"Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carroll (Einaudi, traduzione di Alessandro Ceni)

 


“Le avventure di Alice nel Paesedelle Meraviglie” è prima di tutto per me il cartone animato della Walt Disney del 1951 visto insieme al resto della famiglia. Ne sono ancora innamorato. Prima il cartone che il libro insomma. La prima volta che lo lessi fu alle elementari e lo trovai ostico, difficile, complicato e anche un po' noioso. Non ci capii poi molto. È stato solo ai tempi del Liceo quando, durante le lezioni d'inglese, la mia meravigliosa insegnante mi spalancò orizzonti di significati, visioni, rimandi e sbocciò l'amore per i personaggi di questo libro, per l'inventiva, per lo stato d'animo che avevo mentre lo leggevo. Devo tantissimo alla mia professoressa d'inglese anche per avermi aiutato sin dalla prima lezione in Collegio visto che ero il solo che alle Medie aveva studiato Francese. La professoressa Anna Colombo mi fornì chiavi d'interpretazione degli scritti di Carroll ma soprattutto, sapendo quanto amassi la letteratura, mi aprì un universo a 360 gradi che comprendeva Auden, Yeats, Shakespeare, Joyce, Blake (lo portai all'esame di Maturità) e poi sulla letteratura americana. Era una professoressa severissima, burbera ma ci voleva un bene dell'anima Rileggendolo insieme a “Attraverso lo specchio” non posso che ringraziare le necessarie note al testo ma anche le parole di Wystan Hugh Auden:

La domanda per un lettore adulto di Lewis Carroll, comunque, non riguarda le particolarità psicologiche, ma la validità della sua eroina. Alice, in altre parole, è un simbolo adeguato per ciò a cui ogni essere umano dovrebbe cercare di somigliare? Sono propenso a rispondere in modo affermativo. Una ragazzina di undici anni (o un ragazzo di dodici anni) che viene da una buona famiglia – vale a dire una famiglia dove ha conosciuto sia l'amore sia la disciplina e dove la vita della mente è presa sul serio, anche se non in modo solenne – può essere una creatura straordinaria. Superata l'infanzia, ha imparato l'autocontrollo, acquisito il senso della propria identità e sa pensare in modo logico senza smettere di lavorare di fantasia. Non sa, è ovvio, di aver conquistato il senso d'identità in modo troppo facile – più un dono dei genitori che una conquista personale – e che lo perderà molto presto, prima dello Sturm und Drang dell'adolescenza e poi, entrando nel mondo sociale degli adulti, presa dall'ansia del denaro e della condizione sociale. Ma non si può incontrare una ragazzina o un ragazzino di questo tipo senza sentire che quello che è – per caso e momentaneamente – è ciò che, dopo molti anni e innumerevoli follie ed errori, si vorrebbe, infine, diventare.” (pp. XV-XVI)

o quelle di Stefano Bartezzaghi:

Wonder significa anche “chiedersi: rivolgere domande a se stessi, e anche domandare di sé. Un bambino non sa chi è, ed è per questo che la protagonista è un esponente del regno dell'infanzia anagrafica. Ma questi libri non si rivolgono a un'infanzia puramente anagrafica. Ieri e oggi configurano un'infanzia che non ha molto a che fare con le nostre cronologie individuali e collettive. È un periodo archeologico a ben vedere interminabile, sempre presente in qualche strato parallelo della nostra coscienza, e precede logicamente (ancora più che cronologicamente) la nostra certezza di non essere Mabel, o qualsiasi altro disgraziato. Ognuno di noi deve tornare molto di frequente a questa preistoria di sé e far ricorso alle risorse che sola ci può offrire, perché non solo il mondo è pieno di Meraviglia che possono spaventare – se si è troppo sicuri di quel che si è, di chi si è – ma perché ognuno di noi è di per sé spaventoso per il mondo e per tutti gli altri. La vera Meraviglia, quella che davvero sgomenta Alice (e ognuno di noi), è la Meraviglia di qualcun altro: non è quel che Alice trova al di là dello Specchio, ma è lo scrutinio del mondo su di sé, lo sguardo che avverte arrivare da al di là del suo specchio personale, l'occhiuto fantasma del Qualcun Altro che vuole entrare nella stanza e si chiede (Wonder!) come funziona il suo mondoe anche lì c'è una stanza dopo la piega del corridoio, se gli orologi funzionano allo stesso modo, che Tempo e che Spazio e che Gente ci sarà. [...] Essere al mondo significa stringere patti con l'Unicorno.” (pag. XXVI-XVII)

che aiutano nella comprensione di alcuni passaggi ostici ma soprattutto non riesco proprio a smettere di meravigliarmi ogni volta che lo rileggo e a farmi avvolgere da tutti i ricordi che mi si scaricano addosso. Sono ancora quel bambino solitario che preferisce trascorrere le sue giornate a leggere in stanza, steso su un prato, in riva al lago e che nei libri trova bellezza, sogni, idee, avventure, dubbi, conforto, abbracci, pace, serenità e un modo per stare al mondo e non morire.

I prossimi mesi saranno ancora più duri di quelli che sono appena trascorsi.

E se va avanti così la lettera di licenziamento è garantita. 

La depressione sta sempre dentro di me.

Ma i libri me li tengo stretti al cuore.


(Spirit Ditch)

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