Nessuno tocchi Caino - PER DIFENDERE ABELE LO STATO NON DIVENTI CAINO

NESSUNO TOCCHI CAINO NEWS

Anno 21 - n. 27 - 03-07-2021

Contenuti del numero:

1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : PER DIFENDERE ABELE LO STATO NON DIVENTI CAINO
2.  NEWS FLASH: COSA STA SUCCEDENDO IN SOMALIA E PERCHÉ DA 10 ANNI SI COMBATTE SENZA SOSTA
3.  NEWS FLASH: AIT, NON SI SA SE COLPEVOLE O INNOCENTE, INTANTO HA GIÀ SCONTATO LA SUA PENA
4.  NEWS FLASH: USA: IL PROCURATORE GENERALE GARLAND SOSPENDE LE ESECUZIONI FEDERALI
5.  NEWS FLASH: EGITTO: 17 PRIGIONIERI GIUSTIZIATI
6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA : LA MORTE IN CARCERE DI FRANCESCO DI DIO


"PER DIFENDERE ABELE LO STATO NON DIVENTI CAINO"  di Elisabetta Zamparutti

Tortura viene da torto (participio passato del verbo torcere) e a guardare le immagini di quanto accaduto a Santa Maria Capua Vetere capiamo cosa significa vivere in uno Stato di Torto e non in uno Stato di Diritto. Siamo stati condannati dalla Corte Europea per i Diritti Umani per i fatti di Genova avvenuti vent’anni fa; abbiamo faticato trent’anni per introdurre il reato di tortura senza neppure riuscire ad attenerci alla definizione chiara e semplice della Convenzione contro la tortura.
Prevenire la tortura, il ricorso alla violenza e all’uso eccessivo della forza significa trasformare allora ciò che è Torto in Diritto in modo che la norma, la regola, sia innanzitutto il limite all’uso della forza arbitraria da parte dello Stato. L’autoritarismo deve lasciare il passo all’autorevolezza. E autorevole è la Ministra Marta Cartabia che ha pubblicamente condannato l’accaduto e soprattutto ha sottolineato la necessità di rafforzare l’attività di formazione del personale dell’amministrazione penitenziaria.
I rapporti, le raccomandazioni, gli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura insieme a quanto prodotto dal Consiglio d’Europa nel suo insieme restano una guida a sua disposizione in questo senso. “Legge e ordine” deve essere il nostro motto, inteso come sinonimo di coerenza e armonia tra idee, sentimenti e comportamenti orientati ai valori umani universali, per sottrarlo così a chi lo ha malamente monopolizzato e interpretato. Mi riferisco a quelli del potere fine a sé stesso, quelli del “disordine costituito” per dirla con Pannella, quando parlava dei depistaggi, delle coperture istituzionali e di categoria, delle impunità e della mancanza di inchieste effettive. Le immagini, come quelle diffuse solo ora su quanto accaduto oltre un anno fa, hanno sempre una potenza comunicativa e conoscitiva ed è un bene che siano circolate. Spiegano a cosa porti il malsano senso della “legalità”, quella che ridicolizza lo Stato di Diritto, e che ha avuto deprimente espressione nelle argomentazioni fornite dal precedente Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede quando in Parlamento spiegò l’operato di alcuni agenti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere come un’operazione di “ripristino della legalità”.
Quelle immagini sono la riprova dell’utilità della videosorveglianza come utile può essere l’adozione di codici identificativi, forse più utile ed urgente di quanto poteva essere l’introduzione del taser e lo dico nell’interesse della stessa polizia penitenziaria.
Di fronte ad immagini tanto evidenti quanto disperanti, come fossimo a Baghdad i pestaggi avvengono lungo un “corridoio umano” di agenti, mi sento di dire oggi, che anche per questo corpo di polizia vale il nostro Nessuno tocchi Caino. Nessuno tocchi Caino è rivolto allo Stato, al Potere che cede, degrada alla aberrante, violenta logica dell’emergenza per la quale, nel nome di Abele, per difendere Abele, diventa esso stesso Caino, uno Stato-Caino che pratica la pena di morte, la pena fino alla morte e la morte per pena. Noi siamo i primi difensori dello Stato, se ha i connotati di uno Stato di Diritto. Per questo noi diciamo: Nessuno tocchi Caino! Lo diciamo anche per non incorrere nell’errore di dare per scontata la responsabilità di chi oggi è indagato, il cui accertamento spetta solo all’autorità giudiziaria.
Per la comunità penitenziaria nel suo insieme vale il nostro Spes contra spem che non è solo un motto, è anche un metodo, un progetto, una teoria dell’organizzazione e della prassi politica.
Spes contra spem è rivolto a chi decide di cambiare se stesso, convertire la sua vita dal male al bene, dalla violenza alla nonviolenza, perché sia appunto il cambiamento del suo modo d’essere – di pensare, di sentire e di agire – profetico del cambiamento del mondo in cui vive, dell’ambiente in cui vive, del carcere in cui vive. Spes contra spem è l’iniziativa più adeguata perché volta a far sì che il carcere, luogo strutturalmente concepito come patimento, penitenza (non a caso si chiama penitenziario), luogo totalitario e totalizzante, sia definitivamente superato.


