocati, giornalisti, ex parlamentari, intellettuali, esponenti del volontariato, che avevano dato vita finanche a un Comitato Pro Papalia cui, in poco tempo, avevano aderito numerose persone, non solo calabresi.
La lettura del libro dedicato a Suor Gervasia, la “mamma dei detenuti”, “la suora postina di Rebibbia”, che ho avuto il piacere di conoscere, toccando con mano la straordinaria vitalità cristiana e la modernità di pensiero da cui era animata, ha inevitabilmente aperto lo scrigno dei ricordi anche riguardo alla vicenda giudiziaria di Domenico Papalia. Il quale, se certamente non è mai stato un santo, si era sempre detto estraneo all’omicidio D’Agostino. Una verità “personale”, diventata reale ben quarantuno anni dopo, a seguito della sentenza con la quale la Corte d’appello di Perugia ha assolto Papalia per non aver commesso il fatto. Il suggello di un capolavoro tecnico-giuridico, costruito pezzo dopo pezzo grazie a un processo di revisione da manuale, impostato da un magnifico penalista di Locri, tra i migliori in Italia, Cesare Placanica, e seguito passo dopo passo assieme a una delle sue bravissime “associate”, Marika Circosta, e da alcuni straordinari pe riti, i professori Giovanni Pierucci e Alberto Brandone, capaci anche a distanza di decenni, attraverso moderne metodologie di indagine, di dare un volto e un’anima ai lati più oscuri della vicenda.
Ebbene, nel libro di Moroni e Roncalli – che consiglio a quanti volessero immergersi nella realtà del carcere e coglierne i tanti aspetti, a partire ovviamente dalla sofferenza dei detenuti a favore dei quali, se pure hanno qualcosa di cui rispondere, non dovrebbe mai venir meno l’attenzione e la “disponibilità” dello Stato, in linea con il concetto di funzione rieducativa della pena – oltre dieci pagine riguardano appunto i rapporti epistolari di Domenico Papalia con suor Gervasia. E l’amorevole disponibilità avuta da quest’ultima nei
confronti dell’ergastolano di Platì, così come di altri detenuti. E qui – come avviene nel resto del volume – è difficile rimanere indifferenti e far finta di niente, come a me, del resto, è successo, conoscendo Papalia. Condividendone da vicino, per quanto possibile, gli ultimi decenni di detenzione. Incontrandolo più volte, appunto a Rebibbia, ma anche a Nuoro e a Parma, dove si trova tuttora. Provando a fargli sentire il calore di una parola o di un incoraggiamento. Comunque, mantenendo sempre un rapporto onesto e leale con lui. Ampiamente ricambiato.
La scelta dei curatori, tra i più di settanta biglietti e lettere che Papalia ha avuto modo di scrivere a Suor Gervasia, non dev’essere stata facile, ma il risultato è certamente positivo. “Credo sia una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare”, scrisse di Papalia a un magistrato di sorveglianza la straordinaria religiosa. Sottolineando ciò che subito aveva colpito anche me e di cui sono convinto: il pieno recupero morale, umano e culturale di quest’uomo. Frutto di un percorso difficilissimo, ma che sono certo abbia saputo e continui a compiere. Migliorandosi sotto molteplici profili, a partire dall’impegno nella lettura e nello studio, cosa che gli ha permesso, anche grazie alla sua notevole intelligenza, di capire il valore delle regole, il rispetto dello Stato, dei suoi principi. Bisognerebbe leggere anche ciò che da tempo scrivono di lui quanti sono chiamati a verificarne il percorso ri educativo in carcere, il che a mio parere lo renderebbe meritevole di trascorrere gli ultimi anni della sua vita con i suoi cari.
Nel capitolo dedicato dagli autori a Domenico Papalia, sono presenti le lettere inviate a Suor Gervasia. Nel 1985, le scrisse a proposito del delitto D’Agostino: “Vittima delle circostanze e condannato all’ergastolo innocentemente e non lo dico io, ma lo dimostrano gli atti processuali, i giudici sono essere umani e quindi portati a sbagliare anche loro se di sbaglio si può dire, al contrario, se l’hanno fatto con cattiveria prego sempre anche per loro che Dio li perdoni. Io vado avanti con forza e dignità, vorrà dire che il Signore mi ha dato questo peso perché sa che lo posso sopportare con fede e dignità”. Nel 1989 annunciava alla meravigliosa suora di Desenzano del Garda di aver versato un contributo a favore dei terremotati dell’Armenia. Ci sono poi quelle dal carcere di Bergamo dove era stato trasferito per tre mesi di osservazione. Il 20 maggio 1990 le scrisse: “Spero che resterò qui perché è veramente un luogo dove si può vivere, le celle sono aperte fi no alle 21 e le guardie sono molto gentili…”. In quelle del 30 gennaio, del 16 aprile e del 25 agosto 1991, dimostra di conoscere momenti dolorosi della storia italiana, come i drammatici bombardamenti di Cà del Gallo e di Ripapersico, nel Ferrarese nell’aprile del 1945 da parte dell’aviazione alleata, che causarono la morte di centinaia di civili, ma anche di sapersi orientare nelle vicende politiche internazionali, dalla prima guerra del Golfo alla Perestroika di Gorbaciov. Il 5 marzo 1992, Papalia si dice preoccupato per le non buone condizioni di salute di Suor Gervasia e la supplicava “di cercare di non affaticarsi, anche se capisco quanto lei voglia essere di utilità e d’aiuto agli altri. C’è tanto bisogno di aiuto nel mondo e invece si va incontro a tanto egoismo e indifferenza nei confronti di chi ne ha bisogno. Io farò la mia parte come ho sempre fatto. In particolare, mi sono preso carico di due detenuti: uno si trova a Opera e uno qui. Si trovano veramen te in condizioni disastrose con le rispettive famiglie in corso di sfratto, uno come se non bastasse ha tre bambine handicappate e tanti altri problemi. Faccio quello che posso ma non basta. C’è troppa indifferenza da parte di chi di dovere. Se tutti facessimo il minimo delle nostre possibilità nei confronti di chi avesse necessità di soccorso il mondo conoscerebbe meno sofferenza”. Infine, il 19 dicembre 1994, informava il suo “angelo custode” di essere stato assolto a Reggio Calabria in un processo d’appello per associazione a delinquere, dopo la condanna in primo grado a sei anni e sei mesi, e che i suoi famigliari avevano incontrato il vescovo di Locri monsignor Bregantini, noto per le sue battaglie contro la mafia.
C’è tanta misericordia, nel bellissimo libro di Gabriele Moroni e Emanuele Roncalli, verso i tanti detenuti che hanno mantenuto nel tempo un rapporto epistolare con Suor
Gervasia. E tra questi, appunto, Domenico Papalia. Il quale, è vero, e va ricordato, durante la permanenza in carcere è stato condannato a due ergastoli: per l’omicidio dell’avvocato Aldo Labate, avvenuto in una campagna di Segrate il 17 novembre 1983, e per l’uccisione dell’educatore della Casa circondariale di Opera Umberto Mormile, verificatosi l’11 aprile 1990, ma rispetto ai quali anche stavolta Papalia afferma di non avere alcuna responsabilità. Io gli credo. Cosi come i suoi legali. E non certo per portare acqua al mulino del loro assistito.
In ogni caso, Una suora all’inferno mi aiuta a ripetere una considerazione alla quale non rinuncio quando parlo di Domenico Papalia: si trova dietro le sbarre da più di mezzo secolo, forse più, facendo bene i calcoli. Concludo con una domanda. È lecito pensare che Papalia possa trascorrere quel che gli rimane da vivere fuori dal carcere? Io la risposta me la sono data da tempo. Con convinzione. Una mano sul cuore. E lo sguardo alla Costituzione.



