"Morire. Una vita" di Cory Taylor (ilSaggiatore, traduzione di Andrea Libero Carbone) + eutanasia + referendum sulla giustizia
"Da qualche parte ho letto che oggi morire significa morire di più, morire più a lungo, sopportare più incertezza, sottoporre noi stessi e le nostre famiglie a più delusioni e disperazione. Dato che siamo in grado di vivere più a lungo, siamo anche condannati a morire più a lungo. Se è così, perché sorprendersi se alcuni di noi cercano i mezzi per mettere fine al calvario con dignità, quando ancora si ha la possibilità di decidere da soli? Dove sta il crimine in questo? Un doloroso addio, un'occasione per baciare un'ultima volta ciascun volto amato prima che scenda il sonno, che la sofferenza si ritiri, il terrore si dissolva e la morte sia sconfitta dalla morte stessa." (pag. 148)
"Morire. Una vita" di Cory Taylor (ilSaggiatore, traduzione di Andrea Libero Carbone) è un libro autobiografico meraviglioso. Pubblicato due mesi prima della morte dell'autrice malata da tempo di un melanoma. Un libro che non mi va nemmeno troppo di commentare perché è un libro solo da leggere e che nulla ha da spartire con tutti quei best sellers ulla malattia finiti in classifica o al centro dei dibattiti stanchi e noiosi su malattia, morte, rinascita. E lo scrivo con tutto il rispetto per tutti coloro che hanno scritto questi libri, hanno vissuto il dramma della malattia, sono anche morti e tutti i loro familiari che hanno sofferto le pene dell'inferno.
Dentro a questo libro c'è uno spessore letterario unico. Lo si legge pieni di gioia e dolore e si viene travolti da tutta una serie di domande, di dubbi, di spunti, di drammi familiari affrontati sempre in una maniera incredibile e con una lucidità e fragilità che mi hanno lasciato senza fiato. È un libro che ho letto in un pomeriggio ma che mi rimarrà appiccicato addosso per chissà quanto tempo. Quasi un manifesto di liberazione. Si parla di eutanasia, di demenza senile, di morte, di Giappone, di Australia, di legami familiari, di accettazione di ciò che sta accadendo e non c'è mai stato un secondo che ho sentito la voglia di abbandonare la lettura. Ma è per come è scritto che mi ha commosso: nessuna indulgenza al pietismo, alle ansie da classifica, nessun ricatto al lettore e un ritmo perfetto che mette i brividi tanto che si sentono le frasi proprio in bocca mentre lo si legge. Un libro pieno di ceneri, di parole, di consapevolezza, di dolore, di amore.
"Morire" è un libro splendido e da studiare e che sembra una fiaba nera tanto sembra una storia raccontata per far addormentare quei bambini, come me, che hanno paura del buio. Ho segnato tante di quelle frasi che praticamente dovrei sottolineare tutto questo libro.
"Il mio messaggio d'addio era in forma di scuse. Avevo scritto: "Mi dispiace. Vi prego, perdonatemi, ma se dopo l'intervento mi sveglio gravemente menomata, incapace di camminare, in tutto e per tutto dipendente dagli altri, preferisco mettere fine alla mia vita". Poi ripetevo ancora cose che avevo detto loro centinaia di volte: quanto li avevo amati e quanta gioia mi avevano regalato. Grazie, dicevo. Parlate con me quando me ne sarò andata, io starò ad ascoltare. Non potevo dire con certezza che sarebbe stato così, ma era il massimo del metafisico a cui potevo spingermi, e in qualche modo in quel frangente la cosa aveva un suo senso, dato che stavo già scrivendo ai vivi dal punto di vista di un morto." (pag. 13)
Quando l'ho chiuso ho pianto perché ho pensato alla voce mia madre che somiglia molto alla voce di Cory Taylor. Quella stessa voce letteraria. Il suo modo di raccontarsi e affrontare il mondo. Ho trovato tantissimo di lei in questo libro. Me la ricordo quando il giorno di Natale, 17 giorni prima di morire, mangiò un piattino di cassoela. Sapeva che nel giro di poco avrebbe avuto disturbi a quel poco che le restava di stomaco e intestino ma mi guardò e mi disse: "Sto per morire Andrea e vorrei tenermi stretta qualche bella sensazione nei prossimi giorni" e poi si mise a raccontarmi del fiume Aare a Berna e a dirmi che era arrabbiata perché non l'avevo mai portata a Londra.
Sei mesi prima di quel Natale sapeva già di essere malata (lo era da almeno due anni) ma prima di andare dal dottore volle andare in vacanza a Roma e aspettare che io e la mia compagna tornassimo dalla vacanza a Maiorca. Odiava i dottori, viveva la vita alla giornata. Faceva progetti ma era come se non gli desse molta importanza perché era consapevole della fragilità fra vita e morte.
Quando mi arrabbiai con lei mi disse: "Noi due siamo uguali Andrea. Tutta la vita che giriamo intorno alla morte. Ho paura, tanta paura ma è tutta la vita che ci giro intorno, che mi circonda. Ho pure il nome di mio fratello che è morto e anche i tratti del viso. Quando mi guardano vedono i tratti femminei di tuo zio Adriano".
Lei era favorevole all'eutanasia come lo sono io.
E mi auguro che in tanti vadano a firmare per permettere il referendum per l'eutanasia legale.
Io andrò a firmare sabato a Lecco e firmerò anche i 6 referendum sulla giustizia promossi da noi del Partito Radicale e dalla Lega.
E nel 1993 avevo 14 anni e In Utero è l'album della mia vita.
In assoluto.


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