Due righe su "Via Trento" di Daniele Ridolfi

 

Secoli fa avevo promesso a Daniele Ridolfi di recensire il suo “Via Trento” e dopo un sacco di tempo sono arrivato a scrivere queste due righe per ciascuna canzone. Raid è cresciuto nel mio stesso paese, Costa Masnaga. Ci siamo poi incontrati nella tumultuosa vita lecchese un po' per caso e sono contento che sia successo. Queste due righe non sono una recensione ma micro riflessioni su cosa mi hanno fatto pensare queste canzoni tutte voci, armonica e ukulele, una cassa lontana. E tanto tanto punk per come lo intendo io. Risuonano un po' in quel modo con cui dopo aver passato cassette agli amici finivo sempre a parlare dei nostri sogni, dei nostri drammi, della scuola, della famiglia, della ragazza che amavamo e che magari ci aveva spezzato il cuore, dei lavori di merda che ci aspettavamo. In realtà ancora oggi lo faccio. Quando passo un libro, un file, un link finisco sempre a parlare d'altro, ad ascoltare, a piangere, a sorridere, a prendere appunti durante la notte o alle prime luci del mattino con lo stomaco rotto e poca voglia di vivere.

Un disco pieno d'amore.

Idee confuse: Sul Besanino ho trovato quegli amici che mi hanno salvato la vita appena uscito dalle medie. Che mi hanno permesso di scrivere e respirare, di non affondare, di non farmi fuori, di superare la vita di provincia. Arrivato a 41 anni non lo so ancora che cosa vorrei fare nella mia vita. Probabilmente solo leggere, scrivere e bere una birra fresca. Scopare, camminare sul lago. E durante questo lockdown ho sentito tremendamente anche la mancanza del cinema dove lavoro, dei miei colleghi coi quali non vado per niente d'accordo. Io col mio carattere di merda, sempre insofferente, sempre timido, sempre angosciato. In testa la statua San Rocco. L'ultima volta che mia madre andò a messa prima di morire fu alla festa di San Rocco. 16 agosto. Son cresciuto a Costa Masnaga in via Galileo Galilei ma a Lecco ho trovato la vita. Sono ancora oggi uno schifo d'uomo che vorrebbe solo scomparire. Eppure ogni giorno ricordo il viso sorridente della Betty che mi dice: Fammi leggere cosa scrivi su quei quaderni. La Betty.

Per il tuo nome: Non diventerò mai padre, non ho il carattere e uno stile di vita che me lo possa permettere. Non sarei un buon padre. Col mio di padre ho un rapporto instabile. Nemmeno riesco a chiamarlo papà. Anche se ci sentiamo ogni giorno. Lui mi dice che somiglio fin troppo a mia madre. Non posso dire di odiarlo ma non so nemmeno perché dovremmo amarci.

Imparerà domani: L'altro ieri dopo un temporale ho visto due tossiche sorridere e lanciarsi schizzi di birra. Mi hanno lanciato sorrisi e richieste. Due franchetti non li hai Andre? E son tornato a casa con la mia angoscia e la mia confezione di otto birre da mezzo litro. E tu che mi chiedi: Riuscirai un giorno a dormire senza incubi? Senza svegliarti ogni ora? E poi ci siamo guardati e abbiamo sorriso. E abbiamo guardato i nostri manoscritti. Le nostre cicatrici. I nostri libri. I nostri permessi di soggiorno e lavoro ormai in scadenza. Le otto birre aggiunte a un litro di bianco chimico. E mi hai detto: Accendi lo stereo. Fammi vedere un film che non ho mai visto. Fuori i fulmini illuminavano le strade di scheletri.

Le Quattro di Notte: Il primo concerto dei miei amici Turk 182. Io che una volta salto su un palco e brucio il mio romanzo d'esordio. Tanto fuoco su quel palco a Galbiate. La giovinezza che mi fa ancora lacrimare. I Reparto 77.

Samba triste: Ecco io quando riascolto questa canzone penso sempre alle peruviane che suonano fuori dai supermercati per poter vivere. Che lavano i loro figli nelle docce dello stadio. Che ricevono insulti e spiccioli. Quasi mai una parola di conforto e rispetto. Quando ancora il cinema era aperto e parcheggiavano davanti allo stadio sapevano che di me potevano fidarsi. Non chiamavo mai i poliziotti per far sloggiare le loro Espace o i loro Ducato scassati. Sapevano che i loro figli potevano giocare tranquillamente nel piazzale. Penso anche al campo di patate dove ho giocato col Costa Masnaga e a quella squadra di debosciati del Bulciago dove mi accolsero coi miei silenzi e la mia rabbia. "Loro" non capiranno mai per cosa giochiamo noi proletari.

Giocondo: Le nostre città diventate dei carceri a cielo aperto. Le nostre strade ripulite dagli indesiderati, da quelli considerati matti, dagli scarti, dai rumorosi, dai brutti, da tutti noi per soddisfare la brava gente che vuole vivere tranquilla, che vuole strade per lo shopping o la mostra giusta E la voglia di far esplodere tutto. E i giorni che mi chiedono di indossare una cravatta, il vestito rispettabile mentre io sono ancora in jeans e maglietta nera e scarpe da tennis. E non c'è giorno che non abbia una cascata di ricordi e sensi di colpa che mi facciano lacrimare. Perché c'è sempre mancato poco che io finissi in un carcere, in un istituto psichiatrico o per strada a fare colletta per poter vivere.

Via Trento: Il mio quartiere popolare fatto tutto di palazzi. Le mie piccole storie di vita. Le lavatrici in comune. Venti centesimi ogni dieci minuti. Le sirene. Le case occupate. Le case sgangherate. Gli spacciatori. Le pareti che ho imbiancato per non crollare nella depressione. La mia sveglia alle 4 e 30 di mattina per andare al lavoro. Il Piccadilly con Jessica che inforna brioches surgelate con unghie ogni settimana di colore diverso. Togo e il popolo della notte che incontro quando comincio a pulire il cinema. Mia madre che in sogno mi prepara le lumache. La musica che mi tengo nelle cuffie. I topi che escono dal fiume. I Fugazi in fissa da settimane. I Campari col bianco per superare le stanze d'ospedale. Le ballerine che lanciano scarpe col tacco contro le pareti del Cimitero. Una cassetta degli Embrace ritrovata in fondo a uno zaino. Lecco. La città dei miei sogni. Dove non riuscirò mai a vivere. Her Tongue Was Tattoed On The Back Of Her Teeth. 

 

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