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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

COSA STA SUCCEDENDO IN SOMALIA E PERCHÉ DA 10 ANNI SI COMBATTE SENZA SOSTA
Sergio D’Elia su Il Riformista del 2 luglio 2021

La Somalia è la terra africana dove la storia millenaria di Caino e Abele continua a rappresentare una tragica attualità. I nemici dello Stato si chiamano Al-Shabaab. Lo Stato che li combatte è diviso in altrettanti Stati, tutti gelosi della loro indipendenza, uniti solo nella lotta senza quartiere al terrorismo islamico. Da oltre dieci anni gli uni, i “buoni”, si confrontano con gli altri, i “cattivi”. Si combattono senza sosta e si somigliano nella sostanza. La catena infinita dell’odio e della vendetta è un gioco di specchi delle parti in causa nel quale il bene e il male si confondono, il giusto e lo sbagliato si annullano.
La stessa legge, quella del taglione, ispira gli uni e gli altri, gli islamisti e gli anti-islamisti. L’amalgama di sistemi giuridici, di tradizioni e diritto consuetudinario, un tempo, disegnava un codice molto più civile della legge della Sharia che la Somalia a un certo punto ha introdotto nel tentativo di placare l’ira degli Al-Shabaab. Alla mossa politica “pacifista” del governo, gli estremisti islamici hanno corrisposto con una ferocia ulteriore e un integralismo religioso rafforzato. Gli Al-Shabaab hanno decapitato o fucilato centinaia di persone: cristiani o apostati dell’Islam, ladri, adulteri e maghi, spie al servizio del governo somalo, della forza militare dell’Unione Africana, della CIA e dell’MI6 inglese. La scena è sempre la stessa: un sedicente giudice coranico emette la condanna a morte davanti a centinaia di residenti convocati con gli altoparlanti al centro della città e costretti ad assistere all’esecuzione dei malcapitati legati a un palo. Dopo l’esecuzione, gli Al-Shabaab seppelliscono le vittime in luoghi chiamati “cimiteri degli infedeli”.
Il governo somalo risponde in automatico, e con una violenza uguale e contraria. Processi da giustizia sommaria sono celebrati da tribunali militari che operano ad ampio spettro e non vanno molto per il sottile. Non solo processano soldati accusati di reati militari, ma anche soldati, poliziotti, combattenti di Al-Shabaab e civili accusati di reati comuni. La velocità con cui le condanne a morte sono eseguite impedisce agli imputati di presentare ricorso e al Presidente di esaminare il caso per una possibile grazia o commutazione della pena. Anche le Nazioni Unite hanno espresso la propria preoccupazione per il “frettoloso” procedimento giudiziario che ha portato a decine di esecuzioni.
Domenica scorsa, nell’arco di una sola giornata, la Somalia ha vissuto una sequenza impressionante di azioni e reazioni, di cause ed effetti, di delitti e vendette. Al mattino, cento islamisti hanno attaccato Wisil, una piccola città nello stato di Galmudug. Al-Shabaab ha rivendicato l’azione che avrebbe causato 34 vittime tra le forze di sicurezza. Circa due ore dopo l’attacco a Wisil, le autorità dello stato del Puntland hanno giustiziato 21 uomini accusati di appartenere ad Al-Shabaab. Il giorno prima, il ministro della sicurezza del Puntland era sfuggito a un attentato dinamitardo di Al-Shabaab che avevano preso di mira il suo corteo di auto.
I 21 giustiziati per vendetta erano stati condannati in processi separati per una serie di omicidi e attacchi terroristici che sono costati la vita a leader regionali e comunitari, agenti di sicurezza e giornalisti. Diciotto di loro sono stati allineati vicino a una collina di sabbia fuori dalla città di Galkayo. Il plotone di esecuzione ha aperto il fuoco, giustiziandoli. Nelle stesse ore, altri tre uomini sono stati fucilati a Garowe e nella città di Qardho. È stata la più grande esecuzione singola di militanti di Al-Shabaab in Somalia. Domenica pomeriggio, un altro plotone d’esecuzione, stavolta di Al-Shabaab, ha giustiziato in pubblico sei persone, tra cui una donna di 36 anni, Fartun Omar Abkow. Erano accusate di spionaggio per conto della CIA e sono state fucilate in una piazza nella città di Sakow, nella regione del Medio Jubba. È stata la vendetta degli Al-Shabaab per l’esecuzione dei suoi militanti nel Puntland.
A New York, al Palazzo di Vetro, la Somalia ha sempre votato a favore della moratoria sulla pena di morte. A Mogadiscio, non hai mai smesso di praticarla presso l’Accademia di polizia del generale Kahiye. In questi anni, la comunità internazionale non gli ha mai chiesto conto di questa doppiezza. Anzi, ha continuato ad assistere la Somalia nel peggiore dei modi. Con il paternalismo della cooperazione allo sviluppo ha speso molto in “aiuto umanitario” e investito poco in Stato di Diritto. Con il militarismo nella lotta al terrorismo ha affidato la giustizia ai plotoni d’esecuzione dell’esercito somalo e ha praticato in proprio quella segreta e più sbrigativa delle uccisioni coi missili sparati dai droni. Occhio per occhio, la Somalia è diventata oggi un Paese accecato dall’odio, paralizzato dalla paura, desertificato dalla violenza. Una terra dove abita solo Caino. Sperando contro ogni speranza, scriviamo ora un’altra storia, in cui a emergere siano il diritto e la co
 scienza, grazia e giustizia.
Per saperne di piu' : https://www.ilriformista.it/cosa-sta-succedendo-in-somalia-e-perche-da-10-anni-si-combatte-senza-sosta-231975/

