NESSUNO TOCCHI CAINO - LA LEZIONE DEL CASO CRESPI: BASTA CARCERE A OGNI COSTO
NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS
Anno 21 - n. 28 - 10-07-2021
Contenuti del numero:
1. LA STORIA DELLA SETTIMANA : LA LEZIONE DEL CASO CRESPI: BASTA CARCERE A OGNI COSTO
2. NEWS FLASH: USA, DOPO LE CRITICHE A BIDEN ARRIVA LA (QUASI) MORATORIA
3. NEWS FLASH: EGITTO: STUDENTE COSTRETTO A CONFESSARE E POI GIUSTIZIATO
4. NEWS FLASH: COSTITUITO COMITATO INTERNAZIONALE PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA CAPITALE NEL MONDO ARABO
5. NEWS FLASH: IRAN: KHEZR GHAVIDEL ASSOLTO 10 MESI DOPO ESSERE STATO IMPICCATO
6. I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : DESTINA IL TUO 5X1000 A NESSUNO TOCCHI CAINO
LA LEZIONE DEL CASO CRESPI: BASTA CARCERE A OGNI COSTO
Simona Giannetti su Il Riformista del 9 luglio 2021
La decisione dei magistrati di sorveglianza di Milano, che hanno
scarcerato Ambrogio Crespi il 23 giugno scorso, ha un valore che
scavalca i confini del singolo caso.
“Nei lunghi anni trascorsi dal fatto oggetto della condanna, ad oggi
Crespi Ambrogio non solo ha condotto la sua esistenza nei binari della
legalità, in una dimensione … che non ha registrato ombre, ma ha
indirizzato le proprie capacità professionali verso produzioni
pubblicamente riconosciute come di alto valore culturale di denuncia
sociale e impegno civile, ed efficaci strumenti di diffusione di
messaggi di legalità e di lotta alla criminalità. Proprio questo
impegno, che lo ha portato via via ad essere identificato come esempio
positivo dal pubblico delle sue opere e da chi gli ha conferito vari
riconoscimenti, appare come elemento eccezionale nella valutazione delle
ripercussioni di una pena detentiva applicata a distanza di molti anni
per un reato riconducibile proprio alla criminalità organizzata”. Questo
è quanto scrivono nell’accogliere la richiesta del differimento della
pena, che scadrà il 9 settembre prossimo, a sei mesi dall’irrevocabilità
della sentenza.
A distanza di una decina di anni dal fatto, pur senza aver mai smesso di
rivendicare la sua innocenza, Crespi accettava la decisione definitiva e
l’11 marzo scorso si costituiva nel carcere di Opera. Dello “stile di
comportamento tale da apparire certamente al di fuori del contesto
detentivo” scrive la relazione dell’istituto penitenziario; l’assenza di
collegamenti con la criminalità è l’esito delle rituali note delle
direzioni nazionale e distrettuale antimafia. Evidente è l’anacronismo
giuridico di una pena in carcere a ogni costo, che si scontra con
l’urgenza di un correttivo in nome della giustizia sostanziale.
Diversamente significherebbe accettare il rischio di trasformare la pena
in una duplicazione del percorso di riabilitazione: se il carcere è
rieducazione, la sua inutilità nei confronti di una persona chiaramente
reinserita socialmente diviene trattamento inumano e degradante, seppur
ritualmente disposto con una sentenza di condanna.
È qui che il caso Crespi fa i conti con un ordinamento, che non prevede
l’ipotesi della rieducazione inesigibile al di là dell’automatismo della
pena a ogni costo: cosa che fa il paio con l’irrinunciabile pretesa
punitiva dello Stato, che utilizza l’alibi della rieducazione senza
prevedere gli anticorpi a una pena ingiusta nei confronti del condannato
che, durante l’attesa di un processo che duri ben oltre i tempi della
funzione risocializzante della pena, abbia già dato prova di aver
riparato nei fatti e di essersi riabilitato.
È qui che si esprime tutta l’urgenza di riparare nell’ordinamento al
rigorismo legislativo della pena che si presenti illogica: il fatto che
Crespi fosse stato letteralmente dimenticato dallo Stato per quasi nove
anni e che, solo a sentenza definitiva, fosse stato costretto a fare le
valigie per entrare in una cella, era già un anacronismo. Del resto
anche l’impegno artistico dei suoi film costituirebbe una forma di
riparazione. La domanda di grazia è stata per Crespi la richiesta di un
atto di clemenza che, come scrivono anche i magistrati nel considerarla
non manifestamente infondata ai fini del differimento della pena,
risponde a “un’esigenza di rimedio agli anacronismi legislativi”. Ciò
avviene in un contesto normativo, in cui la irrinunciabile pretesa
punitiva dello Stato, in termini di carcere ad ogni costo, va a
braccetto con l’automatismo della pena detentiva per condanne al di
sopra dei 4 anni – soglia che non ha limiti nel caso si versi
nell’ipotesi dei reati dell’art 4 bis dell’ordinamento penitenziario.
