"Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani" di Antonio Franchini (NNE)
“Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata, dai Masai, Ngàje Ngài, la Casa di Dio. Vicino alal vetta occidentale c'è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell'altitudine.” (Ernest Hemingway, Nevi del Kilimangiaro)
Che belli i dieci racconti de “Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani”di Antonio Franchini (NNE) che scompongono e ricompongono tutto l'universo hemingueiano. Attenzione non siano di fronte a un cover o a una riscrittura ma un atto d'amore purissimo verso Hemingway, il suo stile, i suoi racconti, le sue tematiche. Un atto d'amore trasformativo e liberatorio. Uno stile limpido, chiaro che mette a nudo la fragilità dell'essere umano. In questi racconti troverete i suoni/sapori/silenzi della morte, le discese lungo il fiume (non credo che potrei mai vivere lontano da un fiume e da un lago), la tauromachia, anziani lottatori che si sfidano in un ultimo combattimento, i muscoli tesi nello sforzo fisico, l'ebbrezza dell'incontro vitale, l'amicizia che si dipana fra ricordi e romanzi (non conoscevo Alan D. Altieri), gli abbandoni, la dedizione a una disciplina, la pesca (sono anni che sogno di trovare la forza di diventare un pescatore), i cimiteri, Cuba, la caccia, i leopardi, il Congo, la Spagna, le vite dei toreri, la guerra di trincea, i libri da regalare, le donne bellissime/sciupate/tentatrici/corteggiate, la tentazione di superare ogni limite, la giovinezza affamata d'emozioni e perduta, la ricerca di quel dannato segreto per poter affrontare le traversie dell'esistenza.
Difficile aggiungere altro a racconti che vivono per essere letti.
Vi lascio solo due estratti dal racconto “Il suicidio dell'indiano”:
“Ma perché si uccide l'indiano? Perché, se non lo ha fatto prima che il dottore arrivasse, lo fa adesso, quando il dottore è sul posto e sta già operando la donna e probabilmente la salverà? Hemingway non lo spiega. Alla giusta domanda di Nick: “Perché si è ucciso, papà?” risponde soltanto: “Non so, Nick, non ha potuto resistere, immagino”. La spiegazione non poteva convincermi anche perché nei libri di avventura che avevo letto e nei film che vedevo ci spiegavano che gli indiani sopportavano il dolore meglio di chiunque altro. C'era un immaginario intero sul loro stoicismo: un film celebre in quegli anni, Un uomo chiamato cavallo, aveva reso noto il sanguinoso rito chiamato sun dance. Era un sacrificio iniziatico nel quale il danzatore si perforava il petto con due ossa di bisonte legate a un albero sacro per mezzo di funi e girava in tondo per ore emettendo un suono lamentoso da un fischietto ricavato da un osso d'aquila, finché il petto non si lacerava. Questo, ci raccontavano, sapevano sopportare gli indiani, ed ecco che uno di loro si tagliava la gola perché incapace di reggere una sofferenza neanche sua, ma della moglie che stava partorendo, un atto naturale che, rispetto alle donne dei paesi progrediti, le native sbrigavano – forse era un altro luogo comune – senza nessuna particolare ansia. Non si spiegava. Soprattutto non si spiegava perché Nick non facesse al padre la domanda più ovvia: se quell'uomo ha sopportato i lamenti della donna per due giorni, perché si è ucciso proprio quando sei arrivato tu e la tua agonia stava per finire?
Quelle che venivano dopo, nella loro sconcertante semplicità, erano tra le battute di dialogo più belle che io conoscessi:
“Molti uomini si uccidono, papà?”.
“Non moltissimi, Nick”.
E subito dopo:
“È difficile morire, papà?”.
“No, credo che sia piuttosto facile, Nick. Dipende”.
Questo dialogo era stato scritto da un uomo che si sarebbe ammazzato, a proposito di un genitore che si sarebbe ammazzato, perché il racconto è del 1924 e il dottor Clarence Hemingway si uccide quattro anni più tardi.” (pp. 179-181)
e il finale del racconto:
“No, non bisogna interrogarsi troppo su coloro che cercano presenze incoerenti in luoghi inverosimili, esseri umani o animali che siano. Passano nella tua vita belve e showgirl tra le quali puoi scoprire affinità impossibili e nelle quali andrai a cercare la tua idea di bellezza, di forza, di desiderio. È nell'incertezza e nell'impermanenza di queste qualità che avrei scoperto come niente dura. Ed è nella stranezza incondivisibile delle associazioni suggeritegli dalla fantasia che ognuno misura la propria solitudine.” (pag. 188)


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