AIT, NON SI SA SE COLPEVOLE O INNOCENTE, INTANTO HA GIÀ SCONTATO LA SUA PENA
Prof. Avv. Elena Baldi

Eppure, questa volta, i tempi del processo sono stati proprio quelli giusti, quelli del giusto processo, dell’art. 111 della Carta Costituzionale. Indagini preliminari, primo grado e appello, tutto in poco più di un anno rispetto al fatto, quasi un esempio di cui andare orgogliosi.
Per essere precisi mancherebbe ancora la Cassazione dal momento che Ait ha continuato a professarsi innocente anche con un ricorso complesso e argomentato, inoltrato alla Suprema Corte ma non ancora discusso e a oggi neppure fissato.
E allora come può dirsi concluso un processo privo ancora del suo più autorevole grado di giudizio?
In effetti la sentenza di condanna ad anni uno e mesi dieci di reclusione, pronunciata in primo grado e confermata in appello, formalmente non è ancora definitiva. Definita e definitiva però è stata la pena, nel significato sostanziale del termine e cioè nel senso che Ait l’ha già scontata, integralmente, recluso in un carcere italiano, in anticipo rispetto alla conclusione del processo.
Si, nel nostro civilissimo Paese può capitare che un qualsiasi imputato, in ossequio al principio del pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento della prova o della possibile fuga, prima sconti la pena e poi venga giudicato, come è stato per Ait: la legge e la giurisprudenza lo consentono.
Ait è stato arrestato subito dopo aver commesso i fatti che lo hanno poi portato al processo e, nonostante il riesame, l’istanza di modifica della misura (al Gip e alla Corte d’Appello), gli appelli cautelari, ha trascorso continuativamente in carcere un anno e dieci mesi della sua vita libera e cioè tutta la pena, tutto il tempo che aveva stabilito in primo grado il Giudice e che, in difetto di impugnazione del P.M., rappresenta il tetto massimo oltre il quale non è potuta andare la Corte d’Appello che detta sentenza ha confermato, e non potrà andare la Corte di Cassazione, in quel processo inutile e beffardo che in un giorno futuro si farà.
Ait è accusato di avere procurato lesioni volontarie al proprietario del suo appartamento che si era recato a casa sua per reclamare il pagamento del canone e che dopo avergli sfasciato con un bastone il televisore aveva riportato una ferita al cuoio capelluto a seguito di colluttazione.
Ait, accusato di aver dolosamente provocato la ferita, ha eccepito la legittima difesa, ha chiesto la derubricazione nel reato di lesioni colpose e in ipotesi la concessione dell’attenuante della provocazione o le generiche. Tutte respinte le sue istanze ed eccezioni, in primo grado e in appello, mentre scorrevano le settimane e i mesi all’interno del carcere, privato delle garanzie minime che ogni detenuto, formalmente definitivo, può invece avere. Per lui, infatti, incarcerato e mantenuto in prigione in ragione del “pericolo di reiterazione del reato”, principio valido per i neofiti del diritto ma, quasi sempre, contenitore vuoto per chi è pratico di diritto penale live, non è stato possibile accedere al percorso rieducativo e neppure ai permessi premio, e neppure alla liberazione anticipata e neppure all’affidamento ai servizi sociali e neppure alla detenzione domiciliare e neppure al lavoro esterno.
Insomma a lui, che non sappiamo ancora se sia colpevole o innocente, sono stati negati, “giustamente” e codice alla mano, tutti quei benefici a cui ha potuto e può accedere anche il più “definitivamente” incallito dei criminali.
Ovviamente ad Ait è stato spiegato che, visto l’andazzo, sarebbe stato meglio rinunciare alla Cassazione, prendersi i “giorni” di liberazione anticipata e uscire dal carcere quattro mesi e mezzo prima di quanto poi avvenuto.
Ma lui che chiedeva giustizia non ha accettato di mercanteggiare, neppure con la sua libertà.
Può darsi che Ait abbia commesso il reato, può darsi che l’orribile sentenza di primo grado rispecchi proprio ciò che è avvenuto nella sua casa, ma ciò non sarà sufficiente ad assolvere il nostro sistema dalla profonda ingiustizia che si è già consumata, a prescindere da quanto un giorno stabilirà la Suprema Corte di Cassazione di uno Stato in questo caso irrevocabilmente perdente.
Chi giudica e chi legifera non deve mai dimenticare le regole fondanti del diritto penale, quelle contenute nella nostra Carta Costituzionale (l’art. 24, l’art. 25, l’art. 111) quelle che ci hanno insegnato e tramandato i nostri Maestri. Chi giudica non deve mai dimenticare l’uomo.
Probabilmente saranno queste le parole finali della nostra arringa quando un giorno saremo chiamati a Roma, a concludere un processo sostanzialmente inutile ma che, nelle speranze di Ait e nelle nostre speranze, inutile non è.