Nel suo ultimo Congresso, Nessuno tocchi Caino dedicò un’ampia
discussione al tema del diritto penale e della pena in una sessione dal
titolo, appunto, “Non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio
del diritto penale”. Oggi , anche in attesa del Congresso che si terrà a
dicembre, conforta sapere che la Guardasigilli Marta Cartabia, emerita
Presidente della Consulta, abbia dichiarato di recente che una riforma
del sistema penale non possa lasciar fuori, senza essere incompleta, la
materia dell’esecuzione della pena: sullo sfondo c’è la sua idea di un
sistema sanzionatorio che si orienti verso il superamento del carcere,
come unica risposta al reato, e che dia spazio all’incremento del valore
delle condotte riparatorie. Vogliamo essere speranza e augurarci che il
caso Crespi possa costituire fonte di ispirazione per un rinnovamento
dell’esecuzione penale, che non consideri più il carcere come l’unica
via della rieducazione.
L’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Milano è una traccia
perfetta per una riforma legislativa, tanto necessaria quanto urgente,
volta ad affrontare e risolvere le migliaia di altri casi di condannati
in via definitiva per i quali la pena carceraria può rivelarsi in
concreto non solo inutile, ma anche dannosa.
Per saperne di piu' : https://www.ilriformista.it/ca
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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH
USA, DOPO LE CRITICHE A BIDEN ARRIVA LA (QUASI) MORATORIA
Valerio Fioravanti su Il Riformista del 9 luglio 2021
Ci sono degli inconvenienti a essere “l’uomo più potente del mondo”: se
una cosa non funziona, diventa difficile dare la colpa a qualcun altro.
Va bene, ammesso che un Presidente degli Stati Uniti possa ancora oggi
essere considerato l’uomo più potente del globo, rimane il fatto che
quasi tutti i media avevano criticato Merrick Garland, il Ministro della
Giustizia di Biden, per aver cercato di ottenere la condanna a morte
per un giovane terrorista ceceno (vedi Riformista 25 giugno). Le
critiche erano più che giustificate: Biden, e la sua vice Harris, in
campagna elettorale avevano entrambi fatto promesse molto “garantiste”.
Biden non ha preso la parola su questo incidente, ha incaricato un
portavoce di fare riferimento a una non meglio precisata “autonomia” del
Ministro Garland, e ha aspettato qualche giorno che le polemiche si
smorzassero.
Una settimana dopo, probabilmente certi di aver trovato il momento
opportuno, la congregazione ebraica Dor Hadash ha scritto a Garland,
ebreo anche lui: “non vogliamo che il governo chieda la pena di morte
contro un suprematista bianco che nel 2018 ha ucciso 11 fedeli nella
nostra sinagoga di Pittsburgh”. È passata un’altra settimana, e Garland,
evidentemente questa volta non “in autonomia” da Biden, ha disposto che
non vengano chieste altre condanne a morte fino a quando alcuni aspetti
delle leggi in materia non saranno riesaminati. Sui media non americani
tutti hanno titolato che si trattava di una moratoria. In realtà è una
“quasi moratoria”.
Garland infatti ha sospeso non l’intro meccanismo della pena di morte
federale, ma solo le modifiche che a questo meccanismo sono state
apportate sotto l’amministrazione Trump, che come è noto, con
l’avvicinarsi delle elezioni, voleva dare prova di “durezza” e ha
modificato alcuni regolamenti per aggirare alcune questioni di metodo
(per le esecuzioni) poste da giudici federali.
Il portavoce della Casa Bianca, Andrew Bates, ha fatto eco: “Il
Presidente Biden approva l’iniziativa del Procuratore Generale. Egli
nutre notevoli preoccupazioni sulla pena di morte e su come viene
applicata, e crede che il Dipartimento di Giustizia dovrebbe tornare
alla sua precedente prassi di non compiere esecuzioni”. Questo è il
problema: “la precedente prassi di non compiere esecuzioni” è stata la
strategia degli ultimi presidenti, tra cui il conservatore George W.
