Il primo bacio, la morte e +Il rifugio" di Tana French (Einaudi, traduzione di Alfredo Colitto)

 

Ieri ho saputo che è morta la ragazza, ormai divenuta donna, che mi diede il mio primo bacio. Si chiamava Evelyn. Un tumore. 42 anni quest'anno. Prima media, eravamo in sei, avremmo dovuto fare una ricerca di gruppo e invece giocammo al gioco della bottiglia. Per me si stava già aprendo quel periodo di distacco dal mio paesino. Mi stava tutto stretto. Trovavo tutto soffocante. E appena finite le medie non parlai con quasi nessuno dei miei coetanei. So che chiedono di me a mio padre. Per alcuni è strano che io sia ancora vivo. Ad altri dispiace di avermi perso di vista. Altri penseranno che io sia uno stronzo. Altri si saranno dimenticati di me. Io so solo che quel pomeriggio Evelyn era bellissima e maturando era diventata ancora più bella. E so che ci ho pianto sopra bevendo un paio di birre e ricordando i suoi occhi da gatto. E rendendomi sempre più conto di come sto invecchiando. E di quante persone a me care ho già perso.

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Ho provato a dare una seconda opportunità a Tana French perché ho trovato "Il rifugio" (Einaudi, traduzione di Alfredo Colitto) usato a 4 franchi (3 euro) e come nel caso precedente l'ho trovato un'occasione persa: troppe pagine, troppo materiale, troppa pedanteria. La storia sarebbe stata anche interessante (padre, figlio e figlio uccisi e con la sola madre sopravvissuta), la storia anche (un complesso residenziale disastrato in riva al mare d'Irlanda che avrebbe dovuto realizzare i sogni di ogni famiglia), le riflessioni sulla crisi economica, la coppia di detective pure (l'esperto Mick Kennedy con la sua dedizione al lavoro, un passato di dolore e una sorella problematica e il giovane Richie Curran che sogna di fare carriera ma che forse non è davvero tagliato per lavorare in polizia) ma alla fine il romanzo si dilunga, si riempie di pagine e seppur denso di dialoghi scritti perfettamente (se fosse un romanzo di soli dialoghi sarebbe stato formidabile) alla fine sono tutte le spiegazioni ad avermi rotto il cazzo e tutti questi infiniti particolari, tutto questo rimuginare, tutto questo sviscerare ogni evento/ricordo dall'inizio alla fine mi hanno annoiato facendo evaporare tutto il fascino doloroso che questo romanzo avrebbe potuto avere. Sembra proprio che ormai, in campo giallo/noir, se uno non scrive un'opera sulle 600 pagine (dio santo quanto scrivono i nordici e non solo) o non segue la scia insopportabile di Montalbano/Carofiglio/DiGiovanni e compagnia bella va in astinenza e si sente in colpa. 

E ogni anno che passa mi tengo sempre più stretti i miei scrittori noir preferiti che poco hanno a che fare con questa roba.

Forse sono solo troppo snob ma sono stanco di questi romanzi.

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