USA: IL PROCURATORE GENERALE GARLAND SOSPENDE LE ESECUZIONI FEDERALI
Il procuratore generale Merrick Garland ha sospeso le esecuzioni federali e ordinato la revisione delle norme in materia introdotte dall’amministrazione Trump.
"Sono state sollevate serie preoccupazioni riguardo all'uso della pena di morte in tutto il paese, compresa l'arbitrarietà nella sua applicazione, l'impatto sproporzionato sulle persone di colore e il numero preoccupante di persone che vengono riconosciute innocenti solo molti anni dopo una condanna a morte. Queste gravi preoccupazioni meritano uno studio attento, e valutazione da parte dei legislatori", ha detto Garland in una nota pubblicata il 1° luglio.
Il portavoce della Casa Bianca, Andrew Bates, in una dichiarazione ha detto che il presidente Biden approva l’iniziativa del Procuratore Generale. "Come il Presidente ha chiarito, egli nutre notevoli preoccupazioni sulla pena di morte e su come viene applicata, e crede che il Dipartimento di Giustizia dovrebbe tornare alla sua precedente prassi di non compiere esecuzioni".
Attualmente ci sono 46 uomini nel braccio della morte federale. Nei bracci della morte statali ci sono invece più di 2.500 uomini e donne, la cui sorte non dipende da questa direttiva di Garland.
"Il Dipartimento di Giustizia deve garantire che a tutti, nel sistema giudiziario federale, non solo vengano garantiti i diritti previsti dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, ma siano anche trattati in modo equo e umano", ha affermato Garland nella sua nota. "Questo obbligo ha una forza speciale nei casi capitali".
Garland ha detto nel suo promemoria che la vice procuratrice generale, Lisa O. Monaco, supervisionerà una revisione delle politiche del Dipartimento di Giustizia relative alle esecuzioni federali che sono state attuate dall'ex procuratore generale William P. Barr. Ha chiesto che diverse divisioni del Dipartimento, tra cui l'Ufficio delle Prigioni, la Divisione Penale e la Divisione per i Diritti Civili, partecipino, insieme ad altre agenzie federali e gruppi di difesa esterni.
"Il Dipartimento di Giustizia deve prendersi cura di mantenere scrupolosamente il nostro impegno per l'equità e il trattamento umano nell'amministrare le leggi federali esistenti che disciplinano le condanne a morte", ha scritto Garland nel memorandum, citando i cambiamenti che il Dipartimento di Giustizia aveva apportato nel 2019 sotto l'ex procuratore generale William Barr alle politiche e procedure sulla pena di morte federale.
Barr, fortemente sollecitato da Trump, aveva riavviato il meccanismo delle esecuzioni federali che era rimasto fermo per 17 anni. Nonostante gli appelli di leader dei diritti civili, celebrità, legislatori e attivisti anti-pena di morte per fermare le esecuzioni, 12 uomini e una donna sono stati giustiziati durante gli ultimi sette mesi del mandato dell'ex presidente Donald Trump.