Bush e il progressista Barak Obama, di lasciare tutto fermo, limitandosi
a evitare che nuove esecuzioni venissero messe in calendario. Poi è
arrivato Trump, e ci ha messo poco a far saltare una strategia basata
solo sul far finta di nulla.
E infatti, gli avversari della pena di morte sono preoccupati: se Biden
non va oltre, per il prossimo presidente “durista” sarebbe questione di
poche ore ricominciare con le esecuzioni. Vogliono che Biden commuti
tutte le condanne a morte federali in altrettanti ergastoli. Dopo una
commutazione, in base all’ovvio principio che una legge può essere
retroattiva se migliora le condizioni di un reo, ma non può esserlo se
le peggiora, perché un nuovo presidente potesse far compiere altre
esecuzioni servirebbe prima cambiare di nuovo la legge, poi celebrare
nuovi processi, ottenere nuove condanne a morte, attendere il lungo iter
dei ricorsi… insomma, dopo le commutazioni servirebbero molti anni per
una eventuale nuova esecuzione.
Ma se fino a ora tutti i “garantisti” si sono dichiarati largamente
insoddisfatti, è anche vero che tutti confidano in una evoluzione.
Robert Dunham, Direttore del Death Penalty Information Center, ha
notato: “Se la revisione che farà il Dipartimento è così limitata come
suggerisce il memorandum – cioè, affronta solo le cose che
l’amministrazione Trump ha fatto per accelerare le esecuzioni – a
malapena scalfisce la superficie della riforma della pena di morte. In
poche parole, se l’amministrazione non abroga o commuta, non sta
prendendo provvedimenti per porre fine alla pena di morte federale.
Biden non sta adempiendo all’impegno della campagna elettorale”. La ONG
Witness to Innocence ha twittato che l’azione del Dipartimento di
Giustizia è un “passo nella giusta direzione, ma non abbastanza. Biden
può e deve commutare le condanne a morte”. Suor Helen Prejean, una delle
più note attiviste statunitensi contro la pena di morte, che è stata
anche Preside
nte di Nessuno tocchi Caino, ha commentato: “Mentre una moratoria sulle
esecuzioni federali ha un valore simbolico, abbiamo visto il pericolo
di mezze misure che non affrontano completamente la fondamentale
fragilità del nostro sistema di pena di morte. È necessario di più”.
EGITTO: STUDENTE COSTRETTO A CONFESSARE E POI GIUSTIZIATO
Le autorità egiziane il 4 luglio 2021 hanno giustiziato uno studente
universitario che era stato riconosciuto colpevole del tentato omicidio
di un ufficiale di polizia, avvenuto ad Alessandria nel 2018, ha reso
noto un gruppo per i diritti citando la famiglia del giovane.
Secondo la Rete Egiziana per i Diritti Umani (ENHR), l'Autorità
carceraria ha giustiziato Moataz Mustafa Hassan, uno studente di
ingegneria di 27 anni, all'interno di una prigione del Cairo. Il suo
corpo è stato poi trasferito all'obitorio di Zeinhom in attesa di essere
consegnato alla sua famiglia per la sepoltura.
Il 14 giugno 2020, in una sentenza definitiva, il Tribunale Speciale per
la Sicurezza dello Stato, presieduto dal giudice Mohamed Sherine Fahmy,
aveva condannato all'impiccagione tre imputati, tra cui Hassan, nel
caso del tentato omicidio dell'ex Direttore della Sicurezza nel
Governatorato di Alessandria, il generale maggiore Mustafa Al-Nimr,
risalente a marzo 2018.
Un'esplosione colpì il convoglio di Nimr nella zona di Sidi Gaber ad
Alessandria causando la morte di due sue guardie, secondo il Ministero
degli Interni. Il caso riguarda 11 imputati, nove dei quali sono stati
processati in contumacia.
Il 22 aprile 2018 le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella casa
di Hassan, nella zona di King Mariout ad Alessandria, lo hanno
aggredito e trascinato in strada, davanti a testimoni oculari. In
seguito sua madre e sua sorella minore sono state arrestate e
minacciate, per costringere il giovane a confessare.
Secondo l'ENHR, i tre sono stati torturati all'interno di una delle sedi della sicurezza ad Alessandria.
Il gruppo ha affermato che Hassan è forzatamente scomparso per un
periodo di due mesi fino a quando il Ministero degli Interni egiziano ha
comunicato il 28 giugno 2018 il suo arresto, insieme a quello di un
altro imputato.
"Gli investigatori lo hanno minacciato che avrebbero violentato sua
madre e sua sorella di fronte a lui se non avesse confessato", ha detto
Ahmed Attar, direttore esecutivo di ENHR, a Middle East Eye.