LA PATRIA DEI DIRITTI DELL’UOMO VIETA DI MANIFESTARE CONTRO LA PENA DI MORTE E SI MOSTRA SUCCUBE DEL REGIME IRANIANO
L’Unità, 23/06/2026

Sergio D'Elia
Roberto Rampi
Elisabetta Zamparutti

Non è mai accaduto, per quanto ci risulta, che nell’Europa occidentale una manifestazione di massa contro la pena di morte in Iran sia stata vietata dalle autorità. Avvertivamo l’urgenza di una grande mobilitazione, transnazionale e transpartitica, di fronte all’indecenza di un regime che, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, ha giustiziato oltre 2000 persone nel 2025, superando le 850 quest’anno. Un orrore che non abbiamo visto riflesso in mobilitazioni di piazza, né di palazzo.
Per questo abbiamo accolto con gratitudine l’invito della resistenza iraniana di Maryam Rajavi a partecipare alla manifestazione di Parigi il 20 giugno che si preannunciava molto partecipata. Una data fortemente simbolica: ricorre infatti l’anniversario della brutale repressione del 20 giugno 1981, quando Khomeini soffocò nel sangue la protesta di centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza a Teheran e in altre città contro la nascente dittatura religiosa.
Ma c’è sempre una prima volta. Alle 19 del 18 giugno, dopo oltre due mesi di collaborazione tra gli organizzatori e le autorità francesi, il prefetto di Parigi notifica il diniego alla resistenza iraniana. L’immediato ricorso al tribunale amministrativo non avrebbe comunque consentito agli organizzatori di allestire in tempo il palco destinato alle personalità internazionali che si sono così ritrovate nel quartier generale della resistenza iraniana.
Quando arriviamo a Parigi, veniamo informati dell’accaduto. La decisione prefettizia interviene nelle stesse ore in cui intercorre una telefonata tra il Ministro degli Esteri francese e quello iraniano. Circostanza che alimenta interrogativi sulle ragioni politiche del divieto. E su un potere prefettizio parigino che si manifesta a noi come succube di quello clericale e militare iraniano. Sentiamo il sapore di un residuo della tradizione napoleonica francese, espressione di un potere amministrativo centralista volto a limitare la partecipazione democratica. Riaffiora alla memoria una lezione di Marco Pannella: diffidare di ogni potere amministrativo che pretenda di sostituirsi al diritto. Quando un prefetto decide chi può manifestare e chi no, non siamo più nel terreno delle libertà democratiche ma in quello dell’arbitrio amministrativo. E quando viene impedita una manifestazione contro le migliaia di esecuzioni e contro la dittatura, non è soltanto la libertà degli iraniani a essere colpita. È la credibilità stessa dell’Europa come spazio di libertà e di diritti a essere messa in discussione.
Ad accrescere l’inquietudine è il contesto internazionale in cui questi eventi maturano. Sono i giorni in cui si discute dei rapporti tra Iran e l’Occidente e si firma proprio a Versailles un accordo tra Iran e Stati Uniti. Quando sentiamo evocare Versailles, il pensiero corre inevitabilmente ai grandi errori della politica europea del Novecento. L’illusione che sia possibile garantire la pace sacrificando la libertà degli altri ha prodotto tragedie che la storia non dovrebbe dimenticare. Il Patto Molotov-Ribbentrop fu il punto di arrivo di una lunga stagione di accondiscendenza verso le dittature, quando le democrazie europee avevano già accettato di chiudere gli occhi davanti alla repressione interna, alle aggressioni esterne e alla negazione dei diritti fondamentali in nome della stabilità e degli interessi del momento. Il risultato non fu la pace, ma una guerra ancora più devastante.
I momenti storici non sono sovrapponibili. Ma il riflesso politico è simile. Quando, per favorire un negoziato con un regime, si limita la libertà di chi quel regime lo combatte pacificamente, quando si vieta una manifestazione contro la pena di morte per non disturbare il dialogo con chi impicca i propri cittadini, quando la stabilità dei carnefici pesa più della libertà delle vittime, allora si imbocca una strada pericolosa. Lo ha ricordato Charles Michel, già Primo Ministro belga e Presidente del Consiglio europeo, ospite della resistenza iraniana che riferendosi al presente ha detto: “L’accondiscendenza non funziona”.