La direttiva di Garland includerà una revisione delle modifiche ai regolamenti apportate nel 2020 sotto Barr che hanno ampliato i metodi di esecuzione consentiti oltre l'iniezione letale, includendo anche l’uso del plotone di esecuzione.
A febbraio, durante l'udienza di conferma in Senato, Garland aveva affermato che il numero di casi di condanne ingiuste che si sono verificate in tutto il paese gli avevano imposto una “pausa di riflessione”.
Durante la campagna elettore, Biden aveva preso posizioni più nette contro la pena di morte, prospettando non solo la “moratoria” (seppure informale) annunciata oggi, ma una vera e propria “abolizione della pena di morte federale”. Recentemente Biden è stato oggetto di forti polemiche da parte dei media progressisti per la decisione del Dipartimento di Giustizia di cercare di ottenere dalla Corte Suprema l’annullamento dell’annullamento della condanna a morte di Dzhokhar Tsarnaev, il giovane ceceno che nel 2013 aveva collocato una bomba lungo il percorso della Maratona di Boston uccidendo 3 persone. In quel caso Biden si era affidato ad una imbarazzata dichiarazione di Bates in cui veniva richiamata “l’autonomia del Dipartimento”. Nel caso l’amministrazione Biden dovesse ritirare le motivazioni presentare alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la richiesta di riemettere la condanna a morte contro Tsarnaev (un iter giudiziario iniziato dall’amministrazione Trump) verrebbe annullata.
Gli oppositori della pena di morte non sono soddisfatti dell’iniziativa del Procuratore Generale, che considerano troppo timida.
Robert Dunham, Direttore del Death Penalty Information Center: "Se la revisione che farà il Dipartimento è così limitata come suggerisce il memorandum - cioè, affronta solo le cose che l'amministrazione Trump ha fatto per accelerare le esecuzioni ed espandere i metodi disponibili per uccidere i detenuti federali - a malapena scalfisce la superficie della riforma della pena di morte. In poche parole, se l'amministrazione non abroga o commuta, non sta prendendo provvedimenti per porre fine alla pena di morte federale. Potrebbe fare riforme, ma non sta adempiendo all'impegno della campagna di Biden".
L'organizzazione Witness to Innocence ha fatto eco ai sentimenti di Dunham, twittando che l'azione del Dipartimento di Giustizia è un "passo nella giusta direzione, ma non abbastanza. Biden può e deve commutare le condanne a morte federali”.
Suor Helen Prejean, una delle più note attiviste statunitensi contro la pena di morte, ha commentato: "Mentre una moratoria sulle esecuzioni federali ha un valore simbolico, abbiamo visto il pericolo di mezze misure che non affrontano completamente la fondamentale fragilità del nostro sistema di pena di morte. È necessario di più".
(Fonti: nytimes.com, CNN, washingtontimes.com, 01/07/2021)


