"The James Dean Garage Band" di Rick Moody (Minimum Fax, traduzione di Adelaide Cioni) + Birth of Violence

 

Per tanti rileggere è qualcosa di inutile, di senza senso, una perdita di tempo, la mancata occasione di leggere qualcosa di nuovo mentre per me (e anche per la mia compagna e per una super rilettrice come mia sorella che sono anni e anni che non smette mai di rileggere i classici greci e latini in lingua originale) rileggere significa studiare, analizzare sfumature, ritrovare sottolineature, inserire quel libro in un quadro più ampio di una vita come la mia dedicata alla lettura, una forma di disciplina, un esercizio intellettuale che mi fa sentire benissimo, un modo per non stare al passo coi tempi. In questi giorni, accanto alle nuove scoperte, mi sto dedicando alla rilettura di Rick Moody e fra ieri e l'altro ieri è stata la volta di "The James Dean Garage Band" di Rick Moody (Minimum Fax, traduzione di Adelaide Cioni), una straordinaria raccolta di racconti pubblicata nel 1995 e di cui faceva parte anche "La più lucente corona d'angeli" che Minimum Fax aveva scelto di pubblicare come opera autonoma. 

Ecco perché mi piace rileggere: perché ci sono opere che si svelano sotto nuove e inaspettate forme e questi racconti di Moody mi sono entrati sotto pelle come non mi era successo la prima volta che li lessi nel 2005. Li ho letteralmente amati. Per i temi trattati ma soprattutto per la struttura dei racconti, per come Moody non scivola mai nel patetico o nella soluzione facile quando racconta di queste vite disastrate, di questi mariti che non vorresti mai in casa tua, di queste ragazze che si bruciano il cervello con gli acidi, di una graffetta e del sangue, di un James Dean che esce vivo dall'incidente d'auto e di una band rock/jazz/punk di tre sfigati in mezzo al deserto, di Pip in mezzo all'oceano e Ahab (quello di Moby Dick e che sta dentro ciascuno di noi:  "quando sono tornato mi portò dritto nella sua cabina le stanze private del capitano vestito con gli abiti del profondo del mare come il primo fiorire della natura e mi sono offerto ad Ahab senza chiedergli prezzo prendi il mio guscio spoglio così che possa sapere che la mia malattia non è soltanto mia non è soltanto mia" (pag. 114)). 

Frasi, titoli, titoli di paragrafi, musicalità, libertà e sperimentazione assoluta senza mai dimenticare il rapporto coi lettori (e che bello ricordarsi che Moody è un grande amante di Gaddis), attenzione a ogni piccola sfumatura di gesto/suono/parola e una straordinaria umanità e compresione per i fragili, i derelitti, gli sconfitti, i solitari, i meschini, gli alcolizzati, i tossici, io, te e tutti noi con le nostre misere vite.

E "Frasario" descrive quasi perfettamente una ragazza della quale mi innamorai perdutamente ai tempi del liceo e non so più dove sia finito il suo cervello. 

E tutti questi racconti mi hanno di nuovo messo al muro, perché non sto per niente meglio rispetto al 2005.