Per Nessuno tocchi Caino, la questione dei diritti umani e della pena di morte resta prioritaria anche nel quadro della crisi internazionale che coinvolge l’Iran. Siamo convinti che il cappio che oggi minaccia di stringersi attorno all’economia mondiale con la crisi dello Stretto di Hormuz potrà essere allentato solo quando il regime smetterà di stringere il cappio attorno al collo dei propri cittadini per reprimerli, incarcerarli e impiccarli. La sicurezza internazionale e la libertà degli iraniani non sono questioni separate: un regime che governa all’interno di un Paese attraverso la repressione e la pena di morte resta un fattore permanente di instabilità anche all’esterno. Per questo la difesa dei diritti umani non è un tema subordinato alla geopolitica, ma una condizione essenziale per una pace giusta e duratura.
Ancora più inquietante è quanto poi è emerso dalla decisione del Tribunale amministrativo di Parigi, nel frattempo giunta la mattina del 20 giugno. I giudici rilevano che il provvedimento prefettizio si fonda su motivazioni generiche e prive di elementi contestuali sufficienti. Tuttavia, rapporti d’intelligence trasmessi al tribunale indicano che il raduno sarebbe stato «esposto al rischio di un grave attacco da parte del regime iraniano o dei monarchici iraniani». La sentenza afferma che apparati residui dello Scià «mantengono un servizio di sicurezza interno noto come SAVAK» che è attivo in Europa osservando che tale presenza già «era evidente durante le manifestazioni tenutesi a Londra il 26 aprile 2026 e a Regensburg, in Germania, il 10 maggio 2026, dove alcuni partecipanti esponevano abiti e striscioni recanti simboli della SAVAK».
Un elemento che conferma come le minacce alla resistenza iraniana non provengano soltanto dall’attuale regime teocratico, ma anche da settori che guardano con nostalgia all’autoritarismo del passato, accomunati, gli uni agli altri, dal metodo violento pronti a colpire a morte la resistenza iraniana e i suoi sostenitori. Continuiamo a pensare che i servizi francesi avrebbero potuto affrontare e neutralizzare tali minacce come avvenne nel 2018, quando d’intesa con altri servizi europei, sventarono l’attentato ordito dai Mullah alla grande Convention di Villepinte a Parigi.
Tuttavia, alla fine il tribunale ha confermato il divieto per motivi di sicurezza.
“Provo dolore per la mia Francia” dice Christine Arrighi, Presidente del Comitato parlamentare Iran Libero del Parlamento francese in apertura dell’incontro tra Maryam Rajavi e gli ospiti internazionali.
Il risultato è stato paradossale. Una manifestazione contro la pena di morte è stata fermata mentre le minacce di morte di chi voleva impedirla hanno ottenuto l’effetto desiderato. La Francia non ha permesso ai manifestanti di concentrarsi e ha affrontato i vari gruppi con un dispiegamento di polizia dall’atteggiamento ingiustificatamente aggressivo, buono forse per alcune immagini da mostrare ai Mullah, ai Pasdaran e ai sostenitori dello Scià. Centinaia di pullman sono stati bloccati alle frontiere. Decine di migliaia di persone non hanno potuto raggiungere Parigi. Gli ospiti internazionali sono stati privati della possibilità di intervenire da un palco pubblico.
Eppure quelle voci non erano marginali. Erano quelle di parlamentari, ex capi di governo, ex ministri degli Esteri, rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali provenienti da Paesi e culture politiche diverse: Charles Michel, Petre Roman, John Bercow, John Baird, Alejo Vidal-Quadras, Carsten Müller, la Baronessa Nuala O’Loan, Robert Torricelli e Naike Gruppioni. Tra loro, Dmytro Kuleba, ex Ministro degli Esteri ucraino, ha rivolto un messaggio di fiducia alla resistenza iraniana: continuare a credere che un futuro di libertà sia possibile.
È lo stesso futuro che intravediamo nell’azione nonviolenta dei detenuti iraniani condannati a morte che ogni martedì conducono uno sciopero della fame contro le esecuzioni. È lì, nelle carceri, la resistenza radicalmente alternativa alla violenza di un regime che ha bisogno di impiccare i loro corpi per sopravvivere.