EGITTO: 17 PRIGIONIERI GIUSTIZIATI
Almeno 17 prigionieri sono stati giustiziati in Egitto in questi ultimi giorni, portando ad almeno 66 il numero di esecuzioni praticate nel Paese dall’inizio dell’anno, secondo l'ong Reprieve.
Il 27 giugno, nove detenuti sono stati giustiziati in un carcere di massima sicurezza del Cairo. La notizia è stata riportata dal giornale Al-Watan, secondo cui gli otto uomini e una donna erano stati condannati a morte da tribunali penali.
Dopo l’esecuzione, i corpi sono stati portati all’obitorio di Zeinhom, per essere recuperati dalle rispettive famiglie.
Le altre otto persone sono state messe a morte il 21 giugno. Alcuni giorni prima la Corte d'appello egiziana aveva confermato le condanne capitali di 12 membri dei Fratelli Musulmani, emesse in relazione a degli scontri avvenuti in piazza Rabaa Al-Adawiya al Cairo.
Tra il 2018 e il 2020 l'Egitto ha effettuato almeno 241 esecuzioni, di cui 152 nel 2020.
Dal 2011 almeno 17 minorenni hanno ricevuto la condanna a morte, nonostante questo sia contrario alla legge egiziana sui minori.
Ci sono circa 60.000 prigionieri politici in Egitto, che vengono sistematicamente torturati, privati delle cure mediche e tenuti in condizioni di degrado.
(Fonti: MEMO, 23/06/2021; Mada Masr, 27/06/2021)


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I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA


INTERVISTA ALLA ZIA DI FRANCESCO DI DIO, DECEDUTO NEL CARCERE DI OPERA
http://www.deanotizie.it/news/2021/06/28/nuova-intervista-alla-zia-di-francesco-di-dio-deceduto-nel-carcere/

COME E PERCHÉ È MORTO IN CARCERE FRANCESCO DI DIO (di Carmelo Musumeci)
https://www.facebook.com/228016803989175/posts/2680616385395859/?sfnsn=scwspwa

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Grazie

 

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