"Questa storia qui è sulle cose che diceva Lucy. Lucy, una che conoscevo. Lucy, che una volta prese settanta dosi di acido in un solo giorno e, in un certo senso, è sopravvissuta per raccontarlo. All'epoca viveva in uno squat a Burlington, nel Vermont. Viveva come una fuggiasca. Da dove venisse la droga è irrilevante. C'era e basta. Lucy prese quel veleno e vagò per le strade, vagò finchè non cominciò a farle effetto, finché la contingenza del veleno non combaciò con la sua contingenza. Forse pensò che sarebbe morta. In una qualche fascia di frequenza della sua mente preoccupata e confusa pensò che sarebbe stata una dose letale, senza aspettarsi che il suo involucro resistesse. O forse invece sapeva esattamente cosa le sarebbe successo, che era piuttosto difficile avvelenarsi con quella droga carnevalesca. Forse sapeva che avrebbe avuto le allucinazioni per il resto della sua vita, per i successivi cinquanta o sessant'anni della sua vita, allucinazioni costanti, tagliate con la stricnina e il PCP e altre sostanze corruttrici, allucinazioni in contingenza assoluta. Forse aveva una vaga percezione che loro, i medici del pronto soccorso di Burlington, le avrebbe somminsitrato una dose di Torazina e che poi, dopo averla dichiarata incurabile, l'avrebbero spedita in una serie di ospedali psichiatrici. Dove almeno sapeva cosa l'attendeva. Prima negli ospedali privati e poi in quelli pubblici. Erano stati i ragazzi che conosceva, gente di strada che si raccoglieva sui marciapiedi di Burlington, a portarla al pronto soccorso - in un'insolita dimostrazione di pietà - e ad abbandonarla lì, come una trovatelle. Lucy era allo sbando nel suo panico. I dottori tentarono con la Torazina. Stava gettando scompiglio nel pronto soccorso, stava sparpagliando i semi del suo panico in tutto il reparto. Il tempo sembrava non passare mai. Poi le fecero l'iniezione. Lucy si mise a barcollare come chiunque sotto antipsicotici - con il mento che sembrava fuso al seno - ma la testa non le si schiarì. Forse lo sapeva che se inghiottiva quel filtro magico, quel preparato, la parte più bassa di lei, la parte che si stava già sciogliendo gli ormeggi, si sarebbe dissolta. Forse era proprio questo che voleva. Essere una cosa libera, uno spirito affrancato dai rigori della personalità. O uno spirito affrancato dalla sicurezza del linguaggio. A seconda di come la si vuole vedere. La sua scelta aveva delle conseguenza. Questo lo sapeva, sapeva di aver preso un qualche tipo di decisione che comportava una perdita. Era tutta avvolta in questa perdita quando la conobbi io. Era il suo abito. Aveva dei rimpianti, anche se non riusciva a esprimerli con le parole. Era più triste che mai. Sapete, l'ho conosciuta nel reparto di isolamento dell'ospedale psichiatrico. C'ero anch'io là dentro. Lucy era trist anche se a volte cercava di apparire allegra, allegra durante le partite di pallavolo, quando si acquattava sotto la rete in attesa di poter schiacchiare quel pallone bastardo. È una cosa bella, guardare una donna che schiaccia un pallone da pallavolo. Acquattata sotto la rete con le scarpe da basket che doveva averle regalato qualcuno, pronta a saltare. Mi aiutava, il semplice fatto di vederla. Ma perlopiù Lucy se ne stava a letto. Perdeva le proprie tracce, si smarriva nei corridoi di Wingdale. Diceva cose senza senso. Era una costellazione sparsa di abitudini legate al suo passato - una pronuncia leggermente blesa e un certo modo di sistemarsi all'indietro la frangetta biondo cenere, e di alzare i pugni quando era frustrata. Perciò stava a me dedurre il suo passato. Perché le settanta dosi di acido le avevano scardinato la sintassi. Una macedonia di parole. Era il massimo che potesse fare. Questa era una delle espresisoni per descriverlo: una macedonia di parole. Allitterazione e poesia e assurdità accostate erroneamente, sostantivi male assortiti che stridevano l'uno con l'altro come se stesse traslitterando degli ideogrammi - cervelli tatuati e tappeti con gli occhi e città abitate da mani - tutte quelle cazzate da acido. Era così che parlava Lucy. Era così che parlava quando parlavo con lei. Prima che uscissi. Prima che mi rimettessero in sesto." (da "Frasario", pp. 43-45)

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Che voglia che ho di ascoltare dal vivo Chelsea Wolfe e se vedete un tizio passeggiare con la maglietta sotto potrei essere io.

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