Per Attar, l'accusa ha condotto le indagini in assenza dell'avvocato di Hassan, in violazione della Costituzione.
"Durante il processo, Hassan ha fornito prove della tortura, con segni
visibili sul suo corpo, e la sua famiglia ha presentato numerose denunce
relative alla sua sparizione forzata, ma tutto ciò è stato ignorato dal
giudice", ha aggiunto Attar.
La notizia dell'esecuzione di Hassan ha scatenato reazioni rabbiose da
parte dei difensori dei diritti umani egiziani, che hanno accusato le
autorità di averlo torturato per registrare una video-confessione prima
della sua condanna.
Alcuni hanno condiviso le foto di Hassan, prima e dopo la sua detenzione, che mostrano evidenti segni di tortura.
Finora, almeno 51 uomini e donne sono stati giustiziati in Egitto dall’inizio del 2021.
(Fonti: MEE, 05/07/2021)
COSTITUITO COMITATO INTERNAZIONALE PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA CAPITALE NEL MONDO ARABO
Sotto la guida dell'ex presidente tunisino Moncef Marzouki si è
costituito il 25 giugno 2021 il Comitato Internazionale per l'Abolizione
della Pena di morte nei Paesi Arabi.
Il tema della pena di morte nei paesi arabi è stato dibattuto in un
incontro online con 100 partecipanti provenienti da Stati Uniti, Europa e
mondo arabo.
Marzouki è stato scelto per la presidenza, secondo la dichiarazione scritta del Comitato.
E’ stata prevista la formazione di un board composto da personalità
internazionali, tra cui l'ex capo di Human Rights Watch (HRW) Sarah Leah
Whitson, l'attivista yemenita premio Nobel Tawakkol Karman e l'ex capo
del governo ad interim siriano Ahmed Tumeh.
Il Comitato si è formato a seguito del dibattito sulla mancanza di
elementi basilari come la trasparenza e la giustizia nell'ordinamento
giuridico in molti paesi in cui viene applicata la pena di morte.
Il Comitato ha chiesto al regime egiziano di revocare le condanne a
morte recentemente emesse nei confronti di prigionieri politici.
Molti paesi arabi vengono accusati da gruppi per i diritti umani di usare la pena di morte per mettere a tacere i dissidenti.
(Fonti: Yeni Safak, 26/06/2021)
IRAN: KHEZR GHAVIDEL ASSOLTO 10 MESI DOPO ESSERE STATO IMPICCATO
Il 10 settembre 2020 Nessuno tocchi Caino aveva ripreso la notizia,
pubblicata da Iran Human Rights, che «Khezr Ghavidel (anche Qavidel) era
stato impiccato nella prigione di Urmia il 10 settembre.”
L’uomo, di etnia curda, originario del villaggio di Herman, era stato
arrestato 7 anni fa a Urmia e accusato di trasportare metanfetamina”.
All’epoca IHR segnalò che Ghavidel era stato giustiziato nonostante la
condanna non fosse definitiva.
Oggi si apprende che la Corte Suprema lo ha prosciolto.
L’agenzia di stampa Rudaw (focalizzata sulle questioni curde) ha
pubblicato una breve intervista con un parente stretto di Ghavidel, che
ha chiesto di non essere identificato. “Due settimane fa ai fratelli di
Khedir Qavidel, che hanno sempre seguito il caso, contestandone le molte
irregolarità, è arrivata una lettera. Nella lettera, l'ufficio del
procuratore di Urmia li informava che la condanna a morte non era stata
confermata dalla Corte Suprema, e quindi il loro congiunto poteva essere
scarcerato. Prendendo atto però che l’uomo era già stato giustiziato,
l’ufficio si diceva disponibile ad accogliere una richiesta di
risarcimento economico”.
I fratelli hanno detto di non essere interessati al risarcimento, ma di
voler sporgere denuncia affinché siano approfondite le molte e gravi
irregolarità che hanno caratterizzato tutto il processo, fino
all’esecuzione.
(Fonti: rudaw.net, iran-hrm)
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DESTINA IL TUO 5X1000 A NESSUNO TOCCHI CAINO
Firma nel riquadro “Sostegno alle organizzazioni non lucrative, delle
associazioni di promozione sociale, delle associazioni riconosciute che
operano nei settori di cui all’art. 10 c. 1, lett d, del D. Lgs. N. 460
del 1997 e delle fondazioni nazionali di carattere culturale” e riporta
il codice fiscale di Nessuno tocchi Caino 96267720587
Grazie

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