GIORDANIA: SEI GIUSTIZIATI PER TERRORISMO E NARCOTRAFFICO
Sei uomini sono stati impiccati in Giordania all’alba del 21 giugno 2026, ha annunciato il portavoce del governo e ministro della Comunicazione Mohammad Al-Momani.
Le esecuzioni hanno riguardato individui condannati per reati capitali di competenza del Tribunale per la Sicurezza dello Stato.
Al-Momani ha confermato che le condanne a morte sono state eseguite dopo aver raggiunto la definitività e aver esaurito tutte le procedure legali costituzionali e legali necessarie. Il procedimento si è svolto sotto la diretta supervisione del Procuratore Generale del Tribunale per la Sicurezza dello Stato, in applicazione dell'articolo 359 del Codice di Procedura Penale.
I documenti ufficiali descrivono in dettaglio le specifiche operazioni di sicurezza e antidroga legate a ciascuno dei giustiziati:

La Cellula Terroristica di Salt del 2018
La pena di morte era stata inflitta a Mahmoud Nayef Mousa e Anas Anwar Adel Saleh per aver orchestrato ed eseguito un'operazione terroristica coordinata a Salt nel 2018. L'attentato ha provocato la morte di sei membri delle forze di sicurezza: il tenente colonnello Moath Khamis Al-Damani, il sergente maggiore Ali Adnan Qawqazah, il sergente Hisham Abdul Rahman Al-Aqarbah, il caporale Mohammad Ahmad Bani Yassin, il caporale Mohammad Khaled Al-Hayajneh e il caporale Ahmad Idris Al-Zoubi.

L'omicidio di Al-Dalabeeh del 2022
La sentenza capitale è stata eseguita nei confronti di Ibrahim Mansour Mohammad, condannato per un attentato terroristico avvenuto alla fine del 2022, in cui perse la vita il generale di brigata Abdul Razzaq Al-Dalabeeh.

Resistenza letale alle operazioni antidroga
Le ultime tre esecuzioni hanno riguardato trafficanti di droga di alto livello che hanno fatto uso della forza letale contro agenti delle forze dell'ordine durante raid mirati: Hamzeh Mahmoud Mansour è stato giustiziato per aver aperto il fuoco contro il personale di sicurezza durante un'operazione antidroga nel 2014, uno scontro che ha provocato la morte del caporale Hosam Taleb Al-Abadi.
Khaled Assaf Fayez, anch'egli un trafficante di droga, è stato giustiziato in seguito a uno scontro armato nel 2017, in cui la sua violenta resistenza a una task force antidroga ha portato alla morte del sergente maggiore Mohammad Salameh Al-Saqarat.
Ihab Maher Kamal è stato giustiziato per aver opposto resistenza armata agli agenti che applicavano la Legge sugli Stupefacenti e le Sostanze Psicotrope durante un raid nel 2018, che ha provocato la morte del tenente Ahmad Khaled Al-Rawahneh.
(Fonte: Petra, 21/06/2026)



KUWAIT: CINQUE GIUSTIZIATI PER OMICIDIO
Le autorità del Kuwait la sera del 20 giugno 2026 hanno giustiziato cinque uomini che erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio premeditato e altri reati gravi, ha comunicato la Procura Generale, che ha supervisionato le esecuzioni.
I cinque uomini - tre cittadini kuwaitiani, un egiziano e un residente illegale apolide - sono stati impiccati presso il Carcere Centrale, dopo che le loro condanne sono state confermate dalla Corte d'Appello e dalla Corte di Cassazione e infine ratificate dall'Emiro.
Tra i giustiziati figura Ali Manahi Mefreh Al-Subaie, cittadino kuwaitiano condannato nel 2021 per l’omicidio premeditato di un agente di polizia, commesso con un agguato, tentato omicidio nelle stesse circostanze e possesso illegale di un fucile Kalashnikov e relative munizioni.
È stato giustiziato anche Hassan Salem Ayesh Al-Rashidi, cittadino kuwaitiano, condannato nel 2023 per sequestro di persona con intento omicida, omicidio premeditato, possesso di stupefacenti e possesso di pistola e munizioni senza licenza.
Mahmoud Hamdy Ahmed Hassan, cittadino egiziano, è stato giustiziato dopo essere stato condannato nel 2024 per il sequestro di una donna, stupro, minacce alla vittima per soffocarne la resistenza e omicidio.
Ahmed Mohammed Qate Obeid, un residente illegale apolide, è stato giustiziato in seguito alla sua condanna nel 2021 per omicidio premeditato.
Il quinto uomo, Maleh Al-Hamidi Mefiz Al-Harshani, cittadino kuwaitiano, era stato condannato nel 2017 per un omicidio commesso con premeditazione per mezzo di un agguato.
L'accusa ha dichiarato che gli uomini sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio, tradimento, slealtà e peccato grave, motivati da ragioni quali l'omicidio su commissione, la violazione di legami di amicizia e fiducia, la violenza sessuale e l'aggressione mortale a un'insegnante all'interno di una sala di preghiera in una scuola, un crimine che ha violato la sacralità di un'educatrice, di un luogo di culto e della persona di una donna. L'accusa ha descritto i crimini come espressione di una profonda ferocia e di disprezzo per la sacralità della vita, affermando che la pena inflitta dovrebbe servire da deterrente per chiunque nutra intenzioni simili.
(Fonte: Kuwait Times, 21/06/2026)



I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA

GENOVA: 3 LUGLIO ASSEMBLEA SUL CARCERE

3 luglio 2026
Ore 16:00
Palazzo Tursi
Genova

ASSEMBLEA
La comunità penitenziaria: Il carcere secondo Pannella

Introducono e moderano
Fabiana CILIO e Sergio D’ELIA
Presidente della Camera Penale e Segretario di Nessuno tocchi Caino

Intervengono
Rita BERNARDINI | Elisabetta ZAMPARUTTI | Alberto PANDOLFO | Doriano SARACINO | Marco CAFIERO | Giulia TRONCATTI | Cristina LODI | Marco BOSIO | Domenico CHIONETTI | Simone D'ANGELO | Marco DE BENEDICTIS | Francesca GHIO | Margherita MERETO | Ruggero NAVARRA | Emanuele OLCESE | Stefano PETRELLA | Nicola SCODNIK | Serena STAGNARO

Info 335